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Le due anime di Nietzsche.
Hunger Games tra reality e distopia.

Tratto da un vero e proprio caso letterario (100 settimane consecutive nella classifica bestseller del New York Times e traduzione dei volumi in oltre 41 Paesi), Hunger Games arriva nei cinema italiani. In Patria è stato un successo di pubblico, mentre la critica è rimasta più abbottonata e non si è lasciata andare a facili entusiasmi. Effettivamente il film presenta delle sbavature, specie in un approfondimento psicologico che non riesce mai a scavare in profondità e in alcune scelte stilistiche che per esempio hanno portato a una camera a mano traballante nelle scene di corsa, con alcuni agghiaccianti restringimenti di focale.

Ma a caldo il film è una figata, una figata pazzesca. Probabilmente me ne vergognerò tra qualche mese e non andrò ad inserirlo nella mia top ten a fine stagione, ma uscito di sala ho provato l’indomabile desiderio di acquistare i volumi.

Il confronto con Twilight sembra essere allo starter, ma della saga dei vampiri il film ha ben poco. Penne diverse per i romanzi, con un approccio alle tematiche teen totalmente differente, che è stato trasportato sullo schermo con numerosi punti di contrasto. Uno su tutti che la regia del primo film tratto dalla trilogia di Suzanne Collins è stata affidata a Gary Ross, regista di Pleasentville. Anche perché a ben vedere i libri della Collins rientrano nella categoria più ambigua di young adult, ovvero quella che ha per eroi giovani adolescenti, ma che ha come target sia i coetanei del eroe di carta (per affinità) che un pubblico più maturo (per tematiche).

Questo già di per sé mette in secondo piano le aspirazioni del teen drama in favore di una disanima della faccia rassicurante dell’America conciliatoria, cosa che in Twilight Saga manca completamente e anzi non è nemmeno lontanamente contemplata. Il film di Ross sembra essere costruito sul non detto, quando invece il triangolo umani-vampiri-licantropi costruiva il suo dramma sul telefonato, sull’enfasi dell’evidenza.

Poi si può discutere sul fatto che come prodotto di consumo i film (perché ne seguiranno altri due) e i libri si prestino a forme di consumo allargato e sfruttamenti trans-mediali, che il formulario del successo sia il medesimo utilizzato per precedenti saghe, in primis una colonna sonora perfettamente radiofonica (cosa su cui Twilight ha sempre dimostrato ampio interesse), ma questo è il mercato dolcezza. Analizzando il prodotto, in questo caso quanto trasmesso dal libro al film, perché del libro ad oggi conosco solo le prime 20 pagine, su Hunger Games si potrebbe imbastire una lunga discussione, perché pur non essendo originale per idee e strutturazione, è innegabilmente un prodotto accattivante.

La giustificazione prima è quella del masochistico fascino dell’eterno ritorno nietzschiano, una subordinazione dell’animo umano a una trappola statica che cristallizza passato presente e futuro, fissando appunto nel passato ogni formulazione del divenire. Tradotto in soldoni: il substato psichico dell’uomo da anni a questa parte ha subito volenti o meno una botta di arresto, un cortocircuito, continuando a rimuginare delle scorie.

La persistenza del classico in sé ci ricorda due cose: per prima cosa l’esigenza della produzione culturale moderna di confrontarsi costantemente con modelli divenuti codice, koinè. Il postmodernismo – credo – ha dimostrato che questo avviene sia per vezzo che per esigenza. In secondo luogo – senza dover fare i rabdomanti – ci fa pensare il fatto che per rappresentare il futuro l’uomo ripropone le critiche dei modelli che furono e fantasmi del passato: come dire che qualcosa forse nel panorama mondiale non va poi così bene, e la produzione culturale qui interviene come sfogo cutaneo.

La rielaborazione in Hunger Games avviene con due anime. Una che potremmo definire apollinea, ed è quella che rielabora il mito di Romeo e Giulietta e i miti dell’epoca classica, quali quello più evidente del sacrificio di giovani ateniesi tributato a Creta, o quello del circo e dei gladiatori. Una dionisiaca, quella dell’abisso, della paura.
Ovviamente tutti questi elementi classici che compongono la struttura degli Hunger Games sono letti in chiave moderna e futuribile, quindi filtrati dall’esigenza di un reality show che sembra essere un incubo ricorrente quando si pensa al futuro. Ma i riferimenti all’antica Roma sono sotto gli occhi di tutti: nel saluto stile romano, nei nomi di Coriolanus (Donald Sutherland, che di per sé è presenza fissa nei film in costume di ambientazione romana), dello stratega Seneca (Wes Bentley) che morirà avvelenandosi, fino alla città Capitol City o allo stato confederato che sostituisce quello che odiernamente identifichiamo con gli Stati Uniti, Panem. E guarda caso i romani dicevano Panem et circenses per indicare i metodi con cui controllare la folla, e nell’universo della Collins li abbiamo tutti e due. La carota (i giochi trasmessi in diretta in tutto il Paese) e il bastone, il potere centralizzato.

Di reality e futuro si parlava in Contenders, in Death Race e a suo modo in Gamer, giusto per dirne tre che hanno affrontato il tema con presupposti ed esigenze diverse. Ma per affinità il film ricorda The Running Man con Arnold Schwarzenegger o il cult assoluto Battle Royale. In comune resta lo spettro del’arena e il capovolgimento della profeziona warholiana in una celebrità estrema veicolata dalla morte in diretta. E questo la dice lunga. Sulla vessante presenza mediatica, sulla labilità del diritto, sullo smarrimento umano. L’assenza di garanzie viene spesso sublimata dall’assenza di un vero governo in questi film. In caso di vita post-atomica quasi sempre si parla di aggregazioni basate sul diritto naturale alla sopravvivenza, quello del più forte. Nei casi che definirei maggiormente affini allo spettro ipodermico di Orwell si parla di confederazioni costruite attorno a un centro che è troppo distante dalle loro esigenze, quindi necessariamente di una rivoluzione e di una punizione subita, come recentemente avevamo visto anche in In Time il film di Andrew Niccol con Justin Timberlake e Amanda Seyfried. In cui sì a sopravvivere è il più forte, ma a fronte di un distacco derivato tra centro e periferia. Ed è questo il sistema che portò al collasso degli imperi.

È l’impero di Roma che cade per l’ennesima volta? E’ la rivisitazione (post)capitalistica del crollo dell’Unione Sovietica. L’ultima Roma a suo modo, gli Stati Uniti e quello che hanno rappresentato che nel futuro si ritrovano con un cantone 12 che sembra la Cecenia o giù di lì da qualche parte della Russia con Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence , già candidata agli oscar 2010 per Winter’s Bone) che si aggira come l’Hanna di Joe Wright.

Hunger Games quindi è costruito come una tragedia, sostituendo all’unità di spazio e tempo, l’immobilismo dell’eterno ritorno e il tempo frammentato televisivo di un Grande Fratello versione pogrom. Il tempo dello spettacolo. E la tragedia oggi è chiamata Soap (Twilight) o Reality, come in questo caso. E la tragedia della Collins è ovviamente politica guardando a modelli come l’ovvio 1984, Brazil o Fahrenheit 451.

Ross dal canto suo ci sguazza, ci sbatte dentro anche un bel distretto interamente occupato da afroamericani che sottolinea essere uno dei più sfortunati assieme a quello di provenienza della protagonista, ed è da proprio questi due distretti – i più lontani dall’impero centrale – che nascerà la rivolta. Perché si sa tra sfortunati ci si aiuta sempre.

Discussion

2 comments for “Le due anime di Nietzsche.
Hunger Games tra reality e distopia.”

  1. buone le basi, non un gran che sceneggiatura e regia

    Posted by Sevenbreads | May 2, 2012, 6:22 pm
  2. Va bhe è come dire “bello il libro”.
    Qualche leggerezza il film ce l’ha, ma nell’insieme rimango della mia idea e lo trovo figo. Anche le scelte di regia più azzardate – come alcune zoomate fastidiose o la camera a mano tremula nelle scene di corsa – paradossalmente sono coraggiose e rompono completamente con la maniera del film teen seriale. E’ un young adult anche nella regia insomma.

    Posted by Il Cattivo | May 3, 2012, 4:46 pm

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