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Sushi | Insight

Il fascino discreto della nostalgia.
Appunti a margine di Super 8

Scriveva Vico  – secondo un modello preso a prestito dalle cose della natura – che I fatti della storia prima o poi si ripetono. Che quella del cinema sia una storia che non faccia eccezione è un corollario del quale, dopo tutto, non ci sorprendiamo. D’altronde, qualcuno in Matrix diceva anche che il déjà-vu capita quando loro cambiano qualcosa. Cambiare qualcosa perché il resto continui a sembrare uguale (e anche: riscrivere la Storia per continuare in qualche modo a scriverla, una storia).

Ora, l’operazione di Super 8 – che nemmeno vi riassumo perché tanto, dai, J.J. Abrams, non venite a dirmi che – ha proprio quel sapore lì, tra il pastiche di classe e l’esercizio di stile (mimetico). E qui, perdonatemi, è chiaro che bisogna parlare di Tarantino. Quello di Inglorious Basterds, intendo. I due film – per investimento, potenza visiva, intreccio autorial-commerciale – giocano, se non la stessa partita, quanto meno lo stesso campionato. Che poi è ancora quello che tutti conosciamo, quello sotto il segno di quella parolaccia che inizia per post e finisce per moderno, e che io – nossignori – non scriverò.

Da un lato l’apoteosi del genere, dall’altro il calco stilistico e generazionale (dice bene Père: non tanto nostalgia degli anni Ottanta, quanto nostalgia del cinema che quegli anni hanno generato. Super 8 è un film alla maniera di, un remake senza originale).
E quindi: cinema della nostalgia, cinema che, ancora una volta, non riesce a fare altro che parlare di sé stesso? Si e no.
Perché le due operazioni – se pure condividono certe premesse estetiche – finiscono per sortire esiti diversi, quasi antagonisti. Anzi, la mia impressione è che un solco si sia scavato. E che Abrams – non me ne vogliano i suoi fans – stia tutto dalla parte sbagliata.

Perché, pur con tutto il suo strascico di citazioni e dialoghi fulminanti, Inglorious Basterds superava la logica del gioco combinatorio che di quella parolaccia lassopra è un po’ la cifra. Una logica alla quale del resto Tarantino – pur con la vistosa eccezione di Kill Bill – non ha mai creduto fino in fondo. Tanto che la sua ultima pellicola è piuttosto un inno, un atto di fede nella possibilità di declinare l’ottativo del cinema fino a correggere gli indicativi della storia. Attraverso la superficie del riuso, il linguaggio recuperava una sua ingenuità, e con essa la possibilità di una nuova – diversa, va da se – apertura al mondo oltre il cinema.

A tutto questo, Abrams non arriva. Il suo divertissement si contenta di sfruttare sapientemente le risorse messe a disposizione dall’apparato hollywoodiano per vezzeggiare l’amarcord cinematografico di una generazione. Super8 mette in scena la replicabilità di un certo cinema: l’idea consolatoria – come riassume esplicitamente il protagonista del film  – che le cose brutte possono succedere, ma che la vita (il cinema) continua comunque a ripetersi. Tutto cambia, ma tranquilli, tutto resta uguale.

Resta da chiedersi perché siamo qui a parlarne. Questo tipo di operazioni – i film ‘alla maniera di’ – non sono certo originali. E quindi? Tutto questo chiasso intorno a un paio di lens flare, ed Elle Fanning che da grande sarà bella da far tremare le vene e i polsi?

Ecco, se una ragione di interesse la si vuole trovare, io dico di cercarla al di là della nostalgia. Sulla falsariga di quanto sostenuto a suo tempo da Roy Menarini a proposito di Avatar, ho l’impressione che la rievocazione sfacciata di un certo intrattenimento – tanto quanto la facies spettacolare del film di Cameron – serva sostanzialmente da mascherina per le allodole. Serve cioé a distogliere l’attenzione dal fatto che la forma-film, specie nella sua variante hollywoodiana-vogeliana, è tutt’altro che sepolta. Anzi, l’impressione è che stia riassorbendo al suo interno quella fronda seriale di cui – solo cinque anni fa – si parlava come di un movimento di rottura. Da questa prospettiva, prendere l’autore culto di Lost e metterlo a fare un film con dei ragazzini che girano in super 8 è più di un audace paradosso. È –  come si dice in gergo – un PWND coi controcazzi.

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