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Sushi | Film

Il grande Gatsby
(Baz Luhrmann, 2013)

Ho perso il conto delle volte che ho tentato di scrivere qualcosa sull’ultima fatica di Baz Luhrmann, l’ambiziosa trasposizione cinematografica del suo romanzo preferito, preceduta da mesi di hype tale che non poteva fallire. Tutto sembrava dirmi “Non può non piacerti”: abbiamo Leonardo DiCaprio, abbiamo gli anni Venti, abbiamo Lana Del Rey che miagola Will you still love me, when I’m no longer young and beautiful?, che poi si torna a casa e la si ascolta a ripetizione dondolando la testa avanti e indietro con lo sguardo fisso nel vuoto. Ma proprio per tutte queste aspettative, ma magari anche perché tra i tanti significati del termine hype c’è “inganno”, sono uscita dalla sala profondamente turbata, incapace di esprimere un qualsivoglia giudizio.

Confesso di non rientrare nell’amplissima parte di mondo che ha letto Il Grande Gatsby: probabilmente saremo rimasti solo io e un cane a non averlo fatto (anzi, no, anche il cane), e conoscevo la storia a tratti molto larghi. Nick Carraway è un agente di Borsa che decide di passare l’estate a Long Island, affittando un cottage dall’altra parte della baia rispetto al palazzo in cui vive una sua lontana cugina, tale Daisy Fay, sposata Buchanan, qui una Carey Mulligan bellissima e insulsa, quindi perfetta per la parte. Il vicino di casa di Nick, Jay Gatsby, è per parte sua un Leonardo DiCaprio che per bravura si mantiene sempre una spanna sopra tutti gli altri, e che organizza feste principesche conducendo una vita da nababbo nella speranza di attirare nella propria magione Daisy, amore giovanile mai dimenticato. Ogni azione compiuta da Gatsby dal momento della separazione dall’amata fino alla fine è tesa a coronare il suo sogno di una vita felice con lei, intrappolata in un arido matrimonio nel quale per giunta si avverte sempre la scomoda presenza dell’amante del marito, Myrtle.

Chiaramente un amore così puro e ostinato e cieco non può trovare spazio in una scintillante società basata sulla convenzione, sull’apparenza, tutta dedita a idolatrare i propri dei di plastica. A rappresentare questi ultimi  ci pensa il cartone pubblicitario di un oculista: un gigantesco paio di occhi che incombe, indifferente, sulla miseria umana dello squallido distretto operaio che i personaggi attraversano quando lasciano la ricchezza sfrenata della baia di Long Island per gettarsi nella frenetica Manhattan.

Quello che più emerge da questa vicenda è la disperata solitudine di ognuno: Gatsby in primis, anfitrione di feste amatissime ma del cui passato nessuno sa niente, e che nessuno si prende la briga di vegliare nel suo ultimo sonno; ma anche lo stesso Nick Carraway, eterno voyeur, complice sì ma sempre esterno, osservatore dei festini volgari di Tom Buchanan con l’amante e della storia d’amore di Gatsby con Daisy. Alla fine dei conti, nauseato dalla gente e dall’alcol è in Gatsby che Nick ripone tutta la propria ammirazione, riconoscendo in lui l’affine esclusione dal mondo.

Quando ho saputo che Luhrmann stava curando la trasposizione del Grande Gatsby ho pensato: “Figata”. Se è l’eccesso che vogliamo portare in scena, la sfrenatezza di un’epoca dove il proibizionismo comportava che si sbocciasse champagne come acqua minerale, e lo scotch fosse la migliore colazione possibile allora ci serve il kitsch di Luhrmann, ci serve qualcosa che ci faccia girare la testa, inebriare e stordire come solo le bollicine sanno fare. Il problema è che questo avviene anche troppo, e come Carraway rinchiuso in clinica a disintossicarsi (escamotage narrativo non presente nel romanzo) alla fine anche lo spettatore si sente saturo di immagini che non sono sempre una gioia per l’occhio, di cui parecchie realizzate al computer, e posticce, per non citare il fastidiosissimo punto di vista dell’aeroplano, assolutamente gratuito e da capogiro. Se da una parte i costumi sono semplicemente sensazionali, e ucciderei per un pezzo della collezione disegnata appositamente da Tiffany, permane un vago senso di malessere e straniamento; si risolleva però con la colonna sonora, da tanti criticata ma secondo me perfetta. Si sa che quando si parla di anni Venti uno si aspetta Cole Porter, ma lui ci era stato dato in abbondanza già da Woody Allen, e  Baz non è Woody che ci porta indietro nel tempo, Baz porta il tempo da noi: dopo averci concesso la Rhapsody In Blue tocca a Jay-Z e ai suoi amici intrattenerci: anacronistico ma azzeccato, perfetto nel parallelismo tra la mondanità scatenata e superficiale di allora e quella sostanzialmente identica di adesso. E poi, cosa ci aspettiamo da uno che ha messo Madonna nella Montmartre del 1899?

Ecco, già che ho citato la Montmartre del 1899: Luhrmann si adagia un po’ sui fasti passati e recupera qualche bozzetto. Quindi abbiamo un Nick Carraway che è senza tanto sforzo un Christian che vent’anni dopo lascia Parigi e si trasferisce a West Egg, mentre per certe scene, come il primo incontro tra Gatsby e Daisy e la camera ardente di Gastby, attinge a piene mani da Romeo + Juliet, già che aveva funzionato allora chissà oggi.

Quindi tanta fedeltà al romanzo – va riconosciuto – ma anche a se stesso in maniera quasi disperatamente forzata, in un compromesso non del tutto malriuscito, anzi, ma che comunque non si mantiene pienamente all’altezza delle enormi aspettative, che si infrangono come il grande sogno americano.

Poi, io sono ancora qui turbata che ascolto Lana Del Rey.

Discussion

4 comments for “Il grande Gatsby
(Baz Luhrmann, 2013)”

  1. Io ho trovato questo film imbarazzante. Erano anni che non vedevo una roba così sfacciatamente brutta. Di Caprio proprio non ha nulla di Gatsby e la regia è imbarazzante tanto è ridicola. Le musiche poi non parliamone… film da buttare e dimenticare, solo che è talmente brutto che faccio fatica. Fastidioso e Imbarazzante. Non so se mi ha dato più noia vedere gli anni venti trasformati in una discoteca per transessuali o vedere Gatsby diventare un bamboccione dalla faccia tonda e senza il minimo mistero. Spero di scordarmi velocemente di sto scempio, più ci ripenso più mi sale la rabbia…
    Con Affetto,
    Marnie :)

    Posted by Marnie | June 9, 2013, 3:15 pm
  2. A me invece è piaciuto, ma ormai ho capito di essere un animo semplice che si conquista con poco.

    Probabilmente il fatto che non abbia mai amato il romanzo mi ha aiutato, ma devo dire che non l’ho trovato affatto male.

    Il mix fra diversi tipi di musica, così come la messa in scena, forse non è all’altezza dei precedenti lavori camp del regista ma comunque molto efficace, capace di riportare allo spettatore comune lo spirito di un epoca molto meglio delle riprese originali degli anni ’20 e per quanto mi riguarda Di Caprio dopo essere stato un ottimo Romeo è un Gatsby indimenticabile.

    Comunque, mi è venuta una gran voglia di vedere il film del 1974, ma trovarlo si sta rivelando un vero inferno.

    Posted by pilloledicinema | June 12, 2013, 7:52 pm
  3. Nei suoi momenti migliori, TGG ha davvero un che di ipnotico – come di doposbornia, sì, ma di quelli in cui hai l’impressione che qualcosa di importante sia rimasto appiccicato ai fondi, qualcosa di fuggevole e vago che per quanto ti sforzi non ti riesce di riafferrare.

    Il problema è che i momenti migliori sono pochi – la sequenza delle camicie, il confronto a cinque nella camera d’albergo in qui le parti finalmente si scoprono – mentre tutto il resto annaspa. A partire dalla messinscena: troppa CGI posticcia, troppa ‘superficie’ per un film che vuole (vorrebbe) giocare in profondità. E poi buon dio, quell’inquadratura col faccione di Maguiere sovraimpresso alle finestre del caseggiato di fronte ha tolto OGNI credibilità alla supposta ‘visione estetica’ di Luhrmann. Tipo per sempre.

    Ma volendo su tutto questo si potrebbe anche soprassedere. Il vero limite del film è che, da ultimo, non sa da che parte andare. Cosa dobbiamo pensare di Gatsby? Uno dei Grandi Sognatori Americani, o uno che ha confuso la felicità con gli abiti firmati che si fa inviare dalla Gran Bretagna? In Fitzgerald l’intento demistificatorio era – mi sembra – abbastanza chiaro. Qui, dietro belletti lustrini e doppiopetti, un po’ meno: l’exposé diventa spettacolo, e nemmeno DiCaprio basta a rimettere tutto in prospettiva.

    Poi, io sono ancora qui turbato che ascolto Lana Del Rey.

    Posted by Folquet | June 26, 2013, 11:06 pm
  4. Quoto. Non puoi avere tra le mani un personaggio così, interpretato da un attore così e limitarti a girarci attorno. Più o meno come successe nel ’74 con Redford che, per inciso, è forse un po’ meno bravo di Leo ma fottutamente più carismatico.

    Posted by Michele Salvioni | December 18, 2013, 2:25 pm

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