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Il matematico, il fisico e il pittore.
BritBioPics alla conquista delle sale italiane

Non so se sia per colpa degli Oscar, o se sia una sorta di congiura della lobby dei distributori italiani, ma fatto sta che nelle ultime settimane le sale del nostro Paese si sono affollate di film biografici ad alto contenuto Brit. Avendo sempre provato una notevole attrazione per il cinema made in UK, vedere una settimana dietro l’altra tre pellicole inglesi (in lingua originale, s’intende) mi fa pure piacere. Detto questo vi premetto che non spenderò solo parole di lode. La mia predilezione per l’accento inglese non ha offuscato il mio spirito critico, dopo tutto.

Vorrei pertanto abbozzre una riflessione su tre biopic inglesi (o quantomeno in parte inglesi, due su tre sono difatti delle coproduzioni) usciti in questo periodo: The Imitation Game, The Theory of Everything e Mr. Turner. Partirò con il primo, che è anche in un certo senso il più convenzionale, per poi spostarmi sulla storia della vita della moglie di Hawking (e qui dovreste già capire che non ho apprezzato), per poi chiudere con il più interessante ritratto d’artista visto in anni (e qui invece si capisce che questo, a differenza del precedente e per dirlo alla fiorentina, ‘mi è garbato un sacco’).

The Imitation Game, diretto da Morten Tyldum (un norvegese al suo quarto film, pluripremiato nel suo paese nativo ma che, sinceramente, non avevo mai sentito nominare), vede il sempre grandioso Benedict Cumberbatch interpretare il matematico Alan Turing, e tra i suoi comprimari Matthew Goode (aka Finn Polmar in The Good Wife), Mark Strong, Charles Danes e la sempre pessima Keira Knightley.

La storia è mediamente nota e coinvolge la seconda guerra mondiale, l’indecifrabile codice Enigma usato dai tedeschi per scambiarsi informazioni militari e l’invenzione del primo computer, quello che permise appunto di decodificare Enigma, e quindi di vincere la guerra. A questo si aggiungono un pugno di vicende personali (vedi l’omosessualità di Turing) e il drammatico finale.

Riprendendo quanto dicevo prima, The Imitation Game, si presenta come un prodotto assolutamente convenzionale. Lo stile narrativo ricorda molto un altro film inglese di ampio successo del 2010, ovvero Il discorso del Re, e richiama la qualità e la struttura narrativa di certe ottime produzioni della BBC. Il film di Tom Hooper e quello di Tyldum hanno molto in comune, così come un altro film inglese (che però ha come protagonista una donna), The Queen (Stephen Frears, 2006). Tutti questi film raccontano storie di personaggi importanti e utilizzano la rappresentazione di vicende personali, per riuscire a raccontare momenti fondamentali della Storia con la S maiuscola. I due membri della famiglia reale, ovviamente, hanno una valenza iconica per gli inglesi molto superiore a quella di Turing, tuttavia The Imitation Game si inserisce, con successo direi, all’interno di quello stesso filone, un filone che sta riscuotendo favore di pubblico e critica in tutto il mondo occidentale.

Purtroppo, oltre a far conoscere al grande pubblico la storia di un uomo che grazie al suo intelletto aiutò a far vincere la guerra, il film non aggiunge molto altro. D’altro canto, come dicevo prima l’altro elemento che lo rende convenzionale è la rassomiglianza con certi prodotti della BBC. Non mi riferisco solamente allo scontato riferimento a Sherlock (che in ogni caso è inevitabile), ma penso anche a altre miniserie ambientate poco prima della seconda guerra mondiale come Spies Of Warsaw con David Tennant tratto dall’omonimo romanzo di Alan Furst, o anche a Parade’s End sempre con Benedict Cumberbatch di cui avevo scritto un paio di anni fa. Tutti prodotti che, attraverso storie personali (pure melodrammatiche), raccontano – con dignità ed eleganza, ma senza lampi – momenti importanti della storia della Gran Bretagna. Intendiamoci, la mancanza di innovazione non è una critica assoluta al film, che in realtà – come gli altri che ho citato – è un prodotto di alto livello, ben scritto e strutturato. Un film assolutamente godibile, i cui unici due difetti sono Keira Knightley e la mancanza di una mano registica un po’ più forte, capace di distaccarsi dal già visto. Detto questo non c’è scritto da nessuna parte che tutti i film debbano innovare: it is not mandatory.

Quello che invece dovrebbe essere fondamentale, specialmente quando ci si trova d’innanzi a un film biografico è non limitarsi al melodramma, alle puccioserie sentimentali (sì sono cinica, uccidetemi), e dimenticarsi quali sono gli elementi fondamentali per riuscire a costruire i personaggi. Mi sto ovviamente riferendo a The Theory of Everything. Un film che doveva raccontare la vita di uno dei più grandi fisici e innovatori del nostro tempo, ma che si limita ad essere un semplicissimo filmetto sulle difficoltà di coppia quando uno dei due è un malato terminale e costretto a passare la vita immobile su una sedia a rotelle. Ovvero: un film in cui è irrilevante che i personaggi abbiano una controparte (ancora in vita) nel mondo reale, e in cui il nome Hawking serve solo come etichetta di marketing, per portare più gente al cinema e (evidentemente) a far vincere premi su premi sia all’interprete che al film stesso.

Qualche merito – se proprio – lo si deve riconoscere a Eddie Radmayne: non è certamente facile riuscire a interpretare la lenta evoluzione di una malattia senza cadere nel ridicolo. Il problema è che a partire da circa metà film le sue capacità di movimento si riducono praticamente a zero, lasciando così sola sulla scena la povera Felicity Jones, che forse un giorno riuscirà a diventare pure una buona attrice, ma che al momento si colloca tra lo sconfortante e il ‘ma chi te l’ha fatto fare’. Sia la sceneggiatura che la regia poi non aiutano a rendere la situazione migliore. Come dicevo prima, i personaggi sono a dir poco mal tratteggiati. Il genio di Hawking viene relegato a un paio di scene e la scrittura del suo testo più famoso (A Brief History of Time) a dieci parole battute al computer e alla inquadratura di una copertina. Pare insomma che a differenza del film di cui ho discusso sopra, la parte importante della storia, quella che dalla vicenda umana porta alla S maiuscola, sia irrilevante in questo film.

Intendiamoci: di nuovo, it is not mandatory. Non c’è scritto da nessuna parte che tutti i film biografici debbano creare collegamenti con la S (Mr. Turner è un magistrale esempio di ciò). Però se non si è interessati a quell’aspetto si deve fare un lavoro ancora maggiore sulle vicende umane, e non ci si può limitare alla misera messa in scena dei classici clichés del genere. Insomma, se mi vendi un film su Stephen Hawking, pretendo di vedere un film su di lui e non su una coppia che casualmente è omonima. Non a caso il film è tratto dalla biografia non del fisico, ma della ex moglie interpretata dalla Jones. Forse è per questo che forse manca di mordente e di interesse. Un proficuo confronto, per farvi capire meglio quelle che sono le lacune di The Theory of Everything, può essere fatto (lo hanno già proposto in molti lo so, ma vale la pena ricordarlo) con il filmTV prodotto da BBC, interpretato Cumberbatch. Uscito nel 2004, Hawking è tutt’altro che un prodotto perfetto, pecca infatti di un eccesso retorico e di didascalismo, inoltre Cumberbatch (allora ventisettenne) cade un po’ nei classici problemi interpretativi che molti hanno quando si trovano a dover interpretare un personaggio malato. Ciò nonostante, questo film per la TV riesce dove The Theory of Everything pecca. Ci mostra, cioé, il processo mentale e di vita che ha portato alla formulazione della suddetta teoria del tutto. Insomma: perché intitolare un film La Teoria del Tutto se non c’è il minimo interesse nella sua, non dico spiegazione (è un film, non una lezione di fisica), ma quantomeno, evoluzione?

Nota: visto il numero di premi che il film sta collezionando, può darsi che chi legge non concordi minimamente con queste mie osservazioni, ma ogni tanto è giusto ascoltare pure qualche voce fuori dal coro.

Infine c’è Mr. Turner. Un film che ci vorrebbero pagine e pagine per descrivere appieno. Sono sicura che molti periodici di cinema lo faranno o lo hanno già fatto ai tempi di Cannes 2014. Quest’ultima bellissima fatica di Mike Leigh è stata infatti presentata alla Croisette lo scorso maggio ed è valsa a Timothy Spall (qui in Italia principalmente conosciuto per il Peter Minus di Harry Potter) la vittoria del premio come miglior interpretazione maschile. Mike Leigh riesce con questo film a raccontare la vita (o meglio gli ultimi venticinque anni di vita) di uno dei più grandi maestri nella storia dell’arte mondiale – sicuramente di quella inglese. Riesce a raccontare l’uomo che ha anticipato l’impressionismo, il pittore della luce, senza essere mai didascalico. In effetti, lo fa senza mai inserire una didascalia (cit. Secondavisione 03/02/2015). Senza mai preoccuparsi, cioé, che lo spettatore abbia tutte le coordinate di luogo e tempo per orientarsi completamente nelle vicende narrate.

Mike Leigh opta per una soluzione completamente agli antipodi rispetto a quella a cui siamo normalmente abituati e ci pone davanti a un quadro senza targhetta. La narrazione è lasciata andare avanti, nello scorrere naturale degli eventi della vita. Eventi banali, che non necessariamente sono importanti, o essenziali, in cui la sensazione del passare del tempo viene principalmente fornita solo dall’aumento dell’eczema della cameriera di Casa Turner (cit. Secodavisione again). E a interpretarli, questi eventi, c’è un attore di una bravura immensa che mette in scena un Turner corporeo: grugnisce, mangia, beve e scopa. Ovviamente discute pure e si confronta con altri artisti, e ovviamente dipinge disegna e ricerca. Ma con una naturalezza e una scorrevolezza che non è comune a molte altre pellicole biografiche. Leigh, come faceva Turner, gioca con le luci e la fotografia. La palette del film tende verso i colori caldi, pescando tra i gialli, i marroni e i verdi (sì, lo so che il verde non è un colore caldo) che sono pure presenti in molti dei lavori del pittore, in particolar modo nel suo ultimo periodo. La regia indugia sui panorami e sugli sguardi.

L’assenza di una narrazione classica (non dico dei tre atti ma anche banalmente di una benché minima struttura di evoluzione drammatica degli eventi), è in assoluto il punto di maggiore forza di questo film, che in due ore e mezza riesce a delineare con luci, colori e corpo il ritratto di un grande artista e del suo tempo. E che inoltre riesce a farlo senza lasciarsi andare a glorificazioni di alcun tipo. Mr. Turner, non viene mai dipinto come un grande uomo, tutt’altro, è piuttosto un individuo burbero e odioso, astioso e estremamente pieno di sé. In alcun modo Leigh cerca di nobilitare l’uomo di fronte alla sua arte. Ed in questo, nuovamente, sono l’interpretazione e i grugniti di Spall a farla da padrone.

Insomma: tre film molto diversi tra loro. O meglio: due film che hanno qualcosa in comune di cui uno funziona l’altro fallisce, e un capolavoro che riesce a fare quella cosa che prima definivo not mandatory, ovvero portare qualcosa di nuovo e non scontato sullo schermo.

Esiste una tendenza nel cinema made in UK? C’è una certa propensione a raccontare la propria storia attraverso la messa in scena di biografie e vicende di uomini che hanno intrecciato la Storia del paese? Certamente sì. Potremmo qua metterci a fare una lista di film inglesi usciti nell’ultimo decennio che lo confermano (sarebbe noiosissimo, temo, quindi non è mia intenzione farlo: ma senza sforzarmi particolarmente mi vengono in mente i recenti Pride, The Railway Man, Histeria, Elisabeth, The Queen, We Want Sex a cui si aggiungono le produzioni citate precedentemente). Questo significa qualcosa? Ci possiamo leggere dietro interconnessioni tra la situazione inglese contemporanea e la necessità di rievocare i grandi successi della Storia del Paese? Non saprei. Rimando le speculazioni ermeneutiche a luoghi più opportuni, e per il momento mi limito a osservare la cosa – e a lasciare l’interpretazione a qualche buon culturalista inglese, che ne sa più di noi (e sicuramente più di me).

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