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Sushi | Insight

Mostrare i mostri.
Archetipi della narrazione e mutazione del genere ne Il racconto dei racconti

Una compagnia girovaga di attori e saltimbanchi ci introduce per le contrade di tre reami passati (o futuri?), scenario di altrettanti racconti intrecciati di passione e ossessione. È la storia immortale dell’umanità che, nel voler realizzare le proprie fantasie, non si arrende al mutamento, legge incrollabile del destino, della vita e della narrazione.

Una regina disposta a qualsiasi sacrificio pur di poter generare un erede stringe un patto col diavolo e immola la vita di un drago, assieme a quella del consorte, pur di generare una nuova vita. Il rito nefasto coinvolge anche una giovane popolana che, a sua volta, darà alla luce un figlio identico a quello della regina…

Un re libidinoso, ebbro di amor carnale, s’invaghisce a distanza di una donna, incantato dal suono della sua voce e dal mistero sulla sua identità. La donna è una vecchia che vive in solitudine con l’anziana sorella. Per non perdere i favori del re e le lusinghe della seduzione, le due cercheranno di mascherare la verità a tutti i costi…

La figlia di un sovrano sogna l’amor cortese. Il re ammaestra una pulce gigante. La principessa, complice un bizzarro torneo indetto dal sovrano, passerà dall’oppressiva protezione del padre al pietroso talamo nella grotta di un orco…

È prerogativa dei grandi autori mischiare le carte rimanendo coerenti alla propria cifra espressiva, provare a battere sentieri inesplorati nel solco già tracciato dei propri riferimenti culturali, giocare con le fonti e gli stilemi per produrre qualcosa di nuovo e personale.

Il film fantastico, la fiaba cinematografica, di Matteo Garrone ribalta come un guanto tutto ciò cui lo spettatore attento si era abituato, mantenendo però la stessa stoffa. Se il Garrone di Reality, Gomorra, Primo amore, L’imbalsamatore raccontava la realtà come se fosse una finzione, ne Il racconto dei racconti la finzione viene raccontata come se fosse realtà. Dice il regista: “Nei miei film precedenti trasfiguravo il reale nel fantastico, qui accade il contrario: abbiamo proceduto per sottrazione, abbiamo cercato la credibilità, la sensazione che le cose stessero accadendo realmente”.

Lo scenario del film è un sincretico montaggio di alcuni suggestivi scorci naturali e meraviglie architettoniche del nostro Belpaese (Palazzo Reale di Napoli, Castello di Sammezzano di Regello, Palazzo Vecchio a Firenze, città di Bagnoregio a Viterbo, Grotte di Dio a Mottola, Gole dell’Alcantara in Sicilia, Castello di Roccascalegna in Abruzzo, Castello di Donnafugata a Ragusa, cave di Sovana a Grosseto e il celebre Castel del Monte…). Non spaventi la lunghezza dell’elenco, l’effetto cartolina è accuratamente evitato e la singolarità dei luoghi si fonde, nel ritmo del racconto, in una pluralità di spazi funzionali alle vicende narrate. Scenari che sembrano paradossalmente attinti dalla matita di un ispirato illustratore piuttosto che dalla realtà. Dimensioni che, perdendo ogni specificità, mantengono inalterata la loro sconvolgente bellezza. Bellezza di cui i personaggi non sembrano accorgersi, affacciati sugli abissi più o meno luminosi delle loro coscienze.

La natura rappresenta il meraviglioso, il magico, la forza degli elementi. Il drago marino vive immerso nell’acqua dove i suoi figli si rifugiano per allontanarsi dalle convenzioni sociali che li vorrebbero separare. La pulce diventa un’ossessione totalizzante per il sovrano, tanto da legare il destino della figlia a un torneo sul riconoscimento del vello del parassita ematofago, cresciuto mangiando sangue blu e costate. La vecchia che vorrebbe tornare giovane riesce nel suo intento grazie all’intervento di una druida che vive a contatto con la natura, nei boschi, lontano dalla civiltà. La natura, e con essa l’elemento magico e fantastico, è destinata a soccombere alla forza della volontà umana, salvo ottenere, sul lungo termine, un riscatto beffardo.

Il cinema di Garrone è sempre stato anche un cinema di facce, di corpi, di presenza scenica. Siamo ancora dinanzi a un film fortemente fisico, di personaggi che non si arrendono alla morte, di bramosia, affanno e rinascita, di fame di esperienze, di legami di sangue, di mostri e mutazioni, di cupidigia. Anche e soprattutto un cinema di volti che bucano lo schermo (i gemelli Christian e Jonah Lees, Franco Pistoni, la nostra Rohrwacher e, su tutti, Bebe Cave). Cast con star internazionali (Hayek, Cassell, Reilly…) che fanno respirare l’aria della Cinecittà dei tempi che furono, al di là delle difficoltà nel trovare finanziatori (i produttori di una volta, quelli ormai non ci sono più).

Il gioco di riferimenti e suggestioni, citazioni esplicite e implicite, rimandi e ammiccamenti è un labirinto di specchi nel quale ci si può piacevolmente smarrire. Il cinema presta il fianco a questo tipo di analisi e in più la scelta del soggetto (Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, pubblicato a Napoli per la prima volta, secondo le fonti, tra il 1634 e il 1636) offre, a chi ne abbia voglia, una serie di chiavi interpretative già fortemente schematizzate.

Si potrà parlare a ragion veduta di genere fantasy e sua declinazione, ci si potrà addentrare nella morfologia della fiaba e nella sua portata universale e metaforica. La ricerca degli archetipi narrativi e iconografici in dialogo con gli agganci al presente, l’eterno ritorno di temi sempre attuali ma ogni volta diversi a seconda delle epoche.

Si potrebbero tirare ponti sospesi verso altri film, altri registi. In ordine sparso molti critici hanno già fatto riferimento a Fellini, Bava, Shyamalan, Sokurov, Monicelli, Comencini (solo per limitarsi alla “riserva indiana” del cinema, ma si potrebbe parlare di letteratura, storia dell’arte…).

Seguendo la sensibilità e la cultura dello spettatore il film si svela nella sua caleidoscopica varietà di suggestioni. Habent sua fata libelli: in certe atmosfere da parabola esistenziale, nei regni antichi fuori dal tempo e dallo spazio, si ritrovano alcuni racconti di Buzzati (anche, a ben vedere, nell’episodio del drago). Parlando di Fellini invece, si pensa, forse più che al Casanova, al Fellini-Satyricon, film in cui un regista-autore prende un’opera letteraria classica e la plasma a propria immagine e somiglianza, agganciandosi al presente e trasformandola anche, ma non solo, in un esercizio di stile: Garrone – Il racconto dei racconti.

Al netto dei mille echi possibili, la forza, l’incanto e la meraviglia del film di Garrone scaturiscono paradossalmente dalla sua unità. Dalla potenza figurativa e dalla solida struttura narrativa che lasciano intendere un mondo di significati e immagini vibranti; non tanto di “citazioni” quanto bensì di “retroterra”. Il film non cita, non ammicca, non plagia, non tributa. Questo film mostra e attraverso il mostrare racconta. Garrone inquadra la punta dell’iceberg e suggerisce che sotto la superficie dell’acqua sussista un mondo ancor più vasto di quello che si offre alla vista.

Da vedere e rivedere.

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