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retrospetti

Il volto di un’altra
(Pappi Corsicato, 2012)

Pasquale Corsicato, meglio noto con lo pseudonimo di Pappi, è un regista che nella sua carriera ha diretto di tutto. Ultimamente, per dire, ha diretto lo spot contro l’omofobia presentato al Palermo Pride. Ma la sua carriera è forse una delle più eterogenee alle nostre latitudini: film, pubblicità, videoclip, opere liriche e, soprattutto, documentari. Specialmente sull’arte contemporanea, questi ultimi: e in questo senso non stupisce la sensibilità visiva che il regista napoletano riversa, da sempre, sui suoi progetti per il grande schermo.

Dal punto di vista prettamente filmico, invece, i suoi riferimenti più riconoscibili portano dalle parti dello spagnolo Pedro Almodóvar, di cui peraltro è stato collaboratore sul set di Átame! (1990). Chiariamoci subito: di fronte all’estetica camp di Corsicato si può storcere il naso quanto si vuole, ma non vi sono dubbi (per me, dico) che dietro ai colori saturi delle sue scene surreali ci sia uno dei pochi registi italiani capaci di portare avanti un discorso cinematografico autonomo e coerente con una personale idea autoriale.

Al centro de Il volto di un’altra c’è Bella – Laura Chiatti – la conduttrice di un programma televisivo sulla chirurgia estetica, in cui suo marito René – Alessandro Preziosi – esegue interventi ad uso della telecamera. Bella, che in quanto Laura Chiatti è bella di nome e di fatto, viene però licenziata. Gli ascolti calano, e il produttore dello show e presidente del canale tv decidono che la colpa è sua. Anche della bellezza, dopo tutto, ci si stanca.


Capità però che un provvidenziale incidente riporti Bella agli onori della cronaca. Mentre lei e il marito decidono di approfittare della situazione per tornare in televisione in pompa magna, fuori dalla clinica dove è ricoverata si raduna il circo mediatico e il suo codazzo scarsamente istruito: e se fuori della clinica c’è gente modesta che idolatra roba tipo La vita in diretta, i benestanti all’interno, con l’ultimo numero di Chi tra le mani, non sono da meglio.

Di Cultura insomma se ne respira poca: ma poco importa. Al centro dei film di Corsicato campeggia un tema psicologico ricorrente, quello della donna forte e indipendente costretta a interaggire con uomini assolutamente non alla sua altezza: e Bella, in questo senso, non prende lezioni da nessuno. Parente prossima delle protagoniste de I buchi neri (1995) o Il seme della discordia (2008), lei come le altre si trova a doversi confrontare con uomini inadeguati e, più in generale, con il lato più viscido e appiccicaticcio dell’universo maschile.

Il tono della narrazione è, come di consueto, a metà strada fra il surreale e il grottesco. Anzi, sembra che il regista abbia volutamente caricato la recitazione, costumi e scenografie, per rendere evidente il carattere ‘finto’ di molti passaggi. In special modo va letto in questa luce il rapporto coniugale dei protagonisti, il cui ovvio carattere artefatto è sempre ben evidente agli occhi dello spettatore. Sia la Chiatti che Preziosi si dimostrano capaci di rispondere alla perfezione a questa linea d’interpretazione: le loro scene a due sono probabilmente le migliori del film, insieme a quelle dove il popolino si aggira, famelico, fuori dai cancelli della clinica, alla ricerca di un microfono e una telecamera per apparire in video, e quindi esistere, almeno un paio di secondi.

Altrove, invece, l’universo debordante del film satura lo sguardo, e si risolve in un impatto visivo studiato, e anche gratificante, ma – alla lunga – stancante. Ma d’altronde a me ‘sto discorso che un regista debba prima di tutto mettere sotto al naso di chi guarda delle belle immagini sembra davvero uno dei tanti falsi miti della contemporaneità.

Comunque: se dal punto di vista formale il film presenta pregi e difetti, passando allo schema narrativo le cose vanno peggio e basta. Specialmente i personaggi soffrono molto di una certa mancata evoluzione: tutte le relazioni e le interazioni che li coinvolgono non vengono sviluppate manco per sbaglio, la quasi totalità di quello che ci viene mostrato di loro è irrilevante, o addirittura contraddittorio. Il movimento dei protagonisti dalla situazione A alla situazione B c’è, ma come avvenga e per quali moventi, il film non lo dice. Certo, stiamo parlando di una commedia nera dai toni surreali e grotteschi, ma appunto per questo – dico io – a che serve caricare senza sosta i suoi elementi portanti, già dati fin dall’inizio e poi sbattuti di scena in scena senza evoluzione, ricominciando perennemente da zero a tessere le fila del proprio interno sentire, finchè non arriva la conclusione?

Ma soprattutto quello che non convince è la chiusura della vicenda, buonista da un lato e, come al solito, sospesa in aria e pateticamente grottesca dall’altro. Insomma, proprio come il fantomatico asteriode di cui si parla per tutto il film, la montagna ha partorito un topolino. Dalla foggia originale e dai colori sgargianti, ma comunque un topolino.

Discussion

9 comments for “Il volto di un’altra
(Pappi Corsicato, 2012)”

  1. Premesso che di Corsicato ho visto solo Il seme della discorda, devo dire che una cosa, leggendo questo pezzo, mi sfugge: all’inizio gli riconosci una voce personale, un’autonomia espressiva perfino unica nel nostro cinema, poi però (se capisco bene) finisci col criticare il suo manierismo a tutti i costi, il carattere troppo ‘costruito’ del suo universo visivo.

    Ora a me pare che le due cose debbano andare insieme: marca d’autore e messinscena. Mi sono perso qualcosa?

    (peraltro a Corsicato andrebbe riconosciuta anche la sanissima abitudine di prender su della gran patata per i suoi film: ma su questo mi sembra che siamo d’accordo)

    Posted by Folquet | January 5, 2014, 8:36 pm
  2. Dobbiamo intenderci però.
    Un conto è avere una propria visione estetica originale e, almeno per il nostro Paese, decisamente fuori dal coro. Un altro conto è strofinare in faccia allo spettatore questa estetica fatta di costumi, scenografie e location curate dove la macchina da presa si trova a suo agio, credendo che questo basti a fare un buon film.

    Sono onesto, a me l’estetica di Corsicato non mi fa impazzire, ma in mezzo al nulla o al paratelevisivo è comunque qualcosa che non umilia l’occhio come fanno moltissimi registi italiani. Si vede studio e voglia di girare bene e io non posso non ringraziare.
    Ma la marca d’autore mi sta bene fino a quando non si atrofizza nel mero compiacimento estetico e basta. Io dico che ci vuole anche altro.
    Pedro, che Pappi ben conosce, è sì ben riconoscibile esteticamente, ma ogni suo film è comunque più di qualche tema principale inserito in una sequenza di immagini che si possono facilmente attribuire a chi le ha girate.
    Stesso discorso lo si potrebbe fare per Burton (almeno fino a un certo punto della sua carriera).
    Pappi Corsicato invece lo vedo un po’ fermo. Crea la scena, i bei costumi, li fa indossare a patate niente male e sì ferma lì. Ecco non vorrei che fosse manierismo e basta (in questo caso Raffaello Sanzio verrebbe interpretato da Pedro Almodóvar ovviamente). Sì c’è il tema della donna forte e degli uomini deboli. Sempre. E poi? Poca roba e questo film, per quanto mi riguarda, è comunque superiore a Il seme della discordia.

    Posted by pilloledicinema | January 6, 2014, 3:09 am
  3. Diritti, Gaglianone, Crialese, Soldini, Ferrario (anche Virzì, Luchetti, Salvatores e Tornatore se sono un buona) per non citar Garrone, Sorrentino e Moretti…
    Se penso al cinema italiano Pappi non mi viene proprio in mente come primo nome, chiedo scusa.

    Posted by Zampa | January 7, 2014, 6:46 pm
  4. Sono contento di vedere tutti questi nomi importanti qui riuniti, ma onestamente non afferro la domanda/critica.
    Non mi pare di avere mai detto che se si pensa all’Italia del cinema il primo nome che salta fuori è Pappi Corsicato. Sia pure stringendo il campo ai viventi.
    E del resto se penso io al cinema italiano, i nomi di Gaglione o Ferrario non li avrei mai fatti.

    Posted by pilloledicinema | January 8, 2014, 12:39 am
  5. Tu dici “in mezzo al nulla o al paratelevisivo di molti registi [...] l’estetica di Pappi [...] moltissimi registi umiliano l’occhio”.
    Volevo semplicemente dire che, secondo me, il cinema italiano -anche oggi- ha tenti buoni registi su cui si potrebbero fare discorsi più o meno “autoriali”.
    E pappi, non me ne voglia, sono solo giudizi soggettivi da spettatore, non vale la mano sinistra di un Gaglianone.

    Posted by Zampa | January 8, 2014, 8:44 am
    • Poi sono d’accordo con la recensione, la “critica” era sull’espressione “nulla o paratelevisivo”, insomma, a me non pare che le cose stiano prorio così…

      Posted by Zampa | January 8, 2014, 8:45 am
  6. Capito. E quello che dici tu mi sta bene fino a quando parliamo di film che non prevedano il sorriso dei loro spettatori come elemento principale.
    Pappi infatti è uno che gira commedie, mondo che da noi è un territorio frequentato proprio dal nulla o dal paratelevisivo più degli altri.

    Accostare un Ruggine a questo film è forzare un po’ le cose. Ruggine mi è piaciuto molto, ma quando sono uscito dal cinema ero talmente scosso che stavo facendo un incidente con la macchina (true story).
    Invece dopo questo mi sono andato a mangiare un panino con la milza.

    Lo stesso Virzì fa commedie all’italiana, alcune molto belle, ma con delle cifre un po’ diverse.

    Di quelli lì solo Sorrentino con L’amico di famiglia e Il divo mi pare che possa giocare allo stesso gioco di Corsicato.
    Ma a quel punto il buon Pappi si ritroverebbe in mutande dopo manco mezz’ora.

    Posted by pilloledicinema | January 8, 2014, 6:16 pm
    • Sìsì certo, infatti io non pensavo ai generi ma al cinema nazionale in generale.

      (Di Gaglianone ti consiglio tantissimo, se non lo conosci già, “I nostri anni”).

      Posted by Zampa | January 8, 2014, 7:37 pm

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