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Il volto di un’altra
(Pappi Corsicato, 2013)

Pasquale Corsicato, meglio noto con lo pseudonimo di Pappi, è un regista che nella sua carriera ha diretto di tutto. Ad esempio ultimamente ha diretto lo spot contro l’omofobia presentato al Palermo Pride. Ma la sua carriera è forse una delle più eterogenee alle nostre latitudini. Film, pubblicità, videoclip, opere liriche e, soprattutto, documentari. Specialmente sull’arte contemporanea e in questo senso allora non stupisce la sensibilità visiva con cui il regista napoletano ha da sempre impregnato i suoi lavori per il grande schermo.

Dal punto di vista prettamente filmico invece i suoi riferimenti più riconoscibili portano dalle parti dello spagnolo Pedro Almodóvar di cui peraltro è stato collaboratore sul set di Átame! (1990).

Ora, si può storcere il naso quanto si vuole davanti al contesto camp dei film di Corsicato, ma non vi sono dubbi che dietro ai colori saturi che dipingono le sue scene surreali ci sia uno dei pochi registi italiani capaci di portare avanti un discorso cinematografico autonomo e coerente con la sua idea autoriale.

Al centro de Il volto di un’altra c’è Bella – Laura Chiatti – la conduttrice di un programma televisivo sulla chirurgia estetica in cui suo marito René – Alessandro Preziosi – esegue gli interventi per mostrarli in tv. Bella, di nome e di fatto, viene però licenziata. Gli ascolti calano e produttore dello show e presidente del canale tv decidono che la colpa è sua. Anche della bellezza ci si stanca e ormai gli spettatori quando vedono il suo viso cambiano canale.

Tuttavia un più che opportuno incidente riporta Bella agli onori della cronaca e mentre lei e il marito decidono di approfittare della situazione per tornare in televisione in pompa magna, fuori dalla clinica dove è ricoverata inizia ad arrivare il circo mediatico con il suo codazzo scarsamente istruito pronto a condividere da vicino le pene della celebrità. Ma in ogni caso qui la massa informe di persone è decisamente povera culturalmente. Infatti, se fuori della clinica c’è gente modesta che idolatra roba tipo La vita in diretta invece che Che tempo che fa, dentro i benestanti, orrore degli orrori, preferiscono Chi rispetto a La Repubblica.

Al centro dei film di Corsicato vi è sempre una donna forte e indipendente costretta a interaggire con uomini assolutamente non alla sua altezza e anche in questo caso è così.

La Bella de Il volto di un’altra è chiaramente parente prossima delle protagoniste de I buchi neri (1995) o Il seme della discordia (2008). Donne forti e indipendenti costrette a misurarsi con mariti o amanti spesso inadeguati e, più in genereale, con il lato più viscido e appiccicaticcio dell’universo maschile.

Il tono della narrazione è, come di consueto, a metà strada fra il surreale e il grottesco e anzi sembra che il regista abbia volutamente caricato la recitazione, costumi e scenografie per rendere molti momenti assolutamente riconoscibili come “finti”. In special modo il rapporto coniugale dei protagonisti si va svelando attraverso questa idea così che sia sempre ben evidente per lo spettatore il carattere artefatto della scena e di conseguenza del legame fra i due. Sia la Chiatti che Preziosi rispondono alla perfezione a questa esigenza e anzi probabilmente queste sono le scene migliori del film insieme a quelle dove il popolino si aggira famelico fuori dai cancelli della clinica alla ricerca di un microfono e una telecamera allo scopo di apparire in video, e quindi esistere, almeno per un paio di secondi. Altrove invece l’occhio viene saturato oltremodo dall’universo debordante del film e non lascia spazio ad altro che non sia un impatto visivo studiato e gratificante ma altrettanto stancante. E inoltre a me sto discorso che un regista debba prima di tutto mettere sotto al naso di chi guarda delle belle immagini e basta sembra più che altro uno dei tanti falsi miti della contemporaneità.

Comunque se il film dal punto di vista esteriore accanto ai pregi presenta dei difetti, passando allo schema narrativo le cose vanno un po’ peggio.

Specialmente i personaggi soffrono molto di un mancato sviluppo interno al film. Tutte le relazioni e le interazioni che li coinvolgono non vengono mai sviluppate manco per sbaglio, la quasi totalità di quello che ci viene mostrato di loro è irrilevante o addirittura contraddittorio.

Il movimento dei protagonisti dalla situazione A alla situazione B c’è, ma come avvenga questo mutamento non viene assolutamente descritto o menzionato. Certo, stiamo parlando di una commedia nera dai toni surreali e grotteschi, ma appunto per questo allora non serviva caricare di ulteriori elementi i suoi elementi portanti che vengono sbattuti di scena in scena ricominciando perennemente da zero a tessere le fila del proprio interno sentire finchè non arriva la conclusione.

Ma soprattutto quello che non convince è la chiusura della vicenda, buonista da un lato e, come al solito, sospesa in aria e pateticamente grottesca dall’altro. Insomma, proprio come il fantomatico asteriode di cui si parla per tutto il film la montagna ha partorito un topolino. Dalla foggia originale e dai colori sgargianti, ma comunque un topolino.

 

spot contro l’omofobia https://www.youtube.com/watch?v=0wT1_6v6Dfk

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(Pappi Corsicato, 2013)”

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