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Sushi | Insight

Italiani a Cannes, uno.
Garrone e Sorrentino.

Sono passati un paio di mesi da quando i riflettori del giornalismo da tacco dodici si sono spenti sulle passerelle di Cannes, e ancora riecheggiano in Rete i malumori circa l’onta subita ad opera degli eterni rivali d’oltralpe. La storia è nota. Belli di gloria e di speranza giunsero alla Croisette non uno, non due, ma ben tre fulgidi rappresentanti del genio italico. Ciò nonostante i soliti francesi, rappresentati a questo giro dai fratelli Coen (la sudditanza psicologica verso Parigi si estende evidentemente fino al Minnesota) ci lasciarono vigliaccamente a bocca asciutta, per premiare uno dei loro, ‘sto Jacques Audiard che peraltro oh, ma chi l’ha mai sentito. Ma non c’è nulla da fare: siamo vittimi dell’arbitrarietà a noi contraria. E noi che a questo giro ci avevamo anche messo gli attori ammerigani.

Fonte: La Stampa

 

Quanto sia meschino, campanilistico e fondamentalmente sciocco questo modo di reagire è evidente al punto che non torna conto, qui, spendervi troppe parole. Specie considerando che lo stesso Moretti aveva dichiarato  che «quando vieni a Cannes ti rendi conto di come è trattato il cinema da parte di tutti, giornalisti, critici, produttori, politica, c’è un’attenzione grande, c’è tanta allegria, ma anche tanta serietà».¹  Salto pertanto ogni commento, e vi rimando piuttosto al bell’articolo di Gabriele Niola su Wired, con cui sono d’accordo, limitandomi ad aggiungere due cose. I grandi festival del cinema sono – per natura – spazi dove le connotazioni nazionali si stemperano, dove il cinema, la cinefilia, la critica e discorsi che ci ruotano intorno esistono in una specie di terra franca, in cui vigono geografie e dinamiche di potere proprie: ne parlavo qui qualche anno fa, e sarebbe il caso che si iniziasse a rendersene conto.

Ci sarebbe poi da ricordare che, oltre a Garrone, Moretti e Sorrentino, a Cannes c’era anche Roberto Minervini, italiano pur esso nonché geniale innovatore di linguaggi del documentario contemporaneo, al quale il Biografilm festival ha dedicato una retrospettiva qualche settimana fa, e del quale – se potete – fareste bene a recuperarvi qualcosa.

Ma sto divagando. Lo scopo di questo agile pezzello sarebbe infatti quello di presentarvi lo speciale sushiettibile a sei mani, firmato da Zampa, Nat e Annette, rispettivamente su Il racconto dei racconti di Garrone e Youth di Sorrentino. L’idea era quella di tornare su questi film a biglia ferma, sotto il sole di luglio, per vedere cosa sia rimasto da dire. Non è escluso che con un po’ di buona volontà non si completi l’excursus italo-cannense  e si decida nelle prossime settimane di abbordare Minervini e riprendere in mano anche il film di Moretti. Per il momento, vi lascio alla prima infornata: il saggio di Zampa sulle suggestioni e i corpi de Il racconto dei racconti, e il dibattito critico di Nat e Annette su Youth. Buona, italianissima lettura.

(folquet)

Mostrare i mostri. Archetipi della narrazione e mutazione del genere ne Il racconto dei racconti

— zampa

Una compagnia girovaga di attori e saltimbanchi ci introduce per le contrade di tre reami passati (o futuri?), scenario di altrettanti racconti intrecciati di passione e ossessione. È la storia immortale dell’umanità che, nel voler realizzare le proprie fantasie, non si arrende al mutamento, legge incrollabile del destino, della vita e della narrazione. [...]

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Appunti per un soggetto critico a due voci e succo d’ananas

Nat e Annette

Siamo in una spa sulle Alpi svizzere, che fa subito pensare al sanatorio de La montagna incantata (continueremo a dire incantata! Non ci avrete mai!) di Thomas Mann. Michael Caine è un anziano direttore di orchestra (Fred Ballinger), Harvey Keitel un regista (Mick Boyle) intento a progettare il proprio film-testamento coadiuvato da una squadra di hipster. Intorno a loro, uno squinterno di personaggi e una girandola di eventi. Non è vero. Però ci sono tanti personaggi. [...]

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note

¹ Fonte ANSA.

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Garrone e Sorrentino.”

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