Eastwood torna con una parabola umana e (a)morale che racconta l’America delle verità (e quindi delle bugie) di Stato.

J. Edgar è la storia di Edgar Hoover, capo e fondatore del FBI, implacabile nemico della criminalità quanto padre e padrone di un sistema repressivo e di controllo che cozzava con i diritti civili dei liberi cittadini. Restando in carica durante il mandato di otto presidenti e tre guerre, Hoover ha dichiarato lotta aperta a minacce vere quanto inventate, spesso aggirando la legge ed utilizzando metodi tanto spietati quanto eroici. A spingerlo, tanto un esaltato patriottismo quanto il bisogno personale di essere ammirato a livello globale, in primis da sua madre (una straordinaria Judi Dench).
Un uomo che ha costruito due imperi, l’America e il suo personale, entrambi basati su segreti altrui e sulla capacità di utilizzare le informazioni come strumento di controllo, consapevole che la conoscenza è potere e che la paura crea le vere opportunità.
Eastwood dirige con sguardo cupo una storia costruita nell’ombra. Un racconto che ha di tutto meno che dell’apologo, dell’agiografia o tantomeno di una storia di successo, perché quella di J.Edgar è la storia del fallimento dell’America democratica. La sconfitta del mito che non lascia spazio né al sogno né alla redenzione.
A interessare il regista e lo sceneggiatore Dustin Lance Black è il privato mai raccontato, il rapporto con la madre, con la segretaria Helen Gandy (Naomi Watts) e con il collaboratore Clyde Tolson (Armie Hammer, penalizzato da un trucco posticcio). Entrambi con due esperienze simili alle spalle – Invictus e Milk – i due hanno affidato la parte a Leonardo di Caprio, qui protagonista di una performance che ha dell’incredibile e che accompagna per oltre un cinquantennio Hoover – dagli anni della giovinezza presso la polizia federale fino alla morte, arrivata a settantasette anni con un impero ai suoi piedi – riuscendo sempre a restituire tutta la personalità ambigua di Hoover.

La narrazione salta da un epoca all’altra, spessa giocando con buoni raccordi, utilizzando come espediente una confessione (poco) spontanea dello stesso Hoover a un agente incaricato di dirigerne la memoria. Assistiamo così agli inizi della sua carriera, alla sua lotta contro i comunisti, alle innovazioni in campo investigativo, fino alla fondazione del corpo federale così come conosciuto oggi. Il gioco più interessante però resta quello tra pubblico e privato, il contrasto tra il personaggio costantemente sotto i riflettori e una dimensione più complessa in cui Hoover sembra essere schiacciato dalla presenza ingombrante della madre e un omosessualità repressa.
Laddove la sceneggiatura si prende delle libertà, dando credito a quelle che comunque a oggi sono e restano dicerie, Eastwood compensa con il suo solito stile essenziale. La regia entra in punta di piedi nel privato del protagonista, lasciandolo nell’ombra nel momento del dolore e della verità, e restituendo con pazienza la sofferenza dell’uomo. Come se soltanto attraverso una lenta progressione all’interno della storia (e della narrazione a ritroso) fosse possibile sollevare la corazza, lasciandolo così prima in gonnella e poi nudo riverso al suolo.
Un racconto che possiede una vocazione collettiva diventa così il ritratto di un singolo a opera dello stesso, il tentativo ultimo di rinverdire un’immagine ormai sbiadita e di sfuggire al processo storico inevitabile. Alla fine, quando la versione di Hoover viene sconfessata dal suo stesso braccio destro, quando la cronaca la spunta sul mito, a scricchiolare però non è solo l’uomo, ma il Paese.





A me l’utlimo Eastwood fa innervosire. E’ didascalico e legnoso.
Si incaponisce nella questione dell’omosessualità quando la cosa più interessante è sicuramente il processo di paranoizzazione del paese che Hoover fa a sua immagine e somiglianza. E sinceramente il Nixon parolacciaro e cattivone è una macchietta ridicola e scontata che sembra messa lì a dire “Hoover era stronzo, ma era meno stronzo di altri”.
La scena davanti allo specchio con i vestiti della madre è una cagata che non si perdonerebbe a nessun altro, ma a Clint sì perchè è Clint. Esattamente come l’apparizione di Mandela in cella in Invictus. Una roba che ci sta nei toni di una satira grottesca come Il Divo, non in un ritrattone sensibile come vorrebbe essere questo.
Ah, poi sarà un dettaglio, ma da vecchio Di Caprio sembra il Prodi di Guzzanti, e il suo vice/amante sembra Ruggero de Ceglie dei Soliti Idioti. Ridicolo involontario dietro l’angolo.
Quoto in toto.
Concordo sul trucco posticcio, all’anteprima tutti abbiamo riso pensando a I soliti idioti e ci siamo trovati a twitterare o a mettere status su FB a riguardo. LOL
Sull’omosessualità concordo, a me più che la scena con gli abiti della madre (giuro che avevo paura dicesso PUSSY PUSSY come in THE DIVIDE) è stato il TI AMO con la faccia lacrimosa a infastidire, e penso che anche Marnie sia d’accordo su questo. Ma più che a Clint credo sia da attribuire alla sceneggiatura. Parliamone, ma seriamente ritengo Dustin Lance Black una delle persone più sopravvalutate al momento. Per quello dicevo “dove la sceneggiatura osa” Clint compensa di sottrazione.
Eh si concordo assolutamente, una scena ridicola, anche se pure quella davanti allo specchio…
comunque credo che da tutto questo possiamo decretare come Ruggero de Ceglie sia oramai un personaggio che è entrato nell’immaginario comune di tutti noi, anche a me è venuto da ridere vedendo quel mascherone che lo ricorda davvero troppo.