C’è stato un periodo, sul finire dello scorso millennio, in cui il cinema ha fatto i conti (e gli incassi) con l’Olocausto in maniera massiccia e altisonante: Schindler’s List (’93), ma anche Jona Che Visse nella Balena (’93), La Tregua (’97), La Vita è Bella (’97), tutti ancora appuntamento fisso in TV, nelle scuole e nei cineforum durante le Giornate della Memoria . Nel 2002 è arrivato Polanski con Il Pianista e ha concluso, mi pare, una fase in cui l’immaginario cinematografico si è in qualche modo saturato, o perlomeno temporaneamente saziato di quegli argomenti.
La fucina degli orrori dei campi di concentramento è chiaramente fonte inesauribile di storie e drammi, ma è innegabile che la Shoah faccia oramai capolino più spesso come pretesto emotivo in sceneggiatura (Inglorious Basterds, Ogni Cosa è Illuminata, Inside Man, This Must Be The Place) che in maniera diretta (Il Bambino col Pigiama a Righe, Vento di Primavera, e più laterlamente The Reader), facendo in ogni caso meno rumore.
La chiave del titolo è quella con cui la piccola Sara chiude il fratellino nell’armadio per metterlo al sicuro durante il rastrellamento.Questo La Chiave di Sara, pure ripetendo schemi e modalità espressive ormai abbondantemente convenzionali, ha il merito di allargare lo sterminato spettro delle colpe nazionali, portandosullo schermo l’omonimo romanzo di Tatiana De Rosnay basato sui fatti del Vel D’Hiv, il velodromo dove nel Luglio 42′ l’esercito del governo di Vichy radunò 13.000 ebrei parigini per destinarli alla soluzione finale (Chirac si scusò a nome dello Stato francese in un celebre discorso del ’95).
Sarà la promessa di tornare a prendere il fratello a tenere Sara in vita e a segnargliela, la vita, spingendola a fuggire dal campo di concentramento e devastandola poi per i sensi di colpa. La storia emerge dettaglio dopo dettaglio dalle indagini di Julia, giornalista americana trapiantata in Francia che si sconvolgerà al vita scoprendo dettagli indicibili chiusi a chiave negli anfratti della memoria della famiglia di suo marito.
Il film di Paquet-Brenner, forte di un cast solido in cui spicca la monumentale fazza di Niels Arestrup, non riesce a fare a meno di pagare pegno a clichè ingenuotti e forzature lacrimose in agguato: i giovani giornalisti francesi che non hanno mai sentito parlare del Vel D’Hiv e alla domanda “tu cosa avresti fatto?” rispondono “lo avrei guardato in televisione, come l’Iraq”, l’animo inquieto di Sara sottolineato dalla passeggiata scalza sul bagnasciuga con sguardo perso all’orizzonte, il vecchio che si libera del segreto mai rivelato al figlio e muore in pace.
Aldilà della messinscena di un’evento poco conosciuto internazionalmente, la sceneggiatura si indirizza maggiormente sul dramma femminile, intrecciando la vita di Sara con gli afflati di coscienza famigliare di Julia e tracciando una storia finzionale che però non ha i crismi di originalità e forza per riaprire una più ampia stagione di riflessioni al cinema riguardo alla Shoah.
Vi sembri un bene o un male, La Chiave di Sara è una rondine che non ha le carte in regola per far primavera. Resta un film ben confezionato e privo di eccessivi colpi bassi, che farà furore tra le pensionate ai matinèè. Noi italiani, in un paio di titoli sopracitati, abbiamo fatto di molto peggio.





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(Elle s’appellait Sarah, Gilles Paquet-Brenner, 2010)”