// you’re reading...


Featured

La grande bellezza, Proust e pop-corn

La grande bellezza ha generosamente – e per generosamente si intende a piene mani, a carrettate, come piovesse – dato alla critica italiana qualcosa di serio su cui discutere nei prossimi dieci anni di polpettoni fiction assemblati con gli scarti dei cadaveri della terza serata di Canale 5, cinepanettoni e drammoni adolescenziali che finiscono a cacio e pepe. Jep Gambardella a sessantacinque anni è esattamente dove voleva essere: è il re dei mondani, abita in un attico vista Colosseo e vive di rendita della sua prima e unica opera (L’Apparato Umano). Circondato da amici ricchi e decadenti, che compongono un caravanserraglio di opulenza e disperazione destinato a non andare da nessuna parte, Jep si interroga praticamente su TUTTO, dal senso dell’arte alla menzogna, allo spirito, all’amore, al tempo, alla bontà del riso riscaldato. Sorrentino ha il merito di portare avanti con buon gusto grandi produzioni; ogni suo lavoro in genere è accompagnato dall’onesto commento degli spettatori: “Non vedevo un film così bello da un pezzo”. Travolte da fanatico ottimismo, in preda all’hybris più nera, ci siamo quindi unite con entusiasmo al dibattito che vivacizza queste calde serate di giugno.

— Appunti per un soggetto critico a due voci e pop-corn

 

INT. STANZA DI NAT – NOTTE
La stanza è buia, illuminata solo dallo schermo del computer. Silenzio umido della pianura Padana a inizio estate. ANNETTE e NAT si guardano nelle ballotte degli occhi masticando pop-corn con la mascella pendula.

NAT
Una bella impresa. Ma a te, è piaciuto?

ANNETTE
Sì. Non si avvicina alla perfezione che mi aspettavo, è logorroico di immagini e idee, ma lo trovo comunque un ottimo prodotto.

NAT
É il film di Sorrentino che mi è piaciuto di meno, anche se alcune scene erano fortissime, come quella nel cortile del convento o della bambina che dipinge.

ANNETTE
Devo dire che per i primi venti minuti di fontane, canto lirico, e turisti giapponesi pensavo di star guardando The Tree of Life.

NAT
Turisti giapponesi che collassano dopo aver scattato la foto più bella della loro carriera da turisti giapponesi. Per l’emozione.

ANNETTE
Sì, quello inspiegabile. Comunque è davvero un film colossale, nel panorama attuale fa decisamente la parte del leone. Magari, ecco, aveva talmente tante cose da dire, tante tematiche che proprio gli stavano a cuore che si vede che gna faceva a tagliare quei quaranta minuti che l’avrebbero reso un capolavoro assoluto.

NAT
Già. Quei quaranta minuti…

Segue un SILENZIO CARICO DI RIFLESSIONE.

NAT
Sembra che volesse fare una specie di Dolce Vita. Senza dubbio fa della Roma bene un ritratto felliniano, con quelle grandi facce da clown che ridono, dei mascheroni che ballano e gozzovigliano tutta la notte. Di Fellini c’è anche in parte la malinconia. Però, con tutto il bene che si può volere a Sorrentino, se non sei Fellini (pausa eloquente).

ANNETTE
A me comunque ha intrigato la rappresentazione di questi radical chic che condiscono le loro conversazioni di vino bianco e nulla, trincerandosi dietro granitiche quanto banali opinioni, come l’amica Stefania che si riempie la bocca di senso civile per nascondere lo sfacelo della sua esistenza. Va bene, l’ipocrisia della società è un tema che forse è ancora più antico della società stessa, ma ho trovato molto coinvolgente l’idea di un funerale come grande rappresentazione, dove la comune etichetta è stravolta tanto da diventare quasi un galateo da red carpet, e il dolore diviene spettacolo.

NAT
Sì, questo Sorrentino lo sa descrivere bene. C’è una critica a quel tipo di “arte” ricavata a forza dall’affettazione delle emozioni o dall’orrido, un po’ come quella pazza che tira testate contro il muro senza sapere nemmeno perché lo sta facendo oppure la donna che si fa tirare i coltelli e la bambina costretta a dipingere mentre piange.

ANNETTE
Come se per creare fosse necessario l’orrore, la sofferenza, lo shock. Invece il protagonista persevera nel cercare il Bello per riprendere a scrivere.

NAT
La grande bellezza, per l’appunto. Probabilmente qui si svela la stessa ossessione estetica del regista, con una punta di autocritica. Proprio quello che gli si rimprovera sempre.

ANNETTE
Quindi mi stai dicendo che quei fenicotteri rosa messi ad mentula canis verso la fine sono in realtà un gesto autoironico nei confronti della propria mania estetizzante e non un “Ehi mamma, guarda, senza mani!” (cit. necessaria) pieno di autocompiacimento?

NAT
No, quelli sono brutti. Non si spiegano comunque la giriamo, un po’ come il turista giapponese dell’inizio.

ANNETTE
Volatili a parte, se ci fai caso la Roma che vediamo è una città imperiale, magnifica seppur glaciale, che non si lascia corrompere dalla decadenza dei suoi abitanti. Scommetto che gli italiani avrebbero preferito un ritratto della capitale così all’omaggio di Woody Allen.

NAT rabbrividisce.

ANNETTE
E il ruolo della Ferilli in tutto questo? Sai che la tutina trasparente con le venature argentate che indossa è propria sua, non è stata fatta apposta?

NAT
Ammazzate. Beh, tutine a parte è un personaggio positivo. Nei limiti della volgarità, sembra più umana e onesta degli altri, che infatti vengono ritratti in maniera impietosa, con delle riprese che sembrano scavare tra i difetti fisici di un cast che è quasi tutto over 40.

ANNETTE
E in tutto questo abbiamo Jep che vuole tornare a scrivere ma non ci riesce.

NAT
(dopo una lunga meditazione) Ma quella suora con quali denti mangia le radici?

ANNETTE
Aspetta. Quale suora?!

NAT
(mastica)

ANNETTE
Ah, sì, la cariatide che se ne esce con quella frase illuminante sull’importanza delle origini. In qualche modo c’entra con Proust, lo sento. E’ tutto il film che lo nominano come per caso.

NAT
E’ una percezione che avverto anche io.

ANNETTE
Ho capito. Jep dice che non riesce più a scrivere perché esce tutte le sere. Non ci vedi un probabile quanto ruffiano riferimento a <<Per molto tempo sono andato a letto presto>>? Proust è lo scrittore della mondanità, è dentro le serate che racconta ma contemporaneamente le osserva. E’ uno snob egli stesso, ma racconta i costumi dei suoi compagni di merende senza perdere un certo – prolisso – distacco. Per tutti i sette libri è lì che cerca di buttare giù il grande romanzo della vita, ma la forza la trova solo nel momento in cui assaggiando la madeleine si ritrova ragazzino. E’ l’importanza delle radici! Jep scrive solo dopo aver rivissuto l’esperienza della prima volta al Faro! (si esalta)

NAT
E l’amico “buono” (Verdone) se ne torna al paesello da mamma e papà. Con Proust c’entra anche la questione del tempo immagino. Il protagonista attraversa la crisi dei 65 anni tipica di quasi tutti i protagonisti dei film di Sorrentino, se ci fai caso.

ANNETTE
Proust a parte, la figura della suora non mi ha convinto al cento per cento. Per me è lei che rappresenta il troppo in questo film. Ho come avuto l’impressione che dopo aver rappresentato il clero come luogo di vizi e corruzione (vedi il cardinale che dispensa con piacere raffinate ricette ma è più avaro di perle spirituali [qui N. esclama: il cardinale che si crede Benedetta Parodi!]) si sia voluto compensare creando una figura umile che espia da sola tutti i peccati dei suoi colleghi, portando la propria croce in ginocchio su quella scalinata (con quali rotule poi), e che ispira finalmente il protagonista a mettersi al lavoro. Non capisco perché connotare di religiosità il deus ex machina.

NAT
Io l’avevo vista più come l’esasperazione dell’assurdo, forse perché è interpretata in modo un po’ grottesco. Da una parte c’è la mondanità estrema, dall’altra la povertà e il sacrificio ma alla fine le due cose mi sembrano ugualmente demistificate, presentate sullo stesso piano, quello dello spettacolo. Però ora che mi ci fai pensare… Forse era un improbabile modo di trovare una via d’uscita.

ANNETTE
In realtà adesso mi stai convincendo: la suora non è altro che una delle tante figure carnevalesche che popolano la bolgia infernale in cui annaspa, seppur con un certo gusto, il nostro protagonista. Il fatto che da lei comunque parta l’incoraggiamento a scrivere indica che Jep adesso è capace di trovare la bellezza anche nello squallore. Perché quello che conta è il trucco, no? No?! (isterica)

Su questo drammatico interrogativo cala il BUIO.

— Nat & Annette

Discussion

One comment for “La grande bellezza, Proust e pop-corn”

  1. Fantastico film, io non l’ho trovato logorroico d’immagini poiché è lo stile di Sorrentino ad essere così caldo ed esteticamente prepotente, ma le vostre letture filmiche irriverenti sono sempre uno spasso!

    Posted by Silvia | July 23, 2013, 1:31 pm

Post a comment