Il chirurgo estetico Banderas passa le giornate nella sua lussuosa magione perfezionando e ammirando la sua opera più ambiziosa: una donna bellissima dalla pelle transgenica che assomiglia come una goccia d’acqua alla sua defunta moglie. Come in tutti i film del regista spagnolo, il dipanarsi della vicenda rivela un sottobosco di segreti ossessivi, passioni proibite e ambiguità sessuali, pur se declinati in toni decisamente più dark del solito. Si è parlato di ritorno al grottesco delle origini, ma la le ombrosità goderecce di Legami!, Kika o Tacchi a Spillo avevano tutta un’altra vitalità rispetto a questo frankenstein trasgender tutto teorico, solo mestamente venato di suspence.
Centro indiscusso della dissertazione, la pelle ritorna insistentemente sul piano visivo e su quello metaforico, traslata in surrogati come vestiti, maschere, body aderenti, guanti in lattice, buccia per una polpa che non ci si ritova, contenitore in cui viene forzato il contenuto dell’identità: dal contrasto si generano lacerazioni, bruciature, strappi, depressioni, tragedie. Ma la morbosa insistenza tattile su superfici e stridori tra mani e corpi di alcune sporadiche sequenze, non è adeguatamente supportata da personaggi che sembrano subire in maniera fin troppo controllata e passiva le sventure cui vanno incontro.
I sorridenti tocchi kitsch che hanno reso personale e riconoscibile il cinema del regista spagnolo sembrano essere inseriti dentro la trama per alzare una manina rispondendo “presente!”: la comparsa improvvisa di un figliol prodigo sfregiato vestito da tigre, la crema lubrificante e le battute sugli antidepressivi fanno una comparsa breve e pretestuosa in una trama che si perde di continuo nell’atto di spiegarsi per filo e per segno. Almodovar ha confezionato le sue cose migliori inondandole di melò e sentimenti estremi e asciugandole con tocchi poetici e ironia, ma tutto questo arsenale appare senza munizioni , non a caso passato senza clamori da Cannes. Ciò che resta è la trama dai risvolti queer e il gusto cromatico alla Mirò in molte inquadrature (in questo caso virato in toni scuri).
La sterminata ossessione di Banderas e la volontà di fuga della povera malcapitata Anaya (che per immedesimarsi nella disgraziata si limita ad inumidire gli occhioni), sembrano funzionare solo sulla carta, affossate da una struttura a flashback che soffoca i colpi di scena in lunghe e prevedibili digressioni, finendo per rendere inefficaci sia le ambizioni noir che il racconto melodrammatico. Il risultato è che La Pelle Che Abito è un film che sa essere meno appassionante in sala che nelle tre righe di trama di una recensione.





Io l’ho trovato convincente. E vero che si tratta di un film teorico ma in fondo inasprisce semplicemente la freddezza degli “Abbracci spezzati”. Ho sempre mantenuto una certa distanza con i film goderecci d’inizio carriera, quella provocazione frocia tutta spagnola ormai lascia il tempo che trova, invece apprezzo di più questo approccio clinico e riflessivo che interroga il rapporto tra pulsioni scopiche e confini del corpo declinando i vari modi in cui si diventa estranei al proprio corpo.
In questo senso più che “un sorridente tocco kitsch”, il travestimento del tigre è un tentativo disperato di sottrarsi all’evidenza di un corpo immortalato dalla videocamera durante la rapina in banca.
Anche a me ha convito. Thriller melodrammatico che ha molto dei temi cari ad Almodova!
LA PELLE CHE ABITO