E se questo secolo ormai trascorso non fosse altro che un sogno, un grande ricordo impolverato? Angelopoulos, ne La Polvere del Tempo, traccia un viaggio di ispirazione umanista (la sceneggiatura è scritta con Tonino Guerra) alla ricerca di quello che è rimasto del secolo trascorso e quello che il passaggio al XXI secolo si è portato via. Il film mette in scena tra la Roma di Cinecittà e Berlino, la storia del regista senza nome interpretato da Willem Dafoe, la storia della sua famiglia di origini greche, la sofferente vicenda amorosa dei genitori e le dolorose parentesi degli anni della guerra, dai gulag staliniani al Vietnam, fino alla caduta del Muro. Si cerca di narrare la storia del mondo attraverso quella personale, come se le due coincidessero, o come se quella personale giustificasse una storia del mondo.
«La storia non è finita… le storie non finiscono mai», così la ricerca proustiana, l’operazione mnemonica cui si presta il film introdotto da un lungo carrello e dalla voce fuori campo del regista. Angelopoulos lo conosco davvero poco come regista, ma da quel poco che ho visto è uno che tiene ancora al linguaggio,uno che riesce a caricarlo di significati sia a livello statico che dinamico. Ovvero il linguaggio ha ancora un peso a livello semiotico. Così le scelte registiche non sono soltanto scelte meccaniche, ma scelte morali per seguire incubi, sogni, disillusioni di Eleni (Irene Jacob), Spyros (Michel Piccoli) e Jacob (Bruno Ganz). Al labile filo del ricordo si aggrappano tutti, si fa canovaccio, si cerca di stare a galla, di salvare disperatamente qualcosa. È come se la posta in gioco del ricordo fosse l’esistenza stessa del regista Dafoe, esistenza anonima per l’appunto chiamato semplicemente (o guardacaso) A: per sua stessa ammissione questi è perso, smarrito.
La figura della madre Eleni costretta alla fuga dal proprio Paese a causa della seconda Guerra Mondiale, poi dalla Russia a causa delle persecuzioni staliniane, poi la fuga dall’Austria all’America ed infine il ritorno in Europa altri non è che la metafora di quel moto perpetuo cui è costretto l’uomo nella ricerca di risposte agli interrogativi ultimi dell’esistenza, interrogativi che vogliono risposte intime più che teologiche. È anche riproposizione del fantasma dell’esilio vissuto dal regista stesso, condannato all’esilio dal regime dei colonnelli nel ’67, della guerra civile e della perdita del padre condannato a morte. Ma soprattutto A(ngelopulos) ed Irene sono personaggi simili nella misura in cui il passato ritorna, per tanto l’oggi di A non è poi diverso da quello della madre: entrambi vivono le stesse paure, entrambi le stesse insicurezze. È la precarietà della vita, degli affetti (la figlia di A che scompare) irrompe prepotentemente nel racconto, fino ad annullare il racconto stesso nell’impellente necessità di raccontare. Un’autoconflagrazione spettacolare che ricorda il Palazzo di Atlante de L’Orlando Furioso (canto XII): tutti i personaggi sono imprigionati all’interno, impegnati a rincorrersi, a negarsi, a cercare pace, fino a quando l’incantesimo non viene spezzato. Solo allora, quando passato e presente vengono riallineati, c’è spazio per il futuro: il nonno e la nipote corrono così verso ciò che non è ancora stato scritto.





Sottoscrivo, bel pezzo (e bel film). Ho letto la recensione solo ora (assieme a quella sull’ultimo dei Dardenne).
Un mio carissimo amico che è un tuttologo di Angeloupolos dice che il film è Ossi di seppia di Montale portato sul grande schermo….io non saprei nemmeno perchè. Te? Te ne raccapezzoli?