// you’re reading...


retrospetti

L’attesa
(Piero Messina, 2015)

Quest’anno a Venezia c’erano quattro film italiani in concorso. Il primo è Sangue del mio sangue (2015) di Marco Bellocchio, un signore che proprio a Venezia esordiva la bellezza di 50 anni fa con I pugni in tasca (1965), garantendosi l’attenzione della sinistra engagé ma non solo. Altri due erano Per amor vostro (2015) di Giuseppe M. Gaudino e A Bigger Splash (2015) di Luca Guadagnino, cioè film di registi esperti e dallo stile ormai formato che, negli anni passati, avevano già portato altre opere a Venezia, e garantivano quindi il giusto mix di affidabilità e attesa per il loro nuovo lavoro.

Il quarto invece era un esordio: L’attesa. Lo ha girato Piero Messina, un siciliano entrato alla Mostra dalla porta principale grazie all’esperienza fatta al fianco di Paolo Sorrentino, che in Italia è oggi l’Autore per eccellenza. I suoi (di Sorrentino, dico) film sono riconoscibili fra mille, e questo non solo per le inquadrature bilanciatissime e curate, ma anche perché i protagonisti spesso convivono con una solitudine dell’animo che li rende in qualche modo titanici. Accanto alla storia principale, Sorrentino racconta sempre come e perché questi personaggi sono diventati così soli, e spesso è proprio quella storia la più interessante, quella senza la quale si perderebbe gran parte del senso dei suoi film.

Messina sembra avere imparato la lezione del regista napoletano. Controllo di luci e ombre, inquadrature gestite con il bilancino di precisione, e un attore (in questo caso un’attrice, Juliette Binoche) capace di portare su di se il senso dell’intero film. Ma soprattutto solitudine. La protagonista del film di Messina si staglia da sola, figura sciolta da qualsiasi altro personaggio del film. Anna non ha marito, perché ha divorziato tempo addietro, e l’inizio del film la coglie a pochi giorni dall’improvvisa morte del figlio, più sola che mai.

Messina esplora la solitudine del suo personaggio attraverso un uso sapiente degli spazi della casa. Gli sguardi attoniti e devastati della Binoche affogano in stanze buie ed enormi, a rimarcare la vacuità improvvisa di uno spazio rimasto sospeso. Quando però sulla scena arriva Lou de Laâge (una francesina che – scommetto – farà battere più di un cuore sushiettibile), la fidanzata del figlio ancora ignara della tragedia, le cose cambiano. La casa a questo punto non sovrasta più i suoi abitanti: l’attenzione del regista si sposta piuttosto sul suo essere un posto isolato dal mondo. Un posto un po’ sperduto in Sicilia, dove due francesi possono vivere (anche se per poco) una bugia, per rifiatare da un dolore troppo grande e darsi un po’ di tempo per accettare la tragedia.

Qui in realtà sta il vero punto dolente del film. La madre si rifiuta di dire alla fidanzata che il figlio è morto. E la fidanzata semplicemente se la beve. Partendo con un soggetto così zoppicante, L’attesa non può che sperare di convincere solo a metà. Anche perché, nonostante l’impegno del regista e del direttore della fotografia Francesco Di Giacomo, c’è da dire che le immagini non riescono mai a colpire fino in fondo, e anzi paiono spesso scivolare nell’estetica fine a se stessa. Del resto anche Sorrentino cammina sull’orlo di quel baratro, soprattutto nei suoi ultimi lavori. Ma il regista napoletano riesce quasi sempre a non cadere di sotto, grazie a una maggiore potenza delle scene, e grazie a storie che, per quanto a volte deboli, non lo sono mai come in questo caso.

Tirando le somme: siamo davanti a un film d’esordio, che comunque ha al centro il tema del lutto portato dalla morte di un figlio. Per quanto sentito, il tema non è certo la cosa più facile da affrontare, anche dal punto di vista produttivo. In questo senso vale forse la pena guardare indietro, e capire come Messina è arrivato a questo esordio.

In Terra (2012) siamo ancora allo scimmiottare Sorrentino. L’uomo portato dalle scale mobili, il suo pianto davanti la bandiera, il portellone che si apre in un mare di luce: si capisce insomma che Piero è stato colpito da quelle immagini favolose, ma che ancora non ha bene idea di come costruirle. La trama per il momento può attendere.

Ne La prima legge di Newton (2012) invece il discorso cambia e di molto. Qui abbiamo una storia vera e le scene sono costruite decisamente meglio, anche se aderiscono in tutto e per tutto allo stile di Sorrentino. A questo punto, verrebbe da dire, Messina ha appreso la tecnica anche se naturalmente gli manca il tocco e l’esperienza.

Proprio questa mancanza di esperienza – nonostante tutti i discorsi educati che si possono fare – mi pare risulti evidente ne L’attesa, dove la noia si affaccia piuttosto spesso fra inquadrature perfette. Le emozioni vengono tenute ferme troppo a lungo, e – quando si vedono – rimangono troppo lontane dallo spettatore. E questo nonostante l’impegno di tutti quanti.

72° MIAC Venezia | tutti i film recensiti

Discussion

No comments for “L’attesa
(Piero Messina, 2015)”

Post a comment