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Sushi | Film

Le meraviglie
(Alice Rohrwacher, 2014)

Mentre scrivo queste righe – sprofondato in una poltrona di pelle che pare un panfilo – il mondo (fuori) declina a sera, in un cocktail primaverile di azzurrini e ori. Mette un po’ di malinconia, quest’ora del giorno: ma appena.

Alle ore che scivolano lievi tra una fase e l’altra della vita – e soprattutto a quelle più ingrate dell’adolescenza – guarda anche il cinema di Alice Rohrwacher, che dopo Corpo celeste (2011) torna con Le meraviglie a riflettere sui legami sottili che tengono insieme l’ingresso nell’età adulta da un lato, e dall’altro il deterioramento di quei discorsi culturali che al mondo degli adulti danno (o dovrebbero dare) radici e indirizzo. Il film è stato distribuito in Italia l’anno scorso: l’occasione di vederlo qui al festival di Glasgow mi è capitata quasi per caso. Un caso felice.

Le meraviglie è un bel film. Racconta di Gelsomina e del suo rapporto col padre Wolfgang, un apicoltore umbro di origini tedesche al quale la modernità – con tutta evidenza – non piace. Le premesse narrative sono presto dette: Gelsomina vive con le sue tre sorelle in una sorta di comunità intenzionale formato famiglia, retta con un piglio più burbero che benigno da Wolfgang. Le altre due donne adulte – la madre Angelica e una zia più giovane – fanno da coro e ogni tanto protestano l’autorità del capofamiglia, ma senza mai andare fino in fondo. La caratterizzazione della giovane protagonista abbozza tutti i tratti che ci si potrebbe aspettare: dedizione per il padre, uno sguardo insieme partecipe e lucido sul proprio piccolo microcosmo, e prime timide aperture verso il mondo fuori.

Proprio da questa tensione tra spazi – tra un interno e un esterno – il film trae la propria forza. Wolfgang, in un certo senso, è un esule: uno che ha rinunciato alla società dei consumi, ma anche – in un senso più sottile – alla storia e al tempo. Non a caso la sua piccola comunità pare aliena da qualsivoglia carica ideologica o politica. Niente a che vedere con certi disegni di palingenesi rurali che tanto andavano di voga nei decenni dell’immaginazione al potere. Qui – piuttosto – quel che abbiamo è una cocciuta volontà di negare: negare ciò che eccede il proprio privato controllo (di nuovo: lo spazio degli altri, e – per estensione – il tempo: quello privato della crescita e quello condiviso della storia).

Insomma due fili si intrecciano: quello della maturazione personale di Gelsomina, il suo lento scivolare nell’età adulta, e il progressivo sgretolarsi del guscio ideato e così caparbiamente difeso da Wolfgang. A fare da catalizzatore è – manco a dirlo – la televisione. L’arrivo di una produzione di provincia, interessata a esplorare i tesori gastronomici locali – sotto il pretesto di ritrovare le radici ‘etrusche’ dell’area – cortocircuita le due dimensioni: quella privata e fuori dal tempo dei protagonista, e quella consumistica, mediata e stancamente storica (gli Etruschi, appunto) di noi tutti.

Dico stancamente perché si tratta – è importante sottolinearlo – di una storia posticcia, televisiva: quella della Bellucci vestita da antica etrusca è – platealmente – una tradizione di plastica, più inventata che riscoperta. Ma – e qui sta il punto – altrettanto aleatorio è il microcosmo di Wolfgang, lo spazio della famiglia intenzionale, in cui ognuno parla lingue diverse – cioè a dire che nessuno è ancorato a quella terra e quei luoghi – e i legami di sangue sono essi stessi obliqui e vaghi. In effetti, nessuno tra i membri della piccola enclave di Wolfgang sembra essere davvero ancorato a nulla, se non all’ostinazione del capofamiglia.

A questo scenario potenzialmente reazionario Rohrwacher si avvicina con una grazia antica. Sono fondamentalmente in disaccordo con Leonardo Gandini – che pure stimo – che reputa (come si desume dal suo intervento su Cineforumweb) troppo svaporante la seconda metà del film. A me pare invece che, nel complesso,  il testo si regga sulle gambe della propria poesia: Maria Alexandra Lungu (Gelsomina) e Sam Louwyck (Wolfgang) hanno facce pasolinane, facce capaci – credo – di riempire i vuoti della narrazione con quello che non dicono. E’ così che l’aleatorietà del mondo de Le meraviglie si riscatta, e trova – paradossalmente – una sua risoluzione simbolica.

La quadra, insomma, è stilistica. I diversi linguaggi espressivi del film si fondono in una (felice) tensione unitaria . Piani mobili, inquadrature ravvicinate, una palette scarna ma ricca di riferimenti pittorici (penso a Fattori) ma anche passaggi più impegnativi, più consapevoli di sé, come quello  in cui Gelsomina e un ragazzo affidato a Wolfgang dai servizi sociali si ritrovano, soli, a giocare con le ombre, in una caverna che è insieme platonica e cinematografica. La caverna, le ombre: come dicevo in apertura, è sulle soglie tra mondo di fuori e mondo di dentro (e, forse, tra fiaba e realtà: tra Storia e storia) che il film gioca la sua partita e – in ultimo – trova una sua risoluzione. Come nell’inquadratura finale: una porta si apre, nel vano di un’altra porta.

Leggi anche: Glasgow Film Festival 2015 | indice

Discussion

2 comments for “Le meraviglie
(Alice Rohrwacher, 2014)”

  1. Concordo su tutto.

    Posted by Zampa | April 12, 2015, 8:09 pm
  2. Arrivo con ritardo estremo e con la ruggine di chi non scrive da mesi, ma arrivo.

    Concordo, la quadra e’ stilistica: proprio nella forma sta il grande pregio di questo film. E la forma di un film, questa cosa su cui ci spacchiamo la testa quando ci pensiamo e poi ne scriviamo, e’ spesso inafferrabile e incontornabile; spesso, quando funziona gran bene, passa del tutto inosservata o viene liquidata come semplicistica. Per dirla con le parole della regista (che dopo proiezione al London Film Festival ha risposto con entusiasmante trasporto a tutte le domande del pubblico, mentre la sorella Alba, piu’ abituata alle luci della ribalta, la sorvegliava come un falco) “Cio’ che finisce dentro un film e’ talmente complicato, se lo potessi spiegare ve lo spiegherei, anziche’ girarlo!”

    Invece di scegliere gli psicologismi e i simbolismi, Le meraviglie punta sulla forma e sulla messa in scena sintetica, per via di metafora: niente soliloqui del capofamiglia a spiegare che il logorio della vita moderna e’ inaccettabile, ma al contempo con che possiamo sostituirlo? Meglio mostrarlo incapace di parlare una lingua decentemente, e farlo balbettare in francinglese o malitaliano per dare sfogo alle sue frustrazioni e farci intuire la sua perenne estraneita’ all’ambiente in cui vive. Tutti i rivoli del discorso (la crescita di Gelsomina, la resistenza al sistema economico di crescita ad ogni costo, la critica culturame televisivo, e chi piu’ ne vuole leggere ne legga) funzionano e non sono mai irritanti proprio perche’ si alimentano di immagini, anziche’ di teoremi e spiegazioni. E l’immagine migliore sta proprio nel cammello, ma qui mi fermo perche’ credo che meglio di me ne abbia parlato Enrico Pili nella sua recensione – un po’ accademica, ma cito ugualmente: “[il cammello] nel suo precedere la fine evoca ancora una volta il desiderio di una realtà diversa ma allo stesso tempo la sua tragica impraticabilità, non assoluta e metafisica ma storica.” http://www.lasinovola.it/archivio/cinema/1407/leMeraviglie.pdf

    Posted by Callas | May 17, 2015, 6:01 pm

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