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Sushi | Insight

Life in a Day di Kevin MacDonald.
Il film nell’epoca del social

Life in a day è un esperimento globale divenuto famoso per il tentativo riuscito di raccontare la vita di milioni di persone sparse per tutto il mondo attraverso video girati dagli utenti. Un film che racconta un solo giorno, il 24 luglio 2010. Si dirà il primo film generato dagli utenti, ma su questo si potrebbe discutere a lungo dato che a suo modo già Snake on a Plane (David R. Ellis, 2006) e altre produzioni in creative commons rights avevano abbracciato la filosofia wiki. O per lo meno una gestazione collettiva dell’opera che ha portato alla realizzazione di alcune piattaforme operative e di pensiero, in ultima la italiana Cineama, che sembrano volersi lasciare alle spalle un vecchio modo di pensare il cinema.

Life in a day lo fa sotto l’egida di youtube che in questi anni è divenuto svate delle profezione di Warhol, e che soprattutto si offre come piattaforma naturale di fruizione nell’epoca in cui i canali internet hanno già segnato il sorpasso ai danni delle emittenti o del dvd per video musicali e pornografia.

Vivere nel dramma. Tokio Decadence

Vivere nel dramma. Tokio Decadence

Parliamo quindi di prodotto altro, perché Life in a Day non è un documentario dato l’intervento di postproduzione ed editing effettuato dalla Scott Free di Ridley e Tony Scott, così come non è un semplice lungometraggio di finzione dato che parte da una quantità inverosimile di girato che preso singolarmente rappresentano la forma più pura e scivolosa del film fiume (80.000 partecipanti da 197 Paesi con 100 ore di girato a disposizione ridotte in 95’).

Una difficoltà di catalogazione che si riflette necessariamente sulle sue modalità di fruizione attuali e future (possibili). L’impressione è che Life in a Day sia un prodotto necessariamente pensato per la rete e che possa avere una distribuzione festivaliera o in sala se lasciato alle rassegne che possono venire anche a valorizzarne gli aspetti di pubblica condivisione, aspetti che non si discostano poi tanto dalla predisposizione dei vari nuclei familiari a riguardare i propri album e/o filmini ciclicamente e in particolari ricorrenze.

Una distribuzione in dvd/blu ray o su supporto fisico non è da escludere (il feticismo culturale di alcune edizioni con libro allegato ad esempio, a volte è più inspiegabile che utile), magari anche con una ricchissima selezione di contenuti speciali ed extra footage, già lì e pronta all’uso, ma verrebbe da chiedersi per quale motivo sia ritenuto necessario un passo indietro rispetto alla scala evolutiva del progresso, per quale motivo nel momento in cui dovremmo preoccuparci di predisporre delle piattaforme per la gestione e creazione di un proprio Life in a day tematico personale, venga il desiderio di guardare al passato, alla necessità tangibile di un supporto.

Saluti da Galatina.

Saluti da Galatina.

Le questioni centrali possono essere 2: Life in a Day nasce dal desiderio di raccontare-apparire e partecipare (una santissima trinità della rete), ma soprattutto – come si vedrà dall’analisi di alcuni passaggi immediati alla visione – è in ballo anche la funzione mnemonica. Che giorno è oggi? Ci si chiederà nel mungere le capre, oppure l’enumerazione di Paesi attraversati in Bici e la catalogazione (mitica) delle mosche per dimensione e geolocalizzazione diatopica, o meglio ancora il ricordo della madre defunta emulato e portato in scena. È chiaro che il desiderio di conservazione mnemonica del mezzo tecnico si scontri con la natura collettiva dell’opera e della memoria del singolo. Da un lato un supporto unico contornato da un continuum di extra che rappresentano comunque un universo attiguo, ma separabile, dall’altro una piattaforma in grado di clonare un miliardo di memorie diverse e simili allo stesso tempo.

La questione due si ricollega direttamente alla prima: che tipo di prodotto è realmente Life in a day? Sorpresa, business is business, Life in a day non è – ancora, ma non è detto che poi non lo diventi – un prodotto con licenza libera. Ovvero con il piffero che ve lo rimontate come volete. Voi avete partecipato girando, ma il montato, l’ideologia e i messaggi (che sono evidenti, di facile emozione e cavalcata) sono quelli impressi dagli artigiani della Scott Free.

Lui è il vostro nuovo idolo e il nostro nuovo profeta. Emozionandoci con le mosche.

Lui è il vostro nuovo idolo e il nostro nuovo profeta. Emozionandoci con le mosche.

La risposta che mi sono dato poi è che quello che risulta dalla visione è comunque un mondo pulito, privo di conflitti. Al di là della stupidità delle morti di una Love Parade, dei normali dettami del ciclo della vita, il montato è esente di drammi reali. I drammi veri: incidenti, morte, guerre, cadaveri.

Quando rincara la dose con cicatrici e malati terminali cerca di raddrizzare il tiro con l’ottimismo. L’impressione è che quella di adesso sia una versione tv friendly, che spera comunque di finire in chiaro, e che per farlo preferisce percorrere anche alcune strade facili, commoventi, liriche e perché no discutibili, una su tutte quella sul lavoro minorile, con un bambino che lavora come sciuscià ma che coltiva un amore smisurato per il papà e per il suo laptop dove grazie a wikipedia sostituisce la scuola (per la serie WTF la wikicultura e la rete ci salveranno tutti, forse, un giorno?).Non addentrarsi in questa palude morale. Ci si lasci illudere che gli internauti che hanno deciso di aderire siano una maggioranza ottimista che ha deciso di testimoniare senza lamentele e compatimenti. Quasi ad anticipare il processo terapeutico e catartico che potrebbe scaturire dalla visione della vita altrui e della propria (su questo fa riflettere la decisione di una famiglia di filmare la vita della madre malata terminale come esperimento di famiglia per creare un happy film con un lieto finale).

Il formaggio qui può essere meglio di quello olandese. In due o tre giorni hai persino i buchi

Il formaggio qui può essere meglio di quello olandese. In due o tre giorni hai persino i buchi

Life in a Day guarda e omaggio  di Humphrey Jennings, cinema che non conosco per niente, per i contenuti, ma per costruzione, per lirismo e tipologia di narrazione il film di Kevin MacDonald, non si discosta poi tanto da altri prodotti che nelle nostre sale ci sono andati, ma come per questi prodotti la fortuna è stata alterna e discutibile. Così potrebbe esserlo per Life in a Day che si presenta sul mercato in prossimità della messa in streaming (a pagamento, e poi gratis) del film. Mi riferisco ad esempio a prodotti come Microcosmos, ma di riflesso anche a Il popolo migratore o Hymalaia, nella misura in cui si fa slittare l’intento didascalico (che qui e lì appare nella sua versione moralizzatrice attraverso un montaggio analogico) in secondo piano e ci si sofferma su un montaggio musicale in funzione del primo intento ed un ottima resa fotografica e di composizione.

Perché, per l’appunto, per quanto generate dagli utenti, le immagini che compongono il film sono di pregevole fattura, addirittura in alcuni casi ci sono rudimentali carrelli o dolly, fish-eye che di certo non sono proprio alla portata di tutti (più che economica come nel caso delle lenti, è da pensare alla conoscenza del mezzo cinema per ricavare un improvvisato carrello da una pista per esposizione delle pietanze in un self service restaurant). Quindi per prima cosa si intende che vi è stata una selezione a monte, il cui probabilmente primo elemento di discriminazione è stata la qualità delle immagini. Pochi video con i videofonini che sono in realtà lo strumento più diffuso e capillarmente conosciuto dall’utente/fruitore, ma che soprattutto hanno segnato forme di visione spontanea come nel caso di video virali, video cult sul tubo, report di guerra (che tra l’altro sembra essere completamente estranea a quel giorno, come se il 24 luglio del 2010 in tutto il mondo non si sia sparato un colpo di fucile), o forme strutturali come l’italiano Vedo Zero. Eccezione alla regola la presenza di una mitomane che sembra uscita da Taxi Driver che fa una dichiarazione d’amore al ferro che ha in dotazione e che culla quasi con un gusto fallico che non poteva essere escluso dal montato per il LOL.

Wikipedia sanerà la piaga del lavoro minorile. Prima o poi.

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Il film parte dal risveglio arrivando alla notte successiva. 24 ore per collegare frammenti eterogenei e farli sembrare più omogenei possibili, complice l’adattamento, il montaggio  e la volontà di mettere in risalto l’universalità di alcuni rituali e azioni (le abluzioni, il lavaggio dei denti, la prima rasatura con tagli annessi), nonché dei bisogni fisiologici (come il cibo, per quanto ad es. solo alle filippine si mangino le uova con dentro embrioni di piccione formato). Nel mezzo passaggi a tema come i questionari «cosa ami», «cosa ti spaventa di più», «cosa hai in tasca», straordinarietà e nuovi idoli (come il ciclista coreano che ci ha regalato la nuova citazione del blog).

Per quanto non venga a sfatare il mito dei luoghi comuni, il film gioca a rimarcare le somiglianze, sollecitando l’identificazione con altre persone dislocate nei più remoti posti della rete. Appunto. Perché ad essere mostrato non è tanto il mondo, quanto la parte attiva del web. Quelle persone che internet lo vivono. Quindi forse, ad essere veramente protagonisti – nel caso non coincidano – non sono le persone filmate, bensì chi filma. Il loro mondo, il loro modo di concepirlo e tradurlo nella logica dei social media.

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