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Sushi | Film

L’Industriale
(Giuliano Montaldo, 2012)

A ottant’anni suonati, Montaldo può sventolare un CV lungo così fitto fitto di referenze sul cinema civile, attori monumentali diretti, mestiere solido dimostrato sul campo e una colonna sonora che ci si è ficcata tanto nel nostro immaginario che la cantano pure gli Amici di Maria da Santoro.  Ebbene, Giuliano Montaldo viene da te con un lenzuolone così con tutte queste cose scritte sopra e ti chiede di guardare il suo ultimo film in cui dice la sua sull’Italia ai tempi della Crisi. Che fai, non gli dai una possibilità? E non fare lo stronzo…

Quindi eccoci qua: Pierfrancesco Favino è il presidente di una storica società metallurgica torinese specializzata in fotovoltaico, soffocata fino all’orlo del fallimento dalla stretta della crisi. Il ragazzo è parecchio giù, ma è troppo onesto e  orgoglioso per farsi aiutare dalla ricchissima suocera con la evve moscia che lo considera un senzapalle tantomeno dalle finanziarie in odore di strozzinaggio. Favino resiste stoico, cerca di vendere quote di minoranza all’estero, parla col cuore in mano agli operai, chiede consigli agli illuminati amici del fu illuminato padre. Quello che però lo deprime è il deteriorarsi del rapporto con la moglie Crescentini, bella e un tantino profumiera, tanto gentile  e sorridente con l’avvocato e con gli inservienti, quanto sempre meno innamorata, nonostante gli sforzi.

Se, restando in zona Industriali nel recente cinema italiano, al laccato Gioiellino di Molaioli si poteva imputare una certa confusione nelle posizione prese verso personaggi, a Montaldo purtroppo va diagnosticato un da questo punto di vista un bozzettismo piuttosto grossolano e manicheo. “Non è mica colpa tua, sai, è questa crisi che ci affonda tutti” dice il saggio operaio al giovane industriale accigliato che ha visto crescere lì in fabbrica. Lui è un brav’uomo schiacciato dall’eredità del padre, la crisi piomba dal cielo e la colpa, ce l’hanno scritto in faccia, è di quei banchieri infighettati o della suocera che sembra una megera di Centovetrine che gli propone affari come gli facesse l’elemosina. Gli operai lo sanno e gli vogliono bene, a quel testardone. Non proprio contestazione graffiante, ecco.

Ma anche a fare da rabdomanti alla ricerca di una nobile valenza di “ritratto contemporaneo”, se ne cava poco, aldilà dell’impressione di sondare con impegno eccessivo profondità da fiction RAI. Un esempio su tutti, il personaggio del garagista romeno sensibile, che fa sculture col fil di ferro e lava le macchine con Beethoven in sotto fondo e gli occhi chiusi per l’armonia che prova col mondo. Roba capace di svegliare il leghista che ognuno spera di non avere dentro di sè.

In una pellicola aderente alla più neutra e insapore regia solastica e produttivamente soggiogata da una miriade di piccoli product placement (a proposito di crisi, penso che dovremmo proprio abituarci), le redini del film passano agli interpreti principali, intenti a cavare il meglio dai loro personaggi.

Favino, con il suo enciclopedico sfoggio di accenti , ci prova seriamente a tirare fuori il personaggio memorabile, il debole che tenta di farsi forte in nome di una tradizione sentimentale, che non accetta manfrine, smembramenti e aiutini, in cui anche noi possiamo in qualche modo rispecchiarci. Peccato faccia più che altro la figura di un poco credibile ciula, catapultato chissà come nel bel mezzo del 2012 dai tempi del boom economico. Anche la Crescentini, da musa di questo recente ritorno al cinema di Montaldo, pare metterci l’anima, ma tra occhi lucidi e moine e “io per te ci sono sempre, sei tu che non mi vedi” aggiunge giusto quel surplus di antipatia ad un personaggio che dovrebbe uscire come il più positivo del film e finisce per essere involontariamente misogino.

Ne esce fuori un disegno raffazzonato e opaco, poco chiaro nelle intenzioni e per nulla memorabile nei personaggi e nella storia raccontata, nè tanto meno per il modo in cui ci viene raccontata. Dispiace, ma è inutile prendersela con Montaldo. Qualcosina da insegnare, fosse anche solo il mestiere e la voglia di parlare di attualità sociale, c’è sempre.

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(Giuliano Montaldo, 2012)”

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