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Sushi | Film

Lo Hobbit – La desolazione di Smaug
(Peter Jackson, 2013)

Nota: la recensione si basa sulla visione del film in 3D HFR e sulla conoscenza pregressa di tutti gli altri film di Peter Jackson e dei libri di Tolkien, diligentemente letti. Il tono è volutamente generalista, l’appassionato quindi non si senta offeso. Nemmeno quello che ho incontrato in treno e che mi ha fatto sentire in colpa perché non conosco il linguaggio elfico e a carnevale non mi metto le orecchie a punta. Del resto, io a carnevale vesto la maglietta di Zagor, ognuno ha le sue fissazioni.

Per chi ha visto gli altri film (trilogia de Il signore degli Anelli e Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato) e ha anche letto i libri di John Ronald Reuel Tolkien: il film prosegue nel solco del precedente. Come si era già scritto in queste pagine, (Lo Hobbit – Un viaggio inaspettatoIl signore degli anelli comprimeva in una trilogia un romanzo lungo e complesso, Lo Hobbit, invece, espande in una trilogia una favola di qualche centinaio di pagine, offrendosi, senza ambiguità di sorta, come vero e proprio prequel. Le atmosfere fiabesche dal gusto fantastico “antico” del romanzo originale cedono il passo ai toni epici e ai personaggi della trilogia cinematografica precedente. Molti gli innesti apocrifi (tra gli sceneggiatori anche Guillermo del Toro) che faranno storcere il naso ai filologi e ai maniaci della continuity (Gandalf che fronteggia il Negromante che altri non è che Sauron, presenza degli elfi Legolas e Tauriel, elfi -femmine- che amoreggiano con nani…), ma che lasceranno indifferente lo spettatore occasionale. Bisogna ammettere che, in alcuni casi, le aggiunte sono state necessarie e intonate.

Per chi ha visto solo i film: se a questo punto, giunti al quinto film, si decide di ritornare in sala per vedere come la storia cresce con personaggi e nuovi eventi, l’operazione di Peter Jackson è piaciuta, quindi si può comprare serenamente il biglietto.

Per chi  vorrebbe vedere un film di questa saga per la prima volta: non si comprenderà tutto ma il film è pieno di azione e facile da seguire. Del resto, l’universo di Tolkien è ricco di dettagli, fascino e mitologia ma si risolve in una lotta tra bene e male, combattuta in un mondo magico-medievaleggiante con umani, nani, uomini, maghi, uomini piccoli e borghesucci chiamati Hobbit (dalle doti, dal coraggio e dall’acume nascosti), e vari mostri, cattivi, puzzolenti e un po’ stupidi.

Il film nel complesso è meglio strutturato rispetto al primo capitolo di questa trilogia. Personaggi che nel libro erano semplici comparse, come l’arciere Bard, acquisiscono spessore drammaturgico e interesse. Più in generale, tutte le sequenze di Pontelagolungo (città mercantile stile Paesi Bassi) sono ben scritte.

Nel primo film la sequenza topica era lo scontro di indovinelli tra Bilbo e Gollum. Il merito va a Tolkien per i dialoghi e ai realizzatori per la resa a schermo della creatura deforme. In questo film la sequenza topica è rappresentata dallo scontro con il drago Smaug. Scontro prima verbale, con il solo Bilbo, poi fisico con la presenza dei nani. Il drago è bellissimo, affascinante ed inquietante al tempo stesso. Davvero un piacere per gli occhi. Doppiato in originale dal sempre più bravo Benedict Cumberbatch (questo uomo farà molta strada) e, in italiano, da Luca Ward. Si ricorda con affetto Dragonheart (1996), ma qui siamo su un altro pianeta.

Nota di merito per alcuni attori: Martin Freeman è particolarmente efficace nel rendere la psicologia degli Hobbit, oltre ad essere oggettivamente un bravo attore con una fisicità decisamente più convincente di quella, da adolescente inquietante, di Elijah Wood. Stephen Fry interpreta con ironia il governatore corrotto di Pontelagolungo: non si può non apprezzare la sua faccia e il suo carisma tipicamente inglesi.

Come si si scriveva sempre su queste pagine (Hugo Cabret), alcuni autori là ad Hollywood sembrano spingere verso il cinema stereoscopico, considerato tecnologia del futuro. Scorsese paragona lo stupore scopico del cinema delle origini al rinnovato stupore dello spettatore per lo sfondamento dello schermo cinematografico. Ne Lo hobbit le 3D sono effetto più che applicazione. Mi spiego. La maggior parte delle inquadrature si presenta con una cornice (roccia, albero, colonna) in primo piano, un personaggio al centro e uno sfondo sfuocato (molto sfuocato, qualcosa che nel complesso pare difficilmente ottenibile otticamente, con uso di obiettivi e diaframma). Non c’è utilizzo drammaturgico della profondità di campo (o della sua assenza). Tintin (2011) o Avatar (2009), per esempio, utilizzavano le 3D in modo più “creativo”.

Ultima nota sulla tecnologia HFR. In breve, il film può essere visto in alcune sale in stereoscopia proiettata al doppio della velocità normale (48 fotogrammi al secondo invece dei classici, scusate il pleonasmo fuori luogo in questa sede, 24 fotogrammi al secondo). Questo garantisce un’immagine più luminosa e definita; definita soprattutto là dove il cinema “normale” ci ha abituato, in oltre un secolo, a vedere immagini maggiormente “traballanti”: nei movimenti di macchina. L’effetto è paragonabile a quell’iperrealismo da mal di mare che si prova nei negozi di elettronica dinnanzi alle tv HD con film o programmi girati in alta definizione (sport, documentari…). Probabilmente si tratta di semplice abitudine dell’occhio e del cervello. L’iperrealismo dell’alta definizione ha però uno sgradevole effetto collaterale. Le scenografie e i costumi, per quanto possano essere ritoccati in post produzione digitale, sembrano finti, cioè si rivelano la loro natura finzionale. Tanto vale allora vedere qualcosa di palesemente posticcio compensando la fantasia (è un divertimento anche solo leggere Hobbit CCCP).

Film che è operazione commerciale, esperienza “espansa” (nuovo tassello di un universo cinematografico che si ispira ad un universo letterario, attesa da parte dei fan dei director’s cut…) ed espressione di tecnologia ed effetti speciali. Se la costosa e complicata tecnologia 3D HFR (due macchine da presa, velocità doppia di ripresa) prenderà piede, Lo Hobbit sarà ricordato come pietra miliare.

 

Discussion

One comment for “Lo Hobbit – La desolazione di Smaug
(Peter Jackson, 2013)”

  1. Un’ottima recensione!

    Posted by Francesco | January 22, 2014, 2:26 pm

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