// you’re reading...


Sushi | Film

Lo Schiaccianoci – 3D
(Andrei Konchalovski, 2009)

A Natale, si suol dire, siamo tutti più buoni. E quindi ho pensato fosse giunto il momento di tirare fuori la bambina che è in me, quella delle grandi occasioni, e andare a vedere Lo Schiaccianoci – 3D, arrivato nelle sale con due anni di ritardo. La bambina in questione, cresciuta a pane e Disney, ne è uscita un po’ traumatizzata, e adesso ha bisogno di tutto il sostegno che la me-grandicella può darle. La me-futura, di sicuro, non lo farà vedere ai suoi pargoli.

Ci troviamo davanti a qualcosa che, più che il film natalizio dell’anno, si presenta come un grande dilemma esistenziale. Un film che non sa se collocarsi tra i prodotti per bambini o tra i fantasy di serie C da preadolescenti. Il punto della questione è che Konchalovski ha preso la trama del famoso balletto (e per ricordarcelo la colonna sonora è ovviamente composta dagli stessi brani di Ciajkovskij ) e ci ha schiaffato in mezzo un sacco di sue inquietanti pippe mentali, che dove vadano a parare non si sa. Nonostante varie canzoni – Julie Andrews, scaglia il tuo tuono vendicatore, per piacere – e richiami a moltissimi fiabe (ho contato Peter Pan, Alice Attraverso lo Specchio…), la sensazione generale è quella dello straniamento.

Con ordine: siamo nella Vienna degli anni Venti, notte di Natale. Mary – ovvero la Clara dell’opera originaria, ovvero l’enfant prodige Elle Fanning che prima di ogni missione si mette mezzi guanti e cappellino – è la classica bambina piena di fantasia che nessuno riesce a comprendere, specialmente il suo fratellino, il bamboccio più rompicazzo che io ricordi da tempi immemorabili, che le distrugge sempre i giocattoli. L’unico in famiglia che la incoraggia è zio Albert (Einstein). No, non sto facendo dell’umorismo. All’inizio pensavo che il capello grigio vaporoso fosse una coincidenza. Anche lo spiccato accento teutonico che, nonostante tutti i personaggi siano teoricamente austriaci, è l’unico a possedere, poteva essere un modo come un altro per caratterizzare questo tizio, dalla snervante abitudine di parlare allo spettatore. Senonché a un certo punto il tizio inizia a saltellare per la casa come una novella Mary Poppins cantando una meravigliosa canzoncina…sul relativismo. Con tanto di E=mc² scritto sulla lavagnetta. In effetti è stato qui che ho iniziato a turbarmi. Immagino che ci volesse essere una riflessione più profonda dietro, ma alla fine tutto viene ritrattato, lo spettatore adulto rimane confuso e lo spettatore bambino se ne infischia perchè sta ancora piangendo per i topi nazisti. Ah, sì. I cattivi della fiaba sono i topi del Terzo Reich.

Ma andiamo avanti con ordine, lo zio Einstein, che sarebbe l’enigmatico signor Drosselmeyer del racconto di Hoffman, regala alla nipotina prediletta uno Schiaccianoci, dall’originale nome di N.C. (sforzo mentale terribile: che stia per Nut-Cracker?). Chiaramente questo pezzo di legno, il più inquietante figlio di buon albero dopo Pinocchio che abbia visto, non è un semplice giocattolo, ma è un principe ridotto alle sue nodose condizioni dall’orripilante Regina dei Topi, la quale, alle prese con un figliolo più portato per il musical che per il trono, John Turturro, ha usurpato il suo regno. Il gravoso compito della piccola Mary è aiutare il suo nuovo amico a riprendersi ciò che è suo e a ricacciare quei ratti schifosi nel sottosuolo. Nel mezzo, qualche danza con la Fata della Neve, che pattina sul ghiaccio in uno dei tanti piani di un gigantesco Albero di Natale, insieme a tutte le creature canterine che lo popolano.

La parte che davvero mette a disagio arriva qui: i topi nazisti, appunto. E di nuovo avevo provato a illudermi che fosse un abbaglio, un parto della mia mente contorta e nulla più. Ma le divise da SS non sono frutto della mia immaginazione. Le ciminiere in cui vengono bruciati i giocattoli, perchè così la fumana nera copre il sole, nemico dei ratti, ricordano troppo Auschwitz. E la grottesca metafora giunge al suo culmine nella canzone del Re, che, dall’alto del suo balcone – alle spalle stendardi senza svastica ma con R gigantesche – costringe la folla a cantare quanto sia bello essere topi. Già, perché il Re ha avviato una campagna di rattizzazione di tutti gli abitanti rimasti. Tanti, tanti ratti ariani. Al centro della piazza, un mucchio di quegli stessi giocattoli da bruciare. Forse un bambino molto piccolo non ci farà caso, ma chi ha visto le foto dei campi di concentramento sicuramente troverà l’immagine di pessimo gusto. Non perchè non sia permesso fare ironia sui nazisti. Bertolt Brecht ci è riuscito perfettamente, nella sua opera teatrale “La Resistibile Ascesa di Arturo Ui”. Ma Konchalovski non è Brecht, a quanto pare.

Ricordandosi improvvisamente che le sale dei cinema dovrebbero essere piene di famiglie venute ad assistere a quella che doveva essere una fiaba (dico “dovrebbero” perchè la mia, ad esempio, era perfettamente vuota, nonostante fosse l’unico orario disponibile), il regista opta per un finale pacioccone, senza veri spargimenti di sangue e senza nemmeno la liberatoria eliminazione del nemico, che si limita a strisciare nelle fogne. Il popolo potrà danzare per la città derattizzata e, ovviamente, cantare. Cantare perchè come sempre ha trionfato il Bene, incarnato nel puro amore di una bimba bionda per il suo giocattolo preferito. Bimba bionda che dovrà tornare alla realtà, quella della Vienna di Sigmund Freud, in un breve cammeo all’inizio del film, nonché citato en passant un paio di volte. Non si sa bene perchè, ma se c’è Einstein, non vedo perchè non dovrebbe esserci spazio anche per lui.

Tornando a casa dovremmo ricordarci sognanti gli sbrilluccichii di tutte le varie Fatine delle Nevi, le luci natalizie che ci erano state promesse, e tante belle carole; invece lo spettatore si sente completamente straniato. Senza dubbio, un qualche impatto si può dire che il film lo abbia avuto. Io, personalmente, penso che quando domani addobberò l’Albero, starò estremamente attenta a che pupazzetti ci appenderò. Non si sa mai.

Discussion

No comments for “Lo Schiaccianoci – 3D
(Andrei Konchalovski, 2009)”

Post a comment