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Locarno, day 3

Locarno, 11 agosto | appurato che l’Autan svizzero – il portentoso ANTI-BRUMM-FORTE – sta all’Autan nostrano come Bruce Willis sta a Giancarlo Magalli, Folquet rientra, sbracciato e tracotante, al termine di una giornata intensissima. Si parte con ‘Ma dar Behest’ della persiana Sina Ataeian Dena, sottile studio sulla repressione e la passività (colpevole?) di una giovane donna a Teheran, si continua con ‘My name is Gary’ di Huk e Cousseau, in cui una solida vena da direct cinema si fonde con uno sguardo UrbEx nella città di Michael Jackson, si transita per l’atipica bromedy bunuelliana Paradise, della greca Athina Tsangari, e le coreografie architettoniche de L’Architecte de Saint-Gaudens, firmato Desprairies e Bozon. Ma è per ‘Topophilia’ di Peter Bo Rappmund che Folquet ha buttato a terra il cappello. Opera potentissima di indagine sull’interazione tra spazi, architetture e sensi nascosti di un gigantesco oleodotto, il film vibra come una macchina viva, e spinge il cinema alla radice delle sue risorse espressive. More to follow: watch this face.

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