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luglio 2015 | overview

Luglio duemilaquindici: sono quasi le tre di un pomeriggio sbilenco; faccio girare Ellen Allien e mi viene in mente di quando si diceva d’estate, al cinema, non c’è mai niente. E mi rendo conto che questa idea, lapidaria e incongrue qual si presenta, contiene in realtà un pezzetto dell’immaginario estivo di un’altra epoca, giunto per casi fortuiti intatto ai nostri anni di politiche distributive globalizzate. Un po’ scialbo, come gancio d’apertura al pezzo, lo so. Prendetelo così com’è.

Intanto vi dico subito che secondo me dovreste andare a vedervi While We’re Young (Giovani si diventa) di Noah Baumbach. Metà storia di raggiri e metà spaccato intergenerazionale, il film conferma un talento di scrittura innegabile, e riflette con ferocia paure e disillusioni di due generazioni, con personaggi che, se non sono proprio come voi, sono probabilmente come qualcuno che conoscete (per una lettura in chiave post-alleniana vi rimando al bel pezzo di Emanuele Sacchi su mymovies). Detto questo, devo ammettere anche che sul regista nuovaiorchese non ho ancora un’opinione fatta e conchiusa. Frances Ha mi era piaciuto. Baumbach è chiaramente abile nel manovrare immaginari comuni, riferimenti linguaggi e aspirazioni: ha il piglio comico calibrato dell’intellettuale e lo sguardo preciso del cinefilo. In più – e non è poco – assembla le sue immagini con una freschezza e un estro che riverberano, fanno atmosfera, stile. Ma ho visto (troppo) poco per sbilanciarmi sulla natura della sua ispirazione: tra ironia e partecipazione non so decidere, e, per il momento, preferisco lasciare il discorso in sospeso.

Parliamo invece di Paul Schrader. Lui, quello di Taxi Driver e Raging Bull. Un paio di anni fa, e su una sceneggiatura di Bret Easton Ellis, Schrader aveva diretto Lindsay Lohan in un titolo francamente privo di lustro, The Canyons, che mescolava vuoto morale e pienezza di corpi sfatti senza troppa originalità. Qui si cimenta con Nicholas Cage, ma la storia dietro Dying Of The Light (Il nemico invisibile) va al di là della star, ed è di quelle che animano i manuali di storia del cinema. Fotografato dal romeno Gabriel Kosuth, e coprodotto da Nicolas Winding Refn (quello di Drive), il film si presenta come una pellicola di genere a basso costo. Qui sta il bello però: forse proprio perché di genere e a basso costo, Schrader avrebbe voluto per il film una palette espressionista, sperimentale e fortemente simbolica. Senonché la versione distribuita un annetto fa in poche sale americane, e poi direttamente sul video-on-demand, è stata modificata digitalmente dal distributore (Lionsgate), senza il consenso degli autori, e riportata a una anodina palette ‘normale’. Vincolati da una clausola contrattuale (vedi foto), regista e attori non hanno potuto protestare più di tanto. A farsi sentire è stato soltanto Kosuth, in un intervento piuttosto scazzato (e si può anche capire) apparso su Variety.

La faccenda, nel suo contrapporre così brutalmente interessi commerciali e intenzioni autoriali, riporta davvero alla mente certe pagine di storia della New Hollywood. Epperò, due considerazioni. Uno, Nicholas Cage non è Marlon Brando, e io, sotto sotto, ho il sospetto che Schrader ci abbia marciato, calcando i toni per far parlare di quello che a conti fatti era un filmetto. Due (e qui sta il pensiero insidioso), mi chiedo se e quanto questo tipo di opposizioni facciano ancora parte dei nostri paradigmi critici. In altri tempi si sarebbe andati sulle barricate per una cosa del genere (con Schrader poi). Ora è come se l’antitesi (diciamo, per semplificare, l’antitesi tra arte e commercio) si sia dissolta, magari non propriamente risolta ma rimossa, in un mondo in cui gli spazi al di fuori dell’industria culturale si sono chiusi, lasciando campo a problemi di ordine diverso e più vasto: problemi inerenti allo statuto (vorrei dire: all’ancoraggio) delle immagini nel circo mediale del capitalismo. Comunque sia, elucubrazioni a parte, vi rimando all’Hollywood Reporter per un resoconto dell’intera vicenda.

Lampi in breve. Se vi piace Will Farrell, c’è questa cosa con Will Farrell che fa un colletto bianco pescato con le mani nel sacco e costretto a rifarsi un’immagine da duro prima di finire in carcere. E qui ci sarebbe da giustificare la menzione di Get Hard con discorsi sullo stato del sistema carcerario negli Stati Uniti e sulle tensioni razziali che il film chiaramente adombra (Farrell, per prepararsi al carcere, arruola un dipendente afro-americano, Kevin Hart, come mentore): ma la verità è che nel film c’è Alison Brie, e Alison Brie può farmi quello che vuole quando vuole, e quindi bon. Altri lampi: Babadook dell’australiana Jennifer Kent: non l’ho visto, ma il film (un esordio) ha mietuto un fottio di riconoscimenti l’anno scorso con il suo approccio post-burtoniano al genere de paura, e a vederlo così direi che vale la pena.

Chiudo questa overview con una bella storia, per una volta italiana. Capita che la casa produttrice nipponica Schochiku abbia restaurato sei film di Ozu Yasujiro, e capita che una casa di distribuzione friulana, la Tucker Film, sull’onda dei propri rapporti con il Far East Film Festival di Udine, abbia deciso di distribuirli in Italia. E così succede che all’Anteo di Milano, nel weekend della sua prima settimana di programmazione, Viaggio a Tokyo (1953) abbia realizzat0 (secondo Repubblica) il miglior incasso cittadino, guadagnandosi una seconda settimana di proiezioni. E se questa non è la miglior notizia notizia (al cinema) del mese, non so davvero quale sia.

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