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Sushi | Film

Mad Max: Fury Road
(George Miller, 2015)

Mad Max mette sul tavolo tanta di quella roba da lasciare stupefatti: le questioni del nostro tempo sono lì. Tutte.

In un deserto postatomico c’è un camion cisterna guidato da una donna con un braccio solo e quello sguardo da imperatrice che a volte si scorge nelle ragazzine dei quartieri più poveri e più sudici. Occhi che sembrano dire «io questo schifo non me lo merito». A volte, con gli anni, quello sguardo si spegne. Altre volte invece viene interiorizzato; diventa un atteggiamento mentale, carburante per l’anima. Sono solo loro quelle che ce la fanno.

Il camion è partito dal fortino dei cattivi. Dovrebbe andare a rifornirsi in un altro fortino. Non ci va. I cattivi se ne accorgono e lo inseguono. E mentre lo inseguono scopriamo che il camion trasporta la vita: le donne del capo dei cattivi, il suo harem, destinato a produrre un erede sano in un mondo postatomico. Lussi che solo i capi assoluti possono avere. A un certo punto arriva pure un tale con una catena al collo e gli occhi allucinati, quelli di chi ha visto il mondo crollare per terra e non rialzarsi. Si prendono a schiaffi per un po’, giusto il tempo di vedere se sono tutti forti abbastanza per poter sopravvivere in quell’inferno. Così si rimettono sul camion e partono: la loro destinazione è la storia del cinema.

Mad Max: Fury Road è un tipo di film rarissimo. Uno di quei film che cambiano le carte in tavola, radicali nell’impostazione eppure apertissimi al pubblico e pregni di un significato che trascende la storia raccontata. Questi film qui vengono chiamati capolavori.

George Miller, non è nuovo a questo genere di cose. Con la serie Mad Max ha letteralmente impressionato tutto il mondo. Mad Max 2 (1981) soprattutto era una bomba: ambientato in un deserto post atomico e concluso da una delle scene di inseguimento più belle della storia del cinema. Ebbene lo ripeto: anche stavolta Miller ha sfornato un capolavoro. Solo che a questo giro l’inseguimento dura per un intero film.

Fury Road non è solo il miglior film della serie, ma una pietra miliare che mangia in testa a qualsiasi film di supereroi, alle orge di esplosioni e robot di Michael Bay, e che dà le piste a praticamente tutti i film ad alto budget classificabili come action degli ultimi venticinque anni (almeno).

Non c’è una sola virgola fuori posto, tutto gira alla perfezione. Basta guardare a come vengono sfruttati i comprimari. Le parti femminili centrali sono affidate a delle modelle professioniste come Rosie Huntington-Whiteley del cui talento attoriale sarebbe stato lecito dubitare. E invece non solo la loro presenza è perfettamente sensata nel film, ma sono così calate nella parte da lasciare di sasso. Lo stesso vale per un colosso fatto di muscoli e scarsa espressività come Nathan Jones. Qui ha una parte grottesca che sembra gli sia cucita addosso: e lui se la porta avanti senza sbavare mai, nemmeno in una scena.

Ma ovviamente è tutto il film che gira a mille. Praticamente Miller è riuscito a ricreare la stessa forza d’impatto che avevano i primi due Mad Max e l’ha trasferita in un contenitore di una modernità sconcertante. Sotto questo aspetto il suo ultimo lavoro rappresenta uno dei film più coraggiosi sfornati da uno studio da anni e anni. E per certi versi risulta addirittura più avanti rispetto al 2015. Nello spazio di due intensissime ore il nuovo Mad Max mette sul tavolo tanta di quella roba da lasciare stupefatti: le questioni del nostro tempo sono lì. Tutte.

Uno degli aspetti più interessanti – e su cui in molti giustamente si sono già soffermati¹ – è quello dei ruoli di genere. Se nel cinema action che conta l’eroe maschile è dominatore assoluto del campo, qui è alla meglio coprotagonista, in una storia dove un’eroina sta salvando altre donne. Miller tratta le donne come in Mad Max non erano mai state trattate. Anzi, uno degli aspetti centrali nei primi capitoli della saga era proprio la violenza sulle donne. Ricordo scene piuttosto forti che parlavano di un’umanità allo sbando, totalmente dedita al saccheggio e dove i personaggi negativi stuprano e uccidono spesso in maniera del tutto gratuita, a testimoniare la mancanza di speranza del mondo. Qui il discorso è completamente diverso: le spose di Immortan Joe si levano la cintura di castità imposta dal loro bavoso e terribile marito e ci sputano sopra. Da applausi.

Ma si può andare persino oltre. Non è un mistero che in questi anni post-ideologici gli esseri umani hanno trovato modo di dividersi nuovamente su basi religiose. Il discorso è delicato e complesso. Criticare chi, facendosi scudo di un credo, mira ad avere privilegi odiosi a scapito dei più deboli non dovrebbe essere un problema, non per chi capisca cosa siano la libertà di pensiero e di parola. E invece capita, è capitato, che le cose siano finite malissimo per chi criticava.

E se non si può parlare di una cosa, quindi, come si fa a parlarne lo stesso? Ma che domande: si fa come ha fatto Manzoni con i Promessi Sposi. Si prende tutto, lo si sposta in un’altra epoca, si fa vestire la gente in modo diverso, si chiamano le autorità con altri nomi e il gioco è fatto. Ecco che improvvisamente si può dire che tenere delle donne segregate nelle stanze di un palazzo è un’abominevole appropriazione di un altro essere umano che non può essere consentita a nessuno. E non importa la cultura, la religione o quello che volete voi: è comunque uno schifo, punto.

Questa roba però non viene inserita in un film di discorsoni saccenti, ma in un’opera dove ci sono tante esplosioni quante sedie in una sala cinematografica. Perché non c’è modo migliore per dire una cosa che dirla facendo divertire chi ti ascolta.

E infatti sapete che c’è? Tutto sommato anche a chi della posizione della donna nella società contemporanea non gliene fotte veramente niente, o è del tutto indifferente al contesto geopolitico di questi anni di merda, Mad Max: Fury Road piacerà di brutto. Perché è cinema allo stato puro, fatto di movimento perenne ed espressionista quasi come se fosse un film muto. È curato in ogni dettaglio e ha dentro due fra i migliori attori del decennio calati in dei personaggi giganteschi e assolutamente iconici.

Io ne sono uscito con la stessa espressione di quando uscii da Jurassic Park (1993). Solo che allora avevo dodici anni, oggi ne ho trentatré.

Ma come vi dicevo prima, questo è un capolavoro.

— note

¹ Massimo Rota su Duels – per dire – parla del film come di un «western femminsta». Ma si legga anche l’intervento (in inglese) di Donna Dickens su Hitfix.

Discussion

5 comments for “Mad Max: Fury Road
(George Miller, 2015)”

  1. Sarebbe interessante confrontare le figure femminili di Mad Max con quella di Jurassic World.
    Le concubine ribelli, la favorita caporivolta, le guerriere del deserto da un lato; la donna in carriera maniaca del controllo eanaffettiva che alla fine si lascia un po’ andare e, pur mantendo la il proprio carattere, trova il suo maschione alfa dall’altro.
    Un piccolo grande cult già appena uscito in sala (Mad Max) versus un onesto filmone di genere per rinverdire un brand.

    Per quanto mi riguarda il cinema, oltre che immagini in movimeto, è anche facce e corpi sullo schermo, mettendo da parte l’approccio critico, dico che per me c’è solo Bryce, tutta la vita fedele nei secoli, da Manderlay in avanti.

    Posted by zampa | July 12, 2015, 12:54 pm
  2. Per quanto mi riguarda il confronto è un po’ quello che si potrebbe fare fra la Rosetta che quasi un anno fa fece atterrare una sonda sopra una cometa e la nuova Mini.

    Sia chiaro, Bryce l’ho sempre apprezzata, ma davvero per me qua non c’è storia fra i personaggi.

    Lei è anche una caricatura della donna in carriera, ovvio, ma le spose di Immortan Joe – ognuna con dei tratti distintivi e un ruolo nella storia – non possono non essere preferite.
    Almeno da me.

    Posted by pilloledicinema | July 13, 2015, 7:50 pm
  3. Ero ironico eh…

    Posted by zampa | July 14, 2015, 4:24 pm
  4. LOL!

    Posted by pilloledicinema | July 14, 2015, 7:40 pm
  5. Bel pezzo comunque. :-)

    Posted by zampa | July 14, 2015, 7:44 pm

Reply to zampa