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marzo 2015 | overview

E poi venne quella volta in cui il pezzo sulle uscite del mese rimase tutto in Italia. Sarà l’eclisse, diceva uno. E’ colpa del governo, diceva un altro. Ma Folquet, chiuso nella sua soffitta ai confini del cielo, non badava a nessuno e scriveva così.

Marzo è ormai ben oltre il giro di boa, ma due note sui film del mese le voglio nondimeno condividere con voi, audaci lettori. Guardiamo per esempio a Cloro, film d’esordio di Lamberto Sanfelice, passato quest’anno al Sundance e poi a Berlino. Un film da festival e allo stesso tempo da film commission, verrebbe da dire, che si affida ai brulli paesaggi abruzzesi per costruire uno sguardo essenziale, per cercare e indagare la natura del mondo – i suoi spazi, le sue relazioni – come  immagine. Ne risulta un cinema ellittico – come scrive Michele Faggi nella sua bella recensione – che sfiora il contesto socio-economico ma che, in ultima analisi, trae forza dallo studio di carattere, come ammette lo stesso regista in un’intervista a Vogue.

Mi fa pensare, questo nesso tra la crisi economica e la ricerca di un senso intimo nei luoghi, nei paesaggi di una Italia marginale, isolana o isolata, intrinsecamente pre-sociale. Qualcosa del genere si ritrova – credo – anche nel recente In grazie di Dio di Winspeare, seppure a latitudini socio-geografiche diversissime. Si tratta – credo – di una tendenza in linea con una certa tradizione lirica che da sempre permea il nostro discorso letterario e culturale: cercare l’intimità dell’immagine (o della parola) in risposta alle sollecitazioni violente della Storia. In una certa misura, Sorrentino si muove nella stessa direzione: un po’ meno Virzì, ma Virzì ha altri problemi. E, in una certa misura, falliscono tutti, Winspeare, Sorrentino, Sanfelice: manca (credo, penso) a loro e al nostro cinema, oggi, la ferocia di un giovane Bellocchio, o del recente cinema rumeno. Mancano, per dirla con Herzog, nuove immagini.

Ma qui mi fermo e passo invece a Roan Johnson, regista e sceneggiatore italo-inglese che incontrai ai tempi del liceo con Ora o mai più, una produzione Fandango con Gabbriellini, Germano e una conturbante Violante Placido (l’aggettivo conturbante serve alla lingua italiana contemporanea probabilmente e soltanto per descrivere Violante Placido) ambientata negli ambienti dell’attivismo universitario: erano gli anni del post Genova, e io, all’epoca, accusai il colpo. All’epopea giovanilistica da post Sessantotto Johnson sembra essere affezionato: ci torna nel 2011, al suo esordio alla regia, con I primi della lista, commedia donchisciottesca ambientata ai margini del tentato golpe di Valerio Borghese.

Abbandonati gli idealismi politico-collettivi, ma mantenuti i toni picareschi, con Fino a qui tutto bene il regista trasferisce l’azione nella natia Pisa, e sposta il fuoco su un periodo che molti di noi ricordano con amarezza recente: la fine degli anni dell’Università, la dissoluzione di appartamenti felici, coabitazioni improbabili ma unite dallo sforzo comune di immaginare il proprio futuro. A giudicare dal trailer, il film sembra muoversi sul registro della commedia, ma Johnson ha qualcosa – nella sua biografia, nel suo modo di scrivere – di nazional-popolare, di virziniano, e in questo senso colpisce lo scarto tra i film precedenti e questo: lo scarto, cioé, dall’immaginazione al potere a quella più privata ed elegiaca del passaggio d’età, della fine della giovinezza (eccetera). Recuperare.

Restano – notabilmente – Michael Mann e il suo Blackhat, uscito giovedì scorso, e Focus di Requa e Ficarra, uscito agli inizi del mese. Del primo dirò poco: io e Mann non siamo mai stati in buoni rapporti, e preferisco lasciare a chi ne sa. Mi colpisce, così a occhio, l’aspetto globale della trama, l’ambizione di rappresentare l’interconnessione, la rete, il groviglio: un problema ormai annoso che riguarda la messa in scena della modernità e alla quale nessuno, per ora, ha trovato risposta. Come dire, sticazzi, Michael.

Focus invece mi attrae per la ragione opposta: se rappresentare la globalità così com’è è – da almeno trent’anni – un problema irrisolvibile – una scorciatoia ben rodata è offerta, nel cinema postmoderno, dalla messa in scena della truffa (o, leggera variante, della cospirazione). American Hustle – film imperfetto e per molti versi insoddisfacente – aveva il merito relativo di riattivare quella tradizione: Requa e Ficarra mi sembrano (dal trailer) un filo meno ambiziosi, ma non si sa mai. I trailer – come ben si sa – sono spesso, essi stessi, delle truffe.

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