In una Buenos Aires tanto bella quanto incasinata, vivono Martin e Mariana, lui web designer e lei vetrinista, tutti e due soli e dalle vite sentimentali sconclusionate. Vivono vicini, non si sono mai incontrati, anche perché, come recita l’introduzione in stile Woody Allen (e nel film c’è anche un passaggio di Manhattan), è difficile incontrarsi in una città che vanta un disordine architettonico pari se non superiore a quello che si riflette nella vita dei suoi abitanti.
Buenos Aires appare composta da fili dell’alta tensione, finestre abusive e una calca perenne di persone per le strade che – dall’alto dei grattacieli spuntati a macchia d’olio vicino a edifici di più antica costruzione – si presenta come un’enorme brulicante formicaio in movimento.
La legge del moto browniano la spunta sulla serendipidità, insomma. Dentro e fuori gli appartamenti prigione dorata si agità un’umanità di turbamenti, ossessioni, fobie e speranze virtuali consumate nelle chat e nei blackout. Vite in penombra, che cercano anche illegalmente spiragli di luce nelle medianeras del titolo, le finestre che vengono aperte nelle facciate secondarie degli edifici. La disumanizzazione è tale che, al di fuori del proprio rifugio, l’ambiente appare ostile e intimidatorio tanto quanto basta per trasformare una persona di indole riservata in un’agorafobica.
Una delicata e inaspettata storia d’amore, un film lieve e intelligente carico di (auto)ironia e buon cinema quello diretto da Gustavo Taretto e presentato nella sezione Panorama della Berlinale 2011. Taretto si dimostra capace di scelte ben calibrate nei movimenti e negli angoli di ripresa, mai banali ed efficaci nel descrivere la situazione sentimentale ed emotiva dei protagonisti. La regia lavora sui dettagli e attraverso piccoli episodi/espedienti, come quello della relazione con il manichino, visti con un occhio discreto che si apre sul mondo come la medianeras del titolo. Lo fa con naturalezza, al punto che si sorride per alcune scene costruite su fumetti e immagini statiche, e ci si mette una mano sugli occhi di fronte a certi split screen (che mi sono reso conto di non sopportare mai e in nessun caso), piccole furbizie che fanno tesoro dell’esperienza di Woody Allen e di Michel Gondry (sul piano visivo).
Le idee non mancano, dal rapporto psicanalitico tra città e abitanti che viene subito sbandierato in apertura, dall’evoluzione darwinista della città a immagine e somiglianza – elettiva – di chi la abita, fino all’isolamento e alle nevrosi degli individui che si riflettono sull’aspetto degli edifici. Ma ancora: dialoghi brillanti e intelligenti, supportati da due bravi e genuini interpreti come Pilar Lopez de Ayala e Javier Drolas, passano al setaccio le cose comuni e semplici della vita con slancio e freschezza, dal suicidio del cane (metafora dello schiacciamento dell’esistenza umana nella megalopoli) alla scalata a piedi verso il ristorante causa fobia di lei, passando per il rapporto di lui con una dog sitter (e ancora il cane torna prepotentemente come figura centrale).
Medianeras è una versione di 500 giorni assieme più solare – modello che nel cinema ispanico avevamo già incontrato in Todas las canciones hablan de mi con happy end a bilanciare l’assenza di un incontro sliding doors iniziale, rimandato per tutto il film. L’attesa può risultare a tratti anche frustrante, ma crea aspettativa di fronte a due anime gemelle che ascoltano la stessa musica, vedono gli stessi film, frequentano gli stessi posti.





[...] In una Buenos Aires tanto bella quanto incasinata, vivono Martin e Mariana, lui web designer e lei vetrinista, tutti e due soli e dalle vite sentimentali sconclusionate. Vivono vicini, non si sono mai incontrati, anche perché, come recita l’introduzione in stile Woody Allen (e nel film c’è anche un passaggio di Manhattan), è difficile incontrarsi in una città che vanta un disordine architettonico pari se non superiore a quello che si riflette nella vita dei suoi abitanti. [...]