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Sushi | Columns

Genealogia di un caso.
La trilogia del Millennio da Larsson a Fincher

Il progetto editoriale. Prima di entrare nel nocciolo della vicenda, è bene dare qualche accenno su Stieg Larsson, autore del caso editoriale Millenium. Nei primi anni Novanta, dopo aver fondato la rivista Expo, Larsson intraprese una serie di studi e battaglie a colpi di penna denunciando la formazione di neoestremismi di destra facenti capo alle fronde razziste svedesi.

Gli anni di studio e dedizione rivolti a tale argomentazione, indussero autorità di polizia – tra cui anche Scotland Yard – a beneficiare delle sue consulenze in materia.
In quegli stessi anni il Nostro decise raccogliere le proprie memorie scrivendo un romanzo a metà strada tra inchiesta giornalistica e indagini fatte sul campo, che mettesse insieme la fiction e la propria esperienza personale.

Nel 2004 Larsson termina così la propria opera suddivisa in tre volumi, rispettivamente: Uomini che odiano le donne (Män som hatar kvinnor), La ragazza che giocava col fuoco (Flickan som lekte med elden) e La regina dai Castelli di Carta  (Luftslottet som sprängdes) meglio noti come Trilogia di Millennium, dal nome della rivista per cui lavora uno dei due protagonisti. Morto d’infarto l’autore nel 2004, poco prima dell’uscita del primo volume, l’intera opera usci postuma tra il 2005 e il 2006, vendendo in tutto il mondo oltre 60 milioni di copie.

Un progetto televisivo riciclato al cinema. Nel 2009, forte dell’enorme successo editoriale ancora vivo, la trilogia venne portata sul piccolo schermo e organizzata secondo la logica della miniserie: divisa in sei puntate, due parti per ogni volume. Questo in Svezia. In buona parte del mercato europeo e nordamericano, invece, il film venne tagliato ad hoc per una rapida distribuzione cinematografica, la quale, nonostante l’ovvio taglio televisivo, resse abbastanza bene il colpo. Merito soprattutto della buona prova attoriale dei due protagonisti Michael Nyqvist (Mikael Blomkvist) e Noomi Rapace (Lisbeth Salander). Stesso, però, non si potrà dire sulle successive trasposizioni, che dopo il cambio di regista hanno registrato una direzione decisamente meno attenta e più grossolana.

Un progetto americano. Alla fine del 2010, visto il notevole calo d’interesse per il prodotto  – potenzialmente seriale e remunerativo – la Sony decise di investire un’ingente somma di denaro per comprare i diritti d’autore e farne una reboot più fedele. Il timone dell’impresa fu affidato a David Fincher, reduce dal grande successo di The Social Network, e noto per la sua attenzione ai particolari e al perfezionismo recitativo, oltre che per le proprie riletture e adattamenti originali. Ed è su questa ultima rilettura che corre quindi l’obbligo di soffermare ora la nostra analisi.

Procediamo con ordine. La storia è nota ai più. Mikael Blomkvist (Daniel Craig), fondatore della rivista indipendente Millennium, a seguito di un articolo scomodo contro un noto industriale svedese viene condannato al pagamento di un’ammenda per diffamazione, che ne sancirà l’affossamento economico. Suo e del giornale. Noto per la sua fama di segugio, viene assoldato dal ricco industriale Henrik Vanger con l’incarico di risolvere il mistero dell’omicidio della nipote Harriet, avvenuto quarant’anni prima, con la promessa di un’ingente cifra di denaro e notizie che potranno riaprire il caso per cui è stato condannato. Ad aiutarlo sarà chiamata la giovane hacker Lisbeth Salander – colei che indagò su di lui per conto del sig. Venger – personaggio chiave di tutta la trilogia, dotata di un appeal inspiegabile e di un passato tanto scomodo quanto violento, che sarà materia dei seguenti capitoli.

Il bilancio generale della pellicola diretta da Fincher è decisamente positivo e lo si evince già dall’incipit con il video elettropunk  sulle note di Immigrant Song, successo targato Led Zeppelin, e rifatto superbamente in cyber mood da Karen O (Yeah Yeah Yeahs!) con Trent Reznor e Atticus Ross (Manute segna per la tua rubrica).

Fincher, da sempre attratto dalla logica e dall’estetica della violenza – vedi Seven e Zodiac – non si perde in inutili dettagli e conduce una narrazione asciutta che fa perno sui contrasti, privilegiando maggiormente la messa in scena del dolore psicologico rispetto alla dimensione fisica, che comunque non viene a mancare. Proprio come Blomqvist, adotta uno sguardo mai superficiale, e come Lisbeth, scava, spia mettendo nudo ogni personaggio, cercando di motivare e spiegare la condizione di smarrimento interiore dell’individuo nella società contemporanea, in questo caso metaforizzata dal nucleo della famiglia Venger.

Senza disturbare l’occhio dello spettatore con bruschi movimenti di macchina o inquadrature mosse per conferire maggiore frenesia, Fincher dirige un film ordinato, di stile, e al tempo stesso articolato ed elegante, in cui non mancano suspance e action. Nonostante la buona interpretazione di Daniel Craig, nelle vesti del giornalista confinato nell’isola di Hadenstad, Uomini che odiano le donne è teatro dalla magnifica prova attoriale di Rooney Mara – The Social Network. Chiamata a interpretare un ruolo che a primo impatto non sembrava fatto per la sua fisionomia, ha portato sopra le proprie spalle il peso di una duplice responsabilità. Se da un lato vi era la difficoltà e le numerose aspettative per il ruolo di Lisbeth Salander, cuore emotivo e narrativo del film e della trilogia intera, dall’altro era presente lo spettro della buona interpretazione di Noomi Rapace, che ben seppe muoversi nella versione svedese. Tuttavia, superato l’impasse iniziale, la nuova Lisbeth Salander convince su tutti i fronti, fornendo all’eroina un’interpretazione forte e dolorosa, riuscendo ad essere al tempo stesso devastante e vulnerabile.

Intendiamoci, ridurre a poco meno di tre ore un libro di oltre seicento pagine non è impresa facile. I tagli sono d’obbligo, e le differenze sono evidenti, soprattutto nelle fasi finali in cui il regista sceglie una via interpretativa radicalmente diversa. Fincher, infatti, tiene a precisare che questa versione non è un adattamento, bensì una sorta d’interpretazione; scrollandosi di dosso qualunque tipo di polemica di mancata fedeltà al romanzo. Fedeltà che comunque permane, sia da un punto di vista stilistico – il film è organizzato secondo uno schema narrativo parallelo al libro - che da un punto di vista narrativo, escluso qualche particolare di poco conto. Film freddo e distaccato, che ha il pregio di presentarsi per com’è; un giallo intelligente ambientato in un territorio popolato da branchi di uomini lupo mossi dalla logica del male, in cui due agnelli indagano alla ricerca della verità. Un territorio, questo, in cui Fincher è del tutto a suo agio.

Discussion

One comment for “Genealogia di un caso.
La trilogia del Millennio da Larsson a Fincher”

  1. concordo. l’unica cosa da dire: un hacker non userebbe mai un mac…

    Posted by Laura wlp | February 16, 2012, 11:38 pm

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