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Sushi | Film

Non buttiamoci giù
( A long way down , Pascal Chaumeil, 2014)

Libri che ho letto lo scorso anno e che mi sono piaciuti (di più):
1. Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, D.T. Max
2. Ogni cosa è illuminata, J.S. Foer
3. Vite che non sono la mia, E. Carrère
4. Mortalità, C. Hitchens
5. Alta fedeltà, N. Hornby

E se ho fatto la classifica è tutta colpa del numero cinque, il caro vecchio Nick Hornby, che da solo si prende sulle spalle il carico della letteratura inglese contemporanea. Non perché sia l’unico, ma perché tutte le volte che in quarta di copertina si vuole dire qualcosa di carino su uno scrittore emergente si dice sempre: “il nuovo Nick Hornby”; “un incontro tra Nick Hornby e Jonathan Coe” e così via. Ma senza voler male al buon Coe, è il Nostro a essere la gallina dalle uova d’oro per gli adattamenti cinematografici: Febbre a 90° (1997, David Evans), Alta fedeltà (2000, Stephen Frears), About a boy (2002, Chris Weitz e Paul Weitz). Sua è la sceneggiatura di An Education (2009, Lone Scherfig). *  Anche noi italiani ci abbiamo provato: E’ nata una star (2012, Lucio Pellegrini), sempre roba sua.

Da brava anglofila non potevo ignorare ancora a lungo un tale fulgido esempio della produzione letteraria made in UK, e così l’anno scorso ho letto appunto Alta fedeltà e Non buttiamoci giù, senza avere tra l’altro la minima idea che anche quest’ultimo romanzo fosse lì lì per essere trasposto sul grande schermo. Avrei dovuto immaginarlo, visto che tutto quello che Hornby tocca diventa un film, ma mi sembrava che questa volta l’impresa fosse ardua. Non buttiamoci giù è uno spartito per quattro voci, i quattro protagonisti che la sera di Capodanno hanno la brillante idea di buttarsi dalla sovraffollata cima del grattacielo più alto di Londra. Martin, Maureen, Jess e JJ non si sono mai visti prima, appartengono a differenti contesti sociali e a differenti generazioni, e sono accomunati da un unico desiderio: farla finita. Si ritrovano tutti su quel tetto, il momento perfetto per il suicidio sfuma, e presto diventano una “banda”. Non sono amici, ma sono legati da qualcosa di forte che nemmeno le persone a loro vicine – quando ci sono – possono capire. Allo spettatore medio quasi tutte le loro ragioni parranno futili, e c’è, specialmente nel libro, questa riflessione su qual è il miglior motivo per morire, su chi ha più “diritto al suicidio” degli altri. Ma all’interno del loro gruppo, che sia per un amore non corrisposto, o per una reputazione distrutta, non viene tolta a nessuno la dignità della propria scelta. L’idea della morte unisce i protagonisti, ma allo stesso tempo li porta lontanissimi, anche fisicamente, permette loro di affacciarsi di nuovo alla vita.

Nel romanzo è presente molto humour, e anche tanto di quel meraviglioso pragmatismo inglese. I capitoli più riflessivi, le pippe mentali, sono affidati all’unico americano, JJ, mentre vediamo gli altri tre, persino la scapestrata Jess, rimanere ancorati in un qualche modo alla realtà. Per fortuna, parte di questa splendida caratterizzazione si ritrova anche negli attori. Proprio parlando dell’aplomb britannico vale la pena di citare il confronto tra Pierce Brosnan e Toni Collette (riportato nel trailer, not a spoiler): Brosnan si sta fumando un ultimo sigaro, aspettando la forza di lanciarsi nel vuoto e lei sbuca timidamente e gli chiede se ne ha per molto, perché ha bisogno della scala per oltrepassare il parapetto. Brosnan risponde che magari le fa un urlo mentre scende.

E’ un film leggero, divertente, che però toglie molto alla storia personale dei quattro per concentrarsi sulle dinamiche collettive.

Vista la particolare conformazione del romanzo sembrava inevitabile il racconto in prima persona, e così si sono prese quattro sequenze random in cui introdurre la voce fuori campo di ognuno di loro, a turno. E’ un tipo di scelta sempre un po’ rischioso, e si è sprecata l’occasione di svelare qualcosa dei singoli protagonisti preferendo discorsi troppo generici; in particolare, il personaggio di JJ è stato un po’ sacrificato. Alcune scene molto significative, e forse anche le più dure, sono state eliminate, in favore di una semplificazione che rendesse il film pura commedia, immagino. Non critico del tutto questa impostazione, perché Nick Hornby è sì capace di velare di ironia anche la narrazione più disperata, ma non è dono di tutti, e dovendo confrontarsi per sempre con un libro, destino crudele di tutti i film “tratti da”, era senza dubbio più sensato per il regista dare un proprio taglio personale alla vicenda, anche se con più tarallucci e vino dell’originale.

Da lettrice non sono comunque rimasta delusa, e chi non conosce il romanzo è uscito soddisfatto dalla sala. Da qui, io lancio una piccola predizione. Non buttiamoci giù potrebbe diventare il Love Actually degli anni ’10. Ne parliamo durante le prossime vacanze natalizie?

 

* Piccola chicca: Lone Scherfig diresse anche One Day, tratto dal romanzo di David Nicholls, di cui The Times disse – indovinate cosa? – “Ha una trasparenza che ricorda Nick Hornby”.

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