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retrospetti

Non essere cattivo
(Claudio Caligari, 2015)

Le difficoltà produttive che ha avuto Claudio Caligari a realizzare il suo ultimo film la dicono lunghissima sullo stato del cinema italiano. Personalmente trovo molto più grave che un film del genere sia stato sul punto di non venir prodotto che vedere le sale invase dagli insulsi film dei comici di Zelig.

È probabile che senza Valerio Mastandrea, la sua lettera a Martin Scorsese e il dibattito successivo ci saremmo persi uno dei più bei film dell’anno e l’opera più matura e completa di un regista di culto. Purtroppo a Venezia è stato relegato nel Fuori Concorso, scelta che può essere criticata in in tutti i modi, anche perché nessuna delle opere italiane in concorso gli era superiore.

Barbera ha spiegato che non voleva un film postumo in concorso, ma la giustificazione non risarcisce nemmeno in parte un’opera che è esente da moltissimi dei tic che spesso intrappolano i film che trattano di droga e criminalità. Per gli Academy Award invece questa delicatezza non c’è stata e giustamente Non essere cattivo andrà a contendersi un posto per la nomination nella categoria ‘Oscar come miglior film in lingua straniera’. Con buona pace di Barbera.

Al di là dell’infelice decisione di Barbera, Caligari ha sempre avuto un discreto rapporto con il Festival di Venezia. Per dire, con Amore tossico (1983) ha vinto un premio speciale per la migliore opera prima e la collocazione fuori concorso de L’odore della notte (1998) poteva essere la scelta più giusta.

Ma guardando l’esordio e l’opera seconda di Caligari e confrontandole con questa terza si può apprezzare tutto il suo percorso artistico. Si va dal gruppo di veri tossicodipendenti ripresi in rigide inquadrature sin troppo statiche di Amore tossico ai violentissimi rapinatori de L’odore della notte seguiti spesso anche da vicino durante le loro azioni.

Il difetto di Amore tossico era quello di far sentire la distanza abissale fra i drogati e il pubblico, tanto che su quasi tutte le battute è facilissimo farsi un paio di risate. Ne L’odore della notte invece il regista si preoccupava di offrire sempre e comunque una sponda di “giustificazione sociale” ai violentissimi rapinatori.

In Non essere cattivo Caligari ha maturato il suo stile di regia, ha asciugato i dialoghi e se ne è fregato alla grande di fornire il solito patentino da umiliato e offeso che troppo spesso viene dato persino a chi brutalmente strappa la borsa con tutto il braccio. Ne è uscito un film da guardare con i pugni serrati ai braccioli della poltrona.

La scena iniziale è emblematica. I due protagonisti (interpretati da Luca Marinelli e Alessandro Borghi) viaggiano in macchina in una periferia buia. Si impasticcano, corrono, ma a un certo punto l’adrenalina è troppa e non ce la fanno a stare seduti in macchina. Quindi si fermano in uno spiazzo corrono fuori dall’auto e si mettono a ballare con i giubbotti ancora addosso e gli occhi spiritati.

I movimenti di camera sono fluidissimi, gli stacchi di montaggio perfetti, le chiacchiere stanno a zero. Lì non ci sono due fiori di campo che sono dovuti diventare cardi per non morire nell’asfalto della borgata romana. No, ci sono due tizi in pieno picco da ecstasy che se ti vedono ti prendono a calci fino a romperti le ossa solo per scaricare i nervi sovrastimolati. E basta, nessuna paura di far storcere la boccuccia alle signore radical chic dello spettacolo pomeridiano.

Ovviamente andando avanti si inizia a indagare il mondo della borgata dove vivono questi due amici fraterni. La voglia di normalità di uno e l’impossibilità di cambiare strada dell’altro. Le tragedie ci sono e sono sempre dietro l’angolo, ma mai ci si sogna di pensare in maniera deterministica – e facilona – che questi due mezzi gangster de noartri fanno quello che fanno in qualche modo costretti dalle circostanze. La strada della vita regolare si vede chiaramente, la vedono anche Cesare e Vittorio, solo che spesso la rifiutano scegliendo altro.

Tutto questo il regista non lo spiega mai in maniera pleonastica, ma vivaddio lo fa vedere. Cioè ha piena fiducia nella storia e nel suo occhio e tratta da adulti gli spettatori. Fino alla fine la vita non farà mai sconti a nessuno dei personaggi del film, ma nessuna giustificazione viene fornita per le loro azioni, belle o brutte che siano. Vengono da loro e dalla loro volontà.

Accanto a Luca Marinelli e Alessandro Borghi è importante aggiungere la presenza di due attrici vere che non solo offrono un ottimo punto di appoggio ai due attori principali, ma che sanno anche brillare di luce propria. Roberta Mattei e Silvia D’Amico rappresentano con grande forza due lati del femminile di borgata che nei film precedenti di Caligari effettivamente sono sempre mancati.

Ma come vi dicevo qui siamo in presenza del film migliore di Caligari e la cosa che più dispiace è che il regista non sia più qui almeno per raccogliere le lodi, pressoché unanimi della critica. Ma forse, lui che era ai margini di questo bel mondo da sempre, se ne sarebbe fregato alla grande.

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(Claudio Caligari, 2015)”

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