A distanza di cinque anni dalla fine delle riprese, arriva nelle sale italiane Offside di Jafar Panahi, regista iraniano, vincitore al Festival del Cinema di Venezia nel 2000 con Il Cerchio, al centro oggi dello scandalo che lo vede recluso in patria dal regime di Ahmadinejad.
Siamo a Teheran, durante la partita decisiva di qualificazione valida per i mondiali di Germania 2006. Match sentito quasi dalla totalità della popolazione, donne incluse. Già, ma quest’ultime non possono assistere alla partita per ordine del regime, il quale proibisce loro la partecipazione ad eventi e manifestazioni pubbliche in presenza di uomini.
Panahi, scegliendo un punto di vista intermedio, focalizza la propria attenzione su un gruppetto di irriducibile ragazze, le quali, con l’espediente del travestimento, tentano di entrare allo stadio mimetizzandosi con la tifoseria maschile. Il gruppo sarà scoperto e, in attesa dell’arrivo del furgone che le porterà in caserma, viene confinato per oltre tre quarti di partita poco fuori dagli spalti, ma sempre all’interno dello stadio. Da qui il doppio – forse anche triplo – senso del titolo: Offside, fuorigioco. Termine calcistico che indica la posizione irregolare di un giocatore pur essendo presente all’interno del rettangolo da gioco e attivo nella fase di gioco.
Non male come trovata. Le ragazze, infatti, vengono confinate e tenute sotto controllo sia dai soldati che dallo sguardo freddo della macchina da presa di Panahi, il quale non sembra essere interessato agli sviluppi della partita, quanto piuttosto alle reazioni dei presenti. Tensione per il risultato e ansia per non poter seguire la squadra fanno si che s’instauri uno strano legame tra le povere ragazze trattenute e i rassegnati carcerieri, che sfocerà in festeggiamenti collettivi all’interno del pulmino nel traffico della capitale per la vittoria ottenuta.
Panahi offre uno spaccato della cultura contemporanea iraniana attraverso l’esplorazione della condizione femminile; cosa che per altro fece già con Il Cerchio, film che racconta una giornata qualunque di otto donne iraniane. Interessante l’adozione di un tono dichiaratamente leggero pur trattando tematiche serie, in una forma ibrida di neo-realismo.
La scelta narrativa del regista, incentrata sull’attesa e gravitante intorno alle reazioni dei singoli, non risulta essere particolarmente vincente. Il climax di tensione è avvertito dallo spettatore solo – e lievemente – alla fine, durante le fasi concitate della partita. Una volta comprese le intenzioni di Panahi, specie a inizio film, la pellicola risulta essere abbastanza noiosa e poco coinvolgente.





mm. no, aspetta. che vuoi dire con leggerezza neorealista? nel senso, Panahi viene spesso associato a quel tipo di poetica, anche se – onestamente – faccio fatica a ritrovare nei suoi film una sincera tensione morale. voglio dire, sono dei gingilli graziosi, ma molto spesso tirano piu’ verso la favoletta che verso l’apologo morale. era questo che intendevi?
leggerezza neorealista è quello che sento dire … sinceramente non mi piace. Non mi piace la messa in scena. non mi piace il film. Avrà anche vinto venezia nel 2000 ma sinceramente questo film – e nn conosco benissimo gli altri .. li ho rimossi – è una bufala. Questa è mia opinione.
vabbè, magari bufala è un po’ troppo. però sì, tutto questo entusiasmo critico puzza anche a me. nel senso, faccio fatica a cogliere le ragioni che dovrebbero sostenere la scelta di un’estetica neorealista sessant’anni dopo.
ammettiamo pure che si tratti dell’ennesimo ritorno al reale, e diciamo anche che quella in causa è una realtà morale prima che politica e sociale. dopotutto, quello iraniano – un po’ come fu da queste parti – è un regime la cui facies di becera idiozia opprime una cultura millenaria e ricchissima. ci sta che la prima urgenza sia quella morale di denunciare l’artifizio mediatico, stroncare la retorica.
ma se non sono del tutto fuori strada e questo è l’intento, allora questi film hanno qualcosa di troppo. una specie di compiacimento bonario, una serenità di sguardo che onestamente mi urta. poi magari sono io, eh.