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Sushi | Insight

One hot mess of a screwball dramedy.
L’orlo argenteo della furbizia.

Esco dalla sala e mi chiedo se quello che ho appena visto è un film furbo, un chick flick che si nasconde dietro dosi massicce di football americano e un altrettanto massiccio protagonista, il bonazzo della porta accanto Bradley Cooper. Sono combattuta, non so decidere se abbandonarmi all’entusiasmo o starmene da parte. Mi si nota di più se…

We live in suburban single-families just around the corner; we walk, run, or ride bikes to get where we’re going, and don’t use cars or even sidewalks – “There’s a fuckin’ tons of roads to run in!”

Pat Solitano jr torna a casa dopo otto mesi di ospedale psichiatrico. In una seduta col suo analista impariamo che ha picchiato (quasi) a morte l’amante della moglie, dopo averli sorpresi nella doccia a fare le cosacce. Rilasciato con un’ordinanza restrittiva nei confronti della ex, Pat si trasferisce dai suoi in un quartiere residenziale di Philadelphia, in saccoccia la diagnosi di sindrome bipolare e un obiettivo: riconquistare l’amata e rimettere insieme i pezzi, matrimonio lavoro vita. Se ci ti metti con impegno, ottieni qualsiasi risultato, nonostante tutto e tutti. Ma proprio tutti tutti?

Alla ricerca dell’orlo argenteo delle nuvole – che poi è il titolo del romanzo da cui il film è tratto, Silver Linings Playbook, Pat si scontra (letteralmente) con la procace Tiffany, cognata del suo migliore amico, rimasta vedova prima del tempo e per questo soggetta ad attacchi di depressione. Anche Tiffany, dal canto suo, cerca di recuperare la vita che le apparteneva cercando uno scopo, nello specifico allenandosi per una gara di ballo. Quanto tempo ci metterà Pat a capire che sono fatti l’uno per l’altra?

The second-hand soundtrack of our lives, overheard from other movies, is overplayed classic rock, usually Zeppelin, but sometimes a drum-heavy instrumental there to underscore abandon. Our clothes express where we’re at in life, not who we are.

C’è un sassolino che devo levarmi dalla scarpa: Silver Linings Playbook è infarcito di product placement. “Dammi il tuo iPod!” “Non ce l’ho l’iPod..” “Com’e’ possibile, chi al giorno d’oggi non ha un iPod?” E ancora: guardiamo Gene Kelly e Donald O’Connor ballare dentro lo schermino dell’iPod, inquadriamo la sala da ballo vuota e desolata, con iPod e casse in bella vista. La musica sarebbe pure bella (l’ha scritta Danny Elfman), se solo ci fossero meno iPod. E poi, manca proprio il pezzo che è girato assieme a qualche trailer, che mi è piaciuto parecchio.

Un product placement anomalo però, che si compiace a pubblicizzare a modo suo. Come quando Tiffany si apre una birra, quasi sfonda l’inquadratura a prender il primo sorso dalla bottiglia e da quel poco di rosso e bianco che vediamo capiamo che si, è una Budweiser quella che ci stanno sbattendo in faccia. Oppure i Philadelphia Eagles, la squadra totemica dei Solitano, associati a doppio nodo con i riti scaramantici di Pat senior – i telecomandi allineati, i fazzoletti verdi e tutto il corollario da sindrome ossessivo-compulsiva.

We come running from out of nowhere like we always have. [...] our families are big and only get bigger, eventually encompassing everyone in sight. We say “You’re killing me” when something bothers us—because we take everything to heart—and “That’s confusing” when we don’t understand each other, [...] At home, we all talk at once.

Ci sono due sguardi in Silver Linings Playbook. Giochiamo agli osservatori partecipanti, dentro una famiglia che è tutta sbagliata: nelle inquadrature corali son tutti lì, sempre, in casa o allo stadio, la cinepresa ne cattura due, tre per volta e quelli che rimangono indietro, ne percepiamo la presenza anche senza profondità di campo. Quando non inseguiamo il branco, stiamo vicinissimi ai volti, con Robert De Niro che per un attimo dimentica se stesso ed entra nel personaggio, mentre Bradley Cooper e Jennifer Lawrence trovano i ritmi nel dialogo, un’interpretazione che si affida alla voce tanto quanto ai rispettivi corpi statuari.

We can’t begin to explain that, or the craziness inside ourselves and everybody else, but guess what? The camera’s in the bed of a pickup, driving away as fast as it can; joy is in the streets with our sloppy feelings and the screwed-up faces we make at all the crazy sad shit in our lives.

Per tutto il tempo, aspetto il passo falso: dammi quell’inquadratura, quel movimento di macchina che mi faccia esclamare “Ah! Ci siamo! Non sei diverso da tutti le altre romcom!” Il momento però non arriva mai, anche se certe scene in pista da ballo ci si avvicinano pericolosamente. Muovendosi dentro e fuori dal genere, le sbavature sono ricercate, studiate oppure eccessive quanto basta da diventare cifra autoriale. La (debole, prevedibilissima) trama amorosa è circondata da tutto un complesso di cose che catturano l’attenzione, e quasi perde d’importanza chi sta con chi, quando perché come. Resta da capire se questo complesso qualche valore ce l’abbia, oppure no. Del resto, «we’re in a David O. Russell movie, of course, and it’s one hot mess of a screwball dramedy».

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Jennifer Lawrence è brava, molto, anche perché interpreta un personaggio che potrebbe avere fino a quindici anni in più della sua età, ma no, l’Oscar non lo meritava. Non se in gara c’era pure Emmanuelle Riva. Ah, le citazioni in inglese le ho prese da questa bella pagina di MUBI.

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L’orlo argenteo della furbizia.”

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