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entretien | Martin Provost
Roma, 19 Ottobre 2010

La settimana scorsa ho avuto l’occasione di assistere ad un’anteprima speciale di Seraphine all’ambasciata francese, durante una spettacolare ottobrata romana, alla presenza del regista e seguita da un aperitivo gratuito organizzato nel rigoglioso e verdeggiante cortile di Palazzo Farnese. Io sì e voi no, muahahah! Stupidi lavoratori ben pagati, non avrete mai le soddisfazioni di noi blogger! Ahem, dicevamo: era lì presente Martin Provost, il quale si è amabilmente intrattenuto con i giornalisti per una conferenza stampa sul suo film e sulla vita di Seraphine de Senlis. Ecco cosa ne è venuto fuori.

Come si è imbattuto nella figura di Seraphine Louis? Come mai ha pensato di trarne un film?

Ho sentito parlare di lei per la prima volta nel 2005: un’amica giornalista mi ha semplicemente detto “penso dovresti interessarti a Seraphine de Senlis”. La cosa mi incuriosì, così andai a cercare sue notizie in Internet , trovando però molto poco; sentivo che c’era del cinema in quella storia ma non riuscivo ancora a percepirla nelle mie corde. Solo in seguito, con la lettura del libro Da Bismarck a Picasso, la biografia del suo mecenate Wilhelm Uhde, sono entrato in sintonia con la vicenda della pittrice. Riflettendo chi avesse potuto interpretare Seraphine ho subito pensato a Yolande Moreau, che avevo conosciuto tempo fa e che sapevo avere casa non lontano dalle campagne in cui abito io. Si è subito appassionata alla mia idea: se non avessi ottenuto di lavorarci con lei, probabilmente avrei abbandonato il progetto.

I luoghi visti nel film sono originali o ricostruiti in studio?

Abbiamo girato pressoché tutto il film nei luoghi originali delle vicende raccontate. Non abbiamo ottenuto il permesso di girare nell’abitazione reale di Seraphine, che per un caso curioso ora appartiene a uno psicanalista, ma la cittadina di Senlis e le sue case sono cambiate relativamente poco nei decenni, permettendoci di ottenere una forte aderenza alla realtà dell’epoca. Ovviamente, in tutto questo, è stato comunque essenziale un gran lavoro di scenografia.

Le era capitato di vedere i quadri di Séraphine prima di sentir parlare di lei?

No, prima non conoscevo la sua opera, e se devo essere sincero la prima volta che ho visto un suo quadro mi ha lasciato piuttosto indifferente. Prima d’ogni altra cosa, è stato il suo personaggio a conquistarmi: una pittrice davvero rivoluzionaria il cui percorso violò diversi tabù della sua epoca. Per farvi capire quanto difficilmente fosse concepibile la sua storia in quel momento storico: sul quotidiano Combat, per dare la notizia della sua scoperta, scrissero “Uhde si è trovato allo stesso tempo una pittrice e una nuova cameriera.”

Nel personaggio di Séraphine c’è un’evidente componente mistica, lei stessa nel film si rifà alla figura di Teresa D’Avila. Inoltre colpisce il fatto che il valore delle sue opere sia stato scoperto grazie a un mecenate, lei prima dell’incontro con lui non sembra neanche esserne consapevole…

In realtà Séraphine già dall’inizio è abbastanza cosciente del valore delle sue opere, ma il suo carattere umile e la sua condizione modesta le impedivano di mostrarle in giro. Il figlio di Wilhelm Uhde mi ha detto che senza l’intervento di suo padre probabilmente i suoi quadri non si sarebbero mai visti. Era una pittrice molto originale e abbastanza inclassificabile, che viene citata tra i “primitivi moderni” principalmente perchè fu scoperta dall’inventore di questo termine. Mi interessava molto l’incontro tra questa artista e il mecenate illuminato impersonato da Uhde, e la dipendenza da lei sviluppata verso di lui: una volta privata del suo sostegno, anche la vita di Séraphine è finita.

La vita della pittrice si è sostanzialmente chiusa in tragedia, ma nella scena finale sembra che lei abbia voluto garantire al personaggio il raggiungimento di una sorta di pacificazione. Perché questa scelta?

Il mio scopo non era quello di suscitare pietà per Seraphine tra il pubblico, ma quello di mettere l’accento sul miracolo che è riuscita a compiere dal basso della sua posizione sociale. Ci tengo a sottolineare che il film non è un biopic, infatti molte fasi della sua vita, come l’infanzia, sono state lasciate fuori dalla sceneggiatura: quello che ho cercato di portare sullo schermo è uno spaccato di vita quotidiana così come Séraphine la viveva. Nonostante lei sia morta di fame e di stenti, come molte altre persone rinchiuse in ospedali psichiatrici in quel periodo, volevo che si comprendesse la grandezza di quello che era riuscita a fare. Grazie al tam tam suscitato dal film, secondo la volontà da lei espressa, sopra la fossa comune in cui è sepolta è stata posta una targa funebre che recita “Séraphine Louis Maillard: in attesa della rinascita”. Penso che la sua rinascita sia già avvenuta, attraverso il successo dei suoi quadri.

Nel film Séraphine esprime un rapporto con la natura molto forte, che rappresenta una fonte di ispirazione fondamentale. E’ una cosa che condivide anche lei?

Anche per me la natura è fondamentale, io vivo in campagna, e spesso per me questo ambiente diventa una fonte di ispirazione importante. Séraphine dipingeva fiori, aveva un rapporto con la natura molto forte, nonostante sostenesse che a suggerirle i soggetti fosse il suo angelo custode. Esistono alcuni interessanti saggi psicologici sul suo lavoro che ipotizzano come i colori sgargianti e le tonalità intense con cui suoi quadri rappresentassero la sublimazione delle pulsioni sessuali che non era mai riuscita a soddisfare. L’arte e la natura erano i mezzi attraverso i quali Seraphine riusciva a mettere a fuoco la propria esistenza.

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