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Sushi | Film

Precious
(Precious: Based on the Novel Push by Sapphire, Lee Daniels, 2010)

Precious è passato in concorso al Sundance. Precious è stato la sorpresa degli ultimi Oscar, portandosi a casa due statuette. Precious ha commosso le platee di mezzo mondo (compreso un collega sushiettibile che attendo nei commenti). Precious è un film dei più brutti, ricattatori e fasulli che mi sia capitato di vedere, capace di superare nel rapporto tra valore infimo e allori ricevuti persino quel pezzo di plastica di Slumdog Millionaire, altra sconcertante testimonianza del fatto che appiccicare un finale edificante a una mitragliata di disgrazie nerissime ti può garantire fama e riconoscimenti, nonostante si farcisca il tutto con una scadente e morbosa retorica populista e finto-sensibile.

Ma andiamo con ordine: Clarice Precious Jones ha 16 anni e non scorge spiragli di luce da seguire nel buio terrificante della sua vita quotidiana: obesa e analfabeta, figlia di una madre perfida e ottusa che la tratta alla stregua di una domestica, madre di una figlia down concepita durante le disgustose molestie di un padre dal quale aspetta anche un secondo bambino. Nel tepore comprensivo di una classe per studenti disagiati, dove l’insegnante la incoraggia ad affrontare i suoi drammi in un diario, troverà insperatamente la forza per lasciarsi alle spalle le angherie e costruirsi un avvenire.

La regia di Daniels, ricalca il diaristico flusso di coscienza del romanzo di Sapphire, riuscendo nell’impresa di potenziarne i già discutibili aspetti sensazionalistici. Nella messa in scena degli episodi più degradanti dell’infernale quotidianità di Precious, il film cavalca la trovata della contrapposizione straniante, giustapponendo le immagini del dramma familiare più torbido alla fuga consolatrice nella dimensione dei candidi desideri kitch della ragazza: cori gospel che la circondano e  gratificano come una regina, sfilate sul tappeto rosso sotto il flash dei fotografi, foto natalizie con una madre amorevole.

L’intento è quello di trovare un tono leggero e originale per trattare  temi di indicibile gravità, il risultato è un appesantimento di entrambi i poli in causa: la realtà viene comunque mostrata in tutte le sue brutture, enfatizzata  grossolanamente nei momenti più scontati attraverso il continuo abuso del ralenti; la fantasia, introdotta spesso da pacchiani effetti di grafica digitale, mette sull’altro piatto un ammiccante e parossistico immaginario di aspirazioni laccate che la regia sembra quasi avallare come desiderabile, ma che a ogni modo spezza l’empatia tra spettatore e personaggio, rendendo risibile e abbozzato il racconto del disagio profondo.

In queste fiammate di  goffo straniamento onirico si fa strada un fastidioso quanto poco credibile intellettualismo a buon mercato: si prenda come lampante dimostrazione l’inserimento di un’improbabile e insistita citazione de La Ciociara di De Sica come parte integrante dell’immaginario di una teenager del sottoproletariato afroamericano. A questo si aggiungano l’infermiere belloccio (interpretato da Lenny Kravitz) che intima a Precious di non gridare durante le doglie in un repentino cambio di tono da commedia, o anche la protagonista che vaga disperata e indolente per i corridoi dell’istituto al ritmo di un R’n’B ultraballabile, per capire quanto il film avvolga i propri temi in un sogghignante appeal di spendibilità commerciale decisamente lontano dalla realtà in cui la storia affonda le proprie radici.

Dietro un’operazione nella quale si pretende sia sufficiente mettere in scena una vicenda dura e scabrosa, scegliere una protagonista sconosciuta e non piacente (la comunque credibile Gabourey Sidibe) e struccare Mariah Carey per sbandierare un’aura di indipendenza e impegno sociale, non pare un caso si celi la regia occulta di Oprah Winfrey, tentacolare signora del sentimentalismo televisivo che ha ispirato i salotti da talk-show più populisti e strumentalizzanti di mezzo mondo e che in questo momento riesce a farmi parlare come un bacchettone nostalgico.

Il problema è che sono convinto che la stessa parte di pubblico che osanna e si commuove vedendo la vittima degli eventi che cade per terra al ralenti sotto la spinta di un bulletto, è proprio il pubblico che non meriterebbe di subire passivamente un’estetica tanto ricattatoria e truffaldina senza che si sottolinei la possibilità di una messa in scena più onesta e ragionata di tematiche tanto delicate.

Discussion

2 comments for “Precious
(Precious: Based on the Novel Push by Sapphire, Lee Daniels, 2010)”

  1. Chi era il collega sushiettibile che si è commosso?!
    Comunque ogni volta che rileggo questo pezzo mi sento bene (da leggere con il fiato sospeso cosi quando arrivi ai tags è una gran festa).
    http://bastonate.wordpress.com/2010/11/27/badilate-di-cultura-precious/

    Posted by Mark Frechette | February 22, 2012, 12:22 am
  2. Non faccio la spia! Abbia il coraggio di farsi avnti da solo :)

    Bello il blog delle bastonate!

    Posted by Manute | February 22, 2012, 11:55 am

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