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Sushi | Insight

I’ll be back.
Terminator: l’eterno ritorno del genere

Al momento sembra che il cinema grande e colorato – quello legato alle mega produzioni, ai mega incassi e alle mega star – si stia mangiando un po’ la coda. Praticamente oltre un certo budget i film sono pensati minimo come parti di una trilogia. Persino per far arrivare in sala un libro come Lo Hobbit hanno dovuto slabbrarlo su tre film, con risultati quantomai deludenti dal punto di vista narrativo, ma aiutato da degli effetti speciali pionieristici.

Ma la furia che fa sfruttare fino all’osso i vari brand ha ovviamente la sua sfera d’elezione nei sequel o nei remake. Si prende cioè un marchio che al cinema è ben conosciuto, e si aggiunge un altro tassello alla serie. Lo sforzo è minimo, poiché da un lato il marchio garantisce un’ottima base di appassionati disposti a comprare il biglietto, dall’altro, i nuovi attori coinvolti bastano a far guadagnare al marchio una nuova visibilità. Stando così le cose, non sorprende che questi film si rivelino quasi sempre delle sonore delusioni. Tanto profonde che a volte si vorrebbe avere un flex per smerigliarsi il cervello e cancellare la visione di un film talmente brutto e insipido da offuscare il ricordo di un mito del passato.

Stavolta è toccato alla saga di Terminator.

Il Terminator nasce nel 1984, un anno fondamentale per il cinema, e farà la fortuna del suo regista James Cameron e di un attore che fino ad allora era riuscito appena appena a ritagliarsi il ruolo del barbaro accigliato, nell’effimera stagione dello sword and sorcery al cinema. Con The Terminator Arnold Schwarzenegger divenne lui, Terminator, e nonostante nella sua vita abbia girato una quantità inverosimile di action è impossibile separare la sua carriera da quel cyborg.

Il capostipite della saga è un film micidiale. Guardato con gli occhi e la mente di oggi, abituati a blockbuster innocui quando non cretini e infantili, è uno shock. Il tono è secco, cupissimo e la gente muore come se non ci fosse un domani. Ed effettivamente un domani in quel film non c’è, tanto e vero che sia il buono che il cattivo viaggiano indietro nel tempo perché il futuro è troppo disperato. Inutile dire che in quel film – come in molto cinema degli anni Ottanta – la parte del leone la fa il cattivo, uno Schwarzenegger che nonostante il suo pesantissimo accento austriaco si è sparato l’interpretazione della vita. Anche perché parlava pochissimo, ed essendo un cyborg doveva mantenere il volto impassibile qualsiasi cosa succedesse.

Poi venne Terminator 2 (1991) cioè l’eccezione alla regola secondo cui i sequel devono essere inferiori all’originale. Ormai Schwarzenegger era diventato un volto troppo conosciuto nel cinema che fa girare i soldoni. Il suo robot era un’icona per grandi e piccini fargli fare ancora il cattivo era improponibile.

Quindi, con una scelta a mio parere rischiosissima ma obbligata, il T-800 interpretato dall’ex Mister Universo passa dalla parte dei buoni. Ma di questo passaggio il film ne gode di brutto, tanto è vero che T2 è un capolavorone. Il film ha un ritmo indiavolato e si struttura come una lunga fuga dal T-1000, un nemico che sembra invincibile. In questa corsa disperata per salvarsi la vita però si costruisce un’empatia sincera per i protagonisti della storia. E si finisce per tifare fortissimo per il gruppetto male assortito composto da robot, mamma e figliolo: una sacra famiglia cyberpunk e armata fino ai denti. Terminator 2 fa di tutto per far rimanere attaccato alla poltrona, ci sono inseguimenti pazzeschi e scene di potenza straordinaria. Ma soprattutto c’è un’epica vera degli esseri umani e una fiducia nel futuro che sono perfettamente in linea con la guerra fredda appena chiusa vittoriosamente dagli USA. Film epocale, chiunque lo abbia visto se lo ricorda e se lo vuole rivedere.

E poi arrivò Terminator 3 (2003), da questo punto in poi inizia la discesa. Ora, nessuno poteva ragionevolmente aspettarsi un altro capolavoro e in effetti questo film aderisce completamente alla struttura narrativa del secondo, trascinandosela con qualche infamia e qualche lode dall’inizio alla fine. L’ho rivisto da poco e l’ho trovato peggio di quanto mi ricordassi. Di questo film restano un inseguimento niente male fra un camion e un furgone e la scena di Arnold che spara con una bara in spalla. Tutto il resto non è pervenuto. Kristanna Loken nuda? Non fa vedere niente. L’ironia che dovrebbe alleggerire un tono disperato che però è solo nei ricordi di chi ha visto i primi due film? Fastidiosa e molto molesta. I due protagonisti umani? Odiosi e senza carisma. La saga si poteva chiudere qui.

E invece con Terminator Salvation (2009) si raschia il fondo del barile. Il film è pessimo sotto ogni aspetto. La sceneggiatura sembra scritta da un bambinetto viziato e questo è un danno bello grosso perché tutte le soluzioni narrative presuppongono un buco di sceneggiatura senza il quale non potrebbero lavorare. E poi c’è il problema degli attori. Terminator si è retto sempre oltre che su Schwarzenegger su un pugno di comprimari di grande presenza scenica e decisamente caratterizzati dal punto di vista fisico. Nel secondo capitolo Linda Hamilton, Edward Furlong e Robert Patrick reggevano le loro scene alla grande e il terzo capitolo forse risente anche della mancanza di facce e corpi da cinema.

Ecco, in Terminator Salvation non si trovano dei volti chiave nonostante la presenza di attori veri, gente che altrove ha letteralmente bucato lo schermo. Così mentre il gigantesco austriaco nella realtà era impegnato a governare la California il suo trono nella saga rimaneva desolatamente vuoto. E se in un prodotto direct to video certe mancanze alle voci attori e sceneggiatura possono essere giustificate, in un blockbuster la cosa diventa imperdonabile. Anzi avvilente. E infatti Salvation è il film peggiore di tutti, identico a cento altri film di genere sci-fi non fa niente per distinguersi o spiccare. Anzi a volte irrita nel suo scegliere sempre e comunque la soluzione più cretina a problemi che comunque non sa risolvere.

E ora arriviamo al Terminator Genisys (2015) di Alan Taylor. Il film ha almeno un pregio indiscutibile. E non mi riferisco al fatto che Schwarzenegger torna ad interpretare il T-800. Genisys dice onestamente che la sua vera ragion d’essere è una commedia. Sì ok, ci sono le sparatorie, le devastazioni, il pericolo sempre imminente dell’apocalisse nucleare, ma intanto si ride parecchio. Ci sono talmente tanti siparietti comici che il riferimento non sembrano più i film di Terminator, ma i film Marvel dove gli eroi combattono nemici che mirano alla conquista del mondo, ma intanto battibeccano, si prendono in giro e sono tutti colorati e super cool. Qui nessuno è colorato e super cool, però è innegabile che il tono cupo dei film precedenti è archiviato. E forse è un bene, almeno per l’equilibrio del film. Inutile far scendere il buio se poi alla fine non vuoi mai prenderti la responsabilità di far morire qualcuno dei buoni. Tanto vale buttarla a ridere, farmi mettere comodo in poltrona e regalarmi un altro giro di giostra con uno dei miei personaggi preferiti.

Certo, il film mantiene i difetti dei due sequel degli anni 2000: la sceneggiatura ha un sacco di buchi e più si va avanti, più perde colpi. E nemmeno stavolta accanto al solito Terminator c’è qualcuno che riesca a spiccare. Non Jason Clarke che pur essendo il più dotato di tutti sembra non credere fino in fondo in quello che fa o che dice. Non Emilia Clarke che, lei sì, crede fino in fondo in quello che fa, ma non sa o non riesce a farlo come si deve. E non Jai Courtney che quando è impegnato in ruoli da duro in film action va anche bene, ma quando c’è da prendere su di se un film o variare il tono si perde.

Quindi non prendiamoci in giro, il film non è nemmeno minimamente all’altezza dei primi due fenomenali capitoli ma quantomeno ha il coraggio di prendere atto della leggerezza che ormai viene imposta a questo tipo di prodotti. I momenti migliori sono tutti nella prima parte, quando giocando con le scene più famose dei primi capitoli le si variano sempre in termini più rassicuranti. Per il resto è un passatempo che scontenterà i fan duri e puri e verrà dimenticato presto da tutti gli altri che per caso si troveranno a vederlo.
E in fondo è andata meglio di altre volte.

In tutto questo forse è necessario aprire un piccolo inciso finale sugli effetti speciali della saga, che sembrano essere una specie di cartina di tornasole, non solo di quello che Terminator vuole dire, ma anche di quello che l’industria del cinema chiede a Terminator. Io mi spiego meglio, ma voi mettevi al fresco e prendete una bibita che tanto è estate e non avete un cazzo da fare.

Per Cameron il problema principale nel realizzare i due Terminator non erano certo le idee, quanto come riuscire a realizzarle degnamente. I tempi della CGI in ogni scena di un film erano non troppo lontani, ma ancora la tecnologia per fare certe cose semplicemente non esisteva. Eppure con quegli strumenti venne creato non solo un futuro disperato dominato da scheletri robot ghignanti, ma anche uno dei cattivi più indimenticabili del cinema ad alto budget: il T1000.

Da allora, parallelamente alla crescita delle possibilità concesse dalla CGI, si è assistito a un costante rimasticamento di quei temi e di quelle immagini. E qui veniamo al ruolo dell’industria del cinema. Lo scontro fra il T800 vecchio e quello giovane a cui assistiamo in Genisys è prodigioso. Non sembra possibile che il corpo e il viso di Schwarzenegger possano essere stati interamente ricostruiti al computer, tanto sono ben inseriti in quel contesto. Eppure fa specie che, alla fine, queste tecnologie vengano spese per rifarsi (e rifare) in maniera così pesante al passato: un passato che – per quanto possa essere mitico – è abusato. Siamo, noi e la saga, intrappolati in un eterno ritorno del già visto.

Dico ‘siamo’ non a caso: il problema, infatti, non è solo a monte. Non ci si può limitare a dire «vado a vedere un remake/sequel/prequel/reboot perché al cinema danno solo quelli». Questi film sbancano perché il pubblico corre in massa a vederli, l’offerta incontra perfettamente la domanda. Può essere che il pubblico di un certo cinema – diciamo di intrattenimento di massa -  al momento non cerca la novità come nel secolo scorso. Al momento è importante la sicurezza delle cose già note. Anche quando, a livello di immaginario visivo,  il film si presenta come assolutamente nuovo, subito ci si premura di metterlo in una bella bara narrativa, inchiodata da un intreccio sentito e strasentito. Il caso di Avatar (2009) - peraltro dello stesso Cameron – è emblematico.

Non sono un sociologo e azzardare una risposta sul generale partendo da un particolare non è il mio lavoro. Ma guardando alla storia del cinema mi viene spontaneo notare che è proprio nei momenti di crisi imminente che l’attrattiva dei generi tradizionali e delle formule note si riafferma. Penso alla grande stagione della Hollywood classica, appena prima della Seconda Guerra Mondiale. Allora, forse, non si tratta solo di fandom. Forse, quando una società si sente minacciata, un certo cinema si chiude in se stesso, il pubblico dice «ehi, noi ci riconosciamo in questa roba qui» e il nuovo, o semplicemente quello che devia dal seminato, ha più difficoltà del solito a essere preso in considerazione. Normale quindi che l’immagine del futuro, anche in un film in fin dei conti sorridente come Genisys, assuma un connotato sinistro e minaccioso: meglio rifuggire nelle formule di un futuro già passato, stilizzato, e perciò pronto a buttarsi in macchietta. Intanto però il mondo e il cinema vanno avanti: a noi evitare che tutto precipiti, magari prima che arrivi il prossimo cyborg.

Discussion

3 comments for “I’ll be back.
Terminator: l’eterno ritorno del genere”

  1. Finalmente trovo qualcun altro che si è reso conto che Genisys altro non è che una commedia!
    Ottimo articolo ma soprattutto ottime considerazioni

    Posted by Evit del blog Doppiaggi Italioti | September 10, 2015, 9:14 am
  2. Grazie mille! :)

    Posted by pilloledicinema | September 16, 2015, 7:37 pm

Reply to pilloledicinema