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Sushi | Film

Senza nessuna pietà
(Michele Alhaique, 2014)

Esordire oggi in italia con un film di genere come Senza nessuna pietà non solo rappresenta un atto anticonformista, ma anche di coraggio verso il pubblico. Eppure Michele Alhaique, dismessi i panni di Roberto negli sketch di Camera Cafè (per intenderci era l’impiegato un po’ nerd e con l’aria sempre angosciata) e aver cominciato a costruirsi una carriera di attore, ha scelto proprio un noir per andare dietro la macchina da presa. E già solo per questo mi viene da offrirgli una brioscina col gelato.

Alla regia Alhaique non sfodera chissà quali virtuosismi, ma sembra avere come obbiettivo quello di porsi al servizio degli attori. Si dimostra abile a catturare sia la violenza confusa delle aggressioni fra picchiatori che i momenti di quiete, dove buoni e cattivi, spesso seduti a tavola, evolvono nei loro rapporti e fanno prendere allo spettatore la rincorsa per la prossima scena
Non sembra davvero di avere a che fare con un esordiente: la direzione degli attori è sempre ottima,  e il controllo della messinscena è notevole, tanto in termini di scenografia quanto di costumi, con ambientazioni coerenti e ben fotografate. Roba che altrove è abbastanza normale, ma che in un film d’esordio italiano e di genere non sempre riescono a ricevere la giusta attenzione.

In realtà i difetti e il lato incompiuto di Senza nessuna pietà vengono dalla sceneggiatura che pur costruendo personaggi credibili non sembra in grado di lasciarli respirare. La storia è quella piuttosto canonica di uno sgherro grande e grosso che si innamora di una donna dai facili costumi. A guardare bene dentro lo script però ci sono troppi momenti di confronto fra buoni e cattivi, troppe volte qualcuno va a fare qualcosa di palesemente sbagliato e troppe volte si torna punto e a capo. Senza contare che le ultime parole che si dicono Favino e Davoli fanno cadere le braccia a terra. del resto Alhaique esordisce anche alla sceneggiatura, e forse in questo ambito era opportuno farsi affiancare da qualcuno maggiormente capace di trovare delle soluzioni diverse, per evitare la ripetitività che affligge la parte centrale e la banalità del confronto finale con il vecchio capofamiglia. E in questo caso il triumvirato di sceneggiatori formato da Andrea Garello, Emanuele Scaringi e lo stesso regista non c’è riuscito.

Però è inutile nascondersi, nonostante le buone doti dimostrate dal regista, Senza nessuna pietà si appoggia alle ottime interpretazioni di tutto il cast fra cui spicca quella di Pierfrancesco Favino. Tolto lui avremmo un film per forza di cose diverso e quasi sicuramente peggiore. Ovviamente fa impressione vederlo con parecchi chili in più rispetto al solito, ma la costruzione che fa del suo Mimmo impressiona ben al di là del dato fisico. Favino (qui anche in veste di coproduttore) sembra aderire completamente alla psiche del suo personaggio. Ha davvero fatto suo il disagio non pienamente espresso del gigante buono, costretto a stare in mezzo a strozzini e sicari dalle circostanze della vita. Un omone che appena può si tuffa nel lavoro manuale, forse per tenere lontano il pensiero della gente che umilia e offende per recuperare il denaro prestato a tassi usurari.

Ora, che uno come Mimmo, frustrato e un po’ lento di capoccia, perda la testa per una prostituta ci può stare, invece che una come Tanya con la ipsilon possa davvero legarsi a uno spiantato con cui ha passato una giornata per caso appare molto meno probabile.
Eppure un certo feeling fra i due riesce in qualche modo a passare, quindi chi davvero sorprende a questo giro è Greta Scarano. La palestra della fiction Squadra antimafia – Palermo oggi sembra averle fatto un gran bene. Anche perché il suo esordio sul grande schermo, Qualche nuvola (2011), era un film talmente brutto e sbagliato che anche gli attori venivano usati come macchiette e poco più. Alle zone erogene della Scarano va effettivamente imputato il peso del cambiamento di Mimmo e, nonostante la sua interpretazione non arrivi ad essere memorabile come quella del suo partner, riesce comunque a rendere credibile la strana (ma in fin dei conti canonica) coppia.

La cronaca ci ha abituato a ragazze anche giovanissime che scelgono la prostituzione come via di ascesa sociale e porta di accesso per il lusso da boutique. Ciononostante la regia riesce a dare un’idea piuttosto feroce delle umiliazioni e violenze a cui va incontro chi vende il proprio corpo, sicché questa svolta, pur risultando la più inverosimile di tutte, non diventa gratuita o meccanica. Anzi nel momento in cui il gigante barbuto spacca le ossa al cugino debosciato a colpi di skateboard si finisce a parteggiare forte per questi due outsider della vita, e si inizia a vederli bene insieme.

Una menzione particolare va anche ai comprimari, primo fra tutti Claudio Gioè. In realtà il suo rischio è che rimanga intrappolato in questi ruoli un po’ come Tony Sperandeo, ma il personaggio più ambiguo di tutti è il suo e lo riesce a rendere sempre bene. Sarebbe poi ingiusto omettere i ruoli di Ninetto Davoli e Adriano Giannini. Efficaci nel descrivere un mondo criminale assai lontano dai gangsterismi à la Tarantino e per questo molto più vero, subdolo e inquietante. Non il male assoluto, ma un misto di legge del più forte e arroganza data dal denaro prestato a strozzo e poi reinvestito nel cemento, dove amore o amicizia non sono ammessi.

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(Michele Alhaique, 2014)”

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