Con un nome così, Steve McQueen avrebbe potuto fare di tutto nella vita. Fossi stato in lui, avrei fatto il maratoneta. Invece, questo londinese di cinquantatre anni ha scelto di fare della video arte e diventare uno dei più geniali cineasti britannici della sua generazione. Si vede che non stava bene in calzoncini.
Dopo aver vinto la Camera d’Or a Cannes con Hunger, McQueen arriva a Venezia preceduto da una caterva di hype e qualche sospetto. Il tema fin troppo scabroso, il giro mancato a Cannes, il peso di un esordio praticamente perfetto.
Andiamo con la storia. Brandon (Fassbender) ha un problema. La sua esistenza di trentenne metropolitano di successo è quotidianamente oppressa da un compulsivo bisogno di sesso. I canali di sfogo sono molteplici: onanismo, pornografia, prostituzione. In più, capita che Brandon sia anche bello bello in modo assurdo: il che – capirete – non aiuta.
Per sopravvivere, l’uomo è costretto a rescindere ogni possibile vincolo di relazione. La sua vita diventa così un flusso ininterrotto attraverso gli spazi della città di vetro – una selva resa ancora più liquida dalla magistrale fotografia di Sean Bobbit. Immerso nella liturgia dei suoi spostamenti quotidiani (casa, metropolitana, lavoro, club) il personaggio sembra quasi incapace di opporsi al movimento, alla traccia motoria della sua pulsione.
Stacco. Una sera, Brandon rientra da lavoro e si ritrova la sorella nella vasca da bagno. Sissy (Mulligan) è l’esatto complementare del protagonista: cantante, un’adolescenza inquieta e un tentativo di suicidio alle spalle, disperatamente affamata di affetto. La situazione – come da premesse – precipita.
Diciamolo subito: Shame – nonostante l’evidente tensione stilistica – non è un film di maniera. I suoi fuori campo sonori, i suoi piani prolungati, l’uso geometrico delle quinte e delle superfici trasparenti: lo stile è percezione cruda, immagine spietata del mondo secondo Brandon. È la morsa del controllo (formale) che si chiude sui personaggi, per negare loro lo strappo liberatorio ma anche la trascendenza al basso, il cupio dissolvi. Tanto la dissoluzione orgiastica finale quanto il successivo accenno di riscatto finiscono subito azzerati, schiacciati dall’ineludibile gioco di controcampi che innesca la macchina del desiderio. Non è un caso che le sequenze in cui – per poco – questo regime sembra arrestarsi sono quelle in cui l’inquadratura si apre in un totale, come a contenere un accenno di comunicazione: il lungo confronto spalla a spalla tra fratello e sorella, la sequenza del corteggiamento al ristorante.
Di fatti, dietro la pulsione al consumo materiale del corpo si intravede sempre una dolorosa consapevolezza di sé. In questo senso, McQueen si sgancia dal filone ottantesco della contaminazione meccanica e mediale dei corpi: il suo è un materialismo della visione, un cortocircuito tra immagine del desiderio e desiderio dell’immagine. Un orizzonte unico che chiude messinscena e ossessione, visione e controllo formale. Al di là dell’annullamento, al di là della redenzione.





visto, immedesima bene parti di paranoia contemporanea, di vizi e contempla il futuro con una fotografia geniale e senza mezzi termini nella storia.
Ciao, sono Paola, sto scrivendo da Glasgow (Scotland).
Un paio di settimane fa vidi Shame in un’anteprima seguita da intervista con Steve McQueen e Abi Morgan (la co-sceneggiatrice). Una cosa che dissero e che mi ha fatto pensare é che il tema dell’addizione sessuale gli era parso interessante perché in qualche modo tutti abbiamo a che fare
col sesso; cosa che non vale per altri tipi di addizione (al fumo, all’alcool, agli stupefacenti). Il film é tutto incentrato sull’idea dell’eccesso della pulsione sessuale, e immagino che per ognuno di noi il limite oltre il quale definire l’eccesso é differente. Sicché alla fine hai diversi gradi di immedesimazione: dallo spettatore che lo guarda esterrefatto, a quello per il quale é tutto normale, no?
P.
Avevi ragione Folquet quando ce l’hai consigliato a Venezia… Io e Annette lo abbiamo visto di recente e l’ho apprezzato moltissimo!La fotografia è stupenda
Io ne scrissi qui: http://www.indie-eye.it/cinema/strana-illusione/shame-steve-mc-queen-recensione.html
La sintonia col tuo pezzo è evidente. Accessibilità, città di cristallo, fascino come handicap e stima per l’awesomeness della regia di McQueen che sa essere laccata ma cruda, ricercata ma non insincera.
Ecco, quest’ultimo punto non è condiviso, anzi, da tantissimi critici coi controcoglioni.
Placereani: http://placereani.blogspot.com/2012/01/shame.html
Bocchi:
http://www.filmidee.it/article/226/article.aspx
Una cosa che sento subito di condividere coi detrattori e che in effetti avevo saltato, è il trattamento riservato all’unica scena omosessuale, che sembra davvero l’apice della vergogna…C’è anceh da segnalare che Fassbender è PESANTEMENTE eterosessuale, quindi la cosa rappresenta per forza una deviazione. Che la fotografia cambi e per una volta si veda un ambiente lurido e tutt’altro che asettico è in effetti una scelta piuttosto caratterizzante e opinabile.
Per il resto? Abbiamo ragione noi o loro? Mi pare propio che il concetto in ballo sia quello di maniera e di credibilità del personaggio.
Folquet, Aldone, tutti gli altri, scatenatevi, ceh vi seguo a ruota…
Sono snob loro o siamo pirla noi?
Partiamo dalle note positive:
1) fassbender immenso. grande prova attoriale (e certamente di maggior spessore rispetto a quella del cmq bravo gosling)
2) quoto alfredo sulla buona resa della paranoia contemporanea.. .merito però, a mio parere, sempre di fassbender
note negative:
1) il film non va da nessuna parte. racconta un punto di vista particolare senza una conclusione effettiva. il personaggio è fermo, come se non avesse speranze.
2) se un film dura 90 minuti e vedo l’orologio più di due volte, non è un buon segno. per shame ho visto l’era 5 volte … insomma mi ha annoiato.
saranno state le aspettative eccessive .. non so . ma sono rimasto piuttosto deluso.
Nota positiva 1) siamo un po’ tutti d’accordo, mi pare…
Nota positiva 2) La buona riuscita della messa in scena dell’accessibilità in eccesso nella società attuale, sicneramente, non può dipendere solo dall’attore. Ci sono tanti elementi di messinscena che contribuiscono, dalle scenografie asettiche all’uitilizzo di certi campi (rimando al mio pezzo su indie-eye). Questa quindi non te la condivido!
Note negative:
1 e 2) un po’ la sensazione c’è. Anche il finale è parecchio indeciso, ci gira attorno troppe volte, troppe sembra dover finire e poi riparte. Sulla noia c’è del soggettivo e non ci si può far niente, ma per come è strutturato è un film che vuole coinvolgere piano piano, procedendo a spirali, e ci sono delle secene che in effetti colgono il segno e altre meno…direi che è discontinuo e rischioso, e secondo me riuscito tutto sommato nelle intenzioni. C’è da capire quanto sincere o furbe siano queste intenzioni…é l’aspetto con cui sto combattendo…
“E mentre tutto, attorno, veniva giù a molti sembrava non interessare poi granchè.”
Tagliando con le cesoie i Talking Heads Vi dico subito che, qui, ci troviamo di fronte a una creatura angelica: Brandon è epigone magnifico del più grande newyorchese mai esistito su carta (e pellicola, purtroppo) Patrick Bateman.
Il film tentenna, ve lo concedo, sembra finire e riparte più volte, come dice Manute.
Le speranze, però, sono davvero una merce sopravvalutata in questo periodo e se pensiamo alla conclusione di American Psyco e a quella scritta sul muro che dice: “This is not an exit” il gioco è fatto…
http://images.vogue.it/Storage/Assets/Crops/26211/12/25419/Steve-McQueen_0x440.jpg
No, non sta bene in pantaloncini, capo!
.. vabbè aldo .. di fronte a cotanto link mi inchino.
e sappi, caro, che ci ho visto del patrick bateman …. ma bateman è bateman
Quindi non sono l’unica che continuava a pensare a Bateman!
Certo che no Annette, ci sono tonnellate di Bateman!
Oggi l’ha visto anche l’ammiraglio vediamo che ne pensa.