Vedere un film di Guy Ritchie è sempre uno schiaffo visivo; nulla è lasciato al caso e tutto è perfettamente orchestrato da una regia aggressiva e una fotografia curata al dettaglio. Il secondo episodio di quella che con molta probabilità potrebbe diventare una saga vede nuovamente l’investigatore privato di Baker Street lanciarsi come un treno in corsa verso quell’opera di svecchiamento in salsa pop già avviata con il primo episodio. In questa avventura, il duo Holmes/Watson, spalleggiato da una conturbante zingara, è impegnato a sventare un intrigo politico che – se riuscisse – vedrebbe come tragica conseguenza un probabile conflitto armato fra Francia Germania e Inghilterra.
Chi ancora sperava in una rilettura classica del personaggio di Conan Doyle rimarrà oltremodo deluso. Infatti, fatta eccezione per il modus operandi di Holmes, abituato a svelare il più insignificante dei particolari con l’arte/scienza della deduzione, tutto l’impianto narrativo continua ad essere stravolto e svecchiato.
Con questo secondo capitolo risultano più chiare le intenzioni del primo film. Nonostante la storia fosse accattivante, l’impatto con il nuovo Sherlock non era roba da poco. Ecco quindi che il primo capitolo di questa nuova saga si era preoccupato soprattutto di abituare lo sguardo dello spettatore alla presenza di Robert Downey Jr nei panni del detective. Ambientata rigorosamente a Londra, la prima avventura era un’intrigante spy story con l’aggiunta di qualche elemento magico-esoterico che serviva appunto da trampolino di lancio per le intenzioni di Ritchie, già rivolte verso un possibile seguito.
Con Sherlock Holmes – Gioco di Ombre non siamo di fronte a una normale – per non dire classica – indagine sherlockiana, bensì a un vero e proprio thriller fantapolitico ambientato a fine Ottocento. La differenza è che qui, invece di fare sfoggio di equipaggiatissime supercar, computer di ultima generazioni e conturbanti femmes fatales, abbiamo cavalli, cocchi, invenzioni strambe, per non dire vintage, e soluzioni deduttive quanto mai geniali, da far impallidire persino il computer Alfa.
L’impressione è che Ritchie, già da qualche anno, avesse voglia di girare un film d’azione in stile Mission: Impossible o The Bourne Identity ma ambientato nel 1800. Per arrivare a questo risultato, il Nostro ha prima rispolverato la figura di un personaggio letterario con l’appeal di Sherlock Holmes. Poi, una volta distrutta la classicità del personaggio, si è messo a ricostruirla, plasmandola e consolidandola a propria immagine e somiglianza con questo secondo episodio. Attraverso due film e come un perfetto deus ex machina, il regista londinese è riuscito nel suo intento: creare una sorta di action hero di fine Ottocento.
Purtroppo, o per fortuna, in Gioco di Ombre l’intrigo non regge, e nonostante gli sforzi di scrittura il tutto si riduce a semplice contorno per la trionfale passerella degli attori. Spalleggiato da una brava Noomi Rapace – la Lisbeth Salander del primo Uomini che Odiano le Donne – il duo Robert Downing Jr. e Jude Law si dimostra all’altezza per tutta la durata del film, sorretto in toto da una presenza di scena che buca letteralmente lo schermo. Ironia sottile, interpretazione sopra le righe e regia sicura sono gli unici elementi grazie ai quali un film che fatica a entrare nel vivo riesce alla fine a risultare godibile.
Con Sherlock Holmes, Ritchie ha consolidato uno stile, già suo dai tempi di The Snatch e Lock & Stock: non c’è quindi da stupirsi se il suo cinema riesce a essere allo stesso tempo ricercato e popolare. L’attenzione maniacale per il montaggio, una fotografia pressoché perfetta, unite a validi espedienti registici – ralenti, scene frenetiche, combattimenti – non riescono tuttavia a sopperire a una narrazione pressochè priva di coinvolgimento. Peccato, si poteva fare meglio.





Non concordo. Cioè almeno non del tutto. Credo che in realtà la trama sia assolutamente interessante se vista in prospettiva. Cioè, visto e considerato cosa produttivamente questo film rappresenta,ovvero un classico esempio di cinema mainstream, la sua trama assieme a quella che ritengo sia una precisa scleta di non aver previsto il 3D, sia assolutamente interessante. Se da una parte è vero che la storia pare debole, in realtà a me e a Silent Bob, che era con me in sala, è sembrata più che altro ben poco adatta al “genere”. Talmente tanto lineare da non lasciar spazio a colpi di scena tranne che nel finale (e non mi riferisco al finale finale, ma a quello ideale con la partita a scacchi)- finale che tra l’altro lancia un occhiata davvero pessimista verso la modernità e il pensiero moderno.
Non so forse è una mia speculazione o sovrainterpretazione, forse il fatto che questo è in realtà un film in 3D senza essere in 3D, mi ha dato da pensare e portato a vedere in questa trama il segno di un qualcosa di più.
Insomma Ritchie è uno che questi film li sa fare, e non credo che non gli abbiano proposto di girare la pellicola in 3D (e credo anche che lui sia uno abbastanza importante per decidere una cosa del genere). Non so dove questo mio discorso vuole alla fin fine andare a parare, ma mi viene da chiedermi: Perché? perché un film che avrebbe fatto incassare sicuramente anche molto di più 3D, non lo è? perché un film totalmente mainstream come questo sembra fuggire (sia sotto questo aspetto del 3D, sia nella trama che non aiuta lo spettatore a comprendere Sherlock, senza dagli indizi nè suspance fino alla fine) dai parametri del genere? Sono impazziti oppure c’è qualcosa di più sotto?
in effetti la storia del 3D l’ho pensata anche io .. e per questioni di spazio è una polemica/argomentazione che ho tralasciato. Ebbene, credo ci sia qualcosa sotto.
Per il resto, non nego che il film intrattenga e diverte, chi più, chi meno. Personalmente ho trovato azzeccatissimi gli interpreti. Tuttavia sono dell’avviso che: o i protagonisti sono troppo preponderanti e la trama passa in secondo piano, oppure – come sono portato a pensare – la trama sia deboluccia. Questo deboluccio non vuol dire POCO INTERESSANTE. Anzi. Resto però della mia opinione. POteva rendere il tutto più accattivante e Ritchie era l’uomo giusto.