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sinottica | The Tree of Life

Ci sono film che incontri per caso. Ci sono film – ma anche libri, persone, idee – che ti vengono incontro e ti fermano, con l’aria sicura di chi ha qualcosa da dire. Magari poi non è niente di che; ma vallo a sapere. E poi ci sono loro, quelli che aspetti a lungo. Quelli per cui metti da parte le tue domande, nella speranza che ci siano ancora risposte o qualcosa da capire. Qualcosa che vada oltre il cinepattone e il pandistelle inzuppato nel latte. Qualcosa che riscriva tutto da capo, tipo i referendum che non ce la fanno mai e un giorno ce la fanno e sembra la cosa più normale del mondo. Tipo Malick.

uno. The Tree of Life è film a cui devi presentarti decisamente preparato: ti devono dire che è noioso, ti devono dire che è misticheggiante, ti devono dire che non c’è una storia raccontata, che ci sono i dinosauri e le riprese alla National Geographic. Se ti siedi in sala con queste premese, come è capitato a me, finisci per stupirti del risultato cristallino, emozionante e sorprendentemente carico di significati raggiunto unendo questi elementi. Lirismo eccessivo, prove di resistenza per lo spettatore, d’accordo, ma sequenze come quella dei primissimi anni dei bambini, fatta solo di suggestioni rapidissime ed echi ovattati dal mondo dei grandi, sono davvero un distillato di cinema che pochi sarebbero in grado di pareggiare. Malick, nel bene e nel male, certe cose se le può permettere. Per il falso mito del suo essere misterioso e sfuggente, e per il fatto che, comunque sia, ha costruito un linguaggio visivo/uditivo con il quale ha prodotto almeno tre capolavori. Un linguaggio che raggiunge in questo film la sua forma più pura e immediata, definitiva se vogliamo, e per questo meno immediatamente digeribile. — manute

due. La visione del film -ancora prima che cominci la proiezione- è appesantita da una grossa sovrastruttura: una consegna di lettura capziosa, da cui è bene liberarsi prima di esprimere un parere. Malick è un regista di culto (non ci piove) ma questo non ci garantisce che giri sempre dei capolavori o che possa godere di licenze (capricci) autoriali. C’è una differenza di potenziale enorme tra l’ambizione implicita del film e la sua effettiva realizzazione. L’idea della vita come scontro e infine sintesi di Grazia e Natura si risolve in una pesantissima lezione di stile. Più volte si rasenta il pacchiano, il kitsch, spesso mascherati dalla perizia tecnica. La possibilità che il cinema possa essere al tempo stesso lezione di metafisica ed estetica è molto intrigante, ma il tutto appare come un fredda costruzione formale che ha più le geometrie del saggio di stile che il pathos della metafora esistenziale. — zampa

tre. Che dire di questo film? Non voglio ripetere cose che sono già state dette anche perché mi trovo totalmente d’accordo con Zampa. L’eccessiva costruzione formale di ogni inquadratura mi ha infastidito abbastanza: prese nella loro singolarità le immagini sono molto belle, ma non sono riuscite a trasmettermi praticamente nulla nella loro unione. Inoltre mi ha dato molta noia il continuo parlare sottovoce delle voci off, come se stessero svelando il segreto più segreto dell’universo, mentre in realtà le cose che dicevano mi parevano abbastanza banali. Queste continue “preghiere” costringevano a prestare un’eccessiva attenzione a ogni parola, a cercare di interpretare chissà quale profondo messaggio, quando poi alla fine non è che dicessero nulla di che. Infine, ma forse è parso solo a me e probabilmente non era minimamente voluto, ho riscontrato uno strano cortocircuito tra il Brad Pitt di questo film e quello tarantiniano, a causa di una serie di inquadrature che, ecco, rendevano molto pronunciata la mascella dell’attore, e ricordavano proprio il tenente dei bastardi senza gloria. — marnie

quattro. The tree of life non mi è piaciuto molto, a little bit over the top, direi. The tree of life non è bello come altro di Terrence Malick. The tree of life è però, senza dubbio, il suo film più importante. Si sancisce qui la fine della sua ricerca, e si giunge perciò a una conclusione che vale per tutto il suo cinema. Se altrove il cammino dei protagonisti s’interrompeva con un punto di domanda, con un rimando, con un’attesa spesso dolorosa, qui l’immagine finale del film mostra un ponte, un collegamento, un passaggio ad altro. Credo che Malick mostri la spiaggia degli abbracci e il suddetto ponte come sollievo finalmente ottenuto dopo una quest durata più di trent’anni per lui, e duemila anni per l’essere umano. Alla fine del viaggio da qualche parte si arriverà, la strada è indicata, la destinazione nota ma mai testimoniata, e questo – spaventati come siamo – ci può bastare. Per la prima volta nel suo cinema, alle speranze in voce off dei protagonisti fa eco una risposta proveniente dall’interpellato, badland, prateria, giungla o bosco selvaggio che sia. Ciò che alberga in questi simboli naturali si fa presente e, a modo suo, risponde allo sconforto di Sean Penn, perso quanto lo siamo noi oggi. Per tutto questo, credo che la cosmogonia cinematografica di Terrence Malick si possa definire soddisfatta, mantenuta e sincera sino all’ultimo. E se è così, anche l’uomo dietro la macchina da presa può interrompere la sua ricerca soddisfatto, e, per me, va bene così. Dinosauri compresi. — aldoneversmiles

cinque. Innegabile la perizia tecnico-registica – al limite del capzioso, in effetti. Intelligente la scelta degli attori, che stupiscono per tempra e carattere. Struggente la storia: benchè i dialoghi siano estremamente asciutti, la profondità delle parole – non sono d’accordo con Marnie – è come una freccia che va dritta al cuore. La genialità di Malick sta nella scelta del materiale su cui imprimere la propria idea della vita: l’immagine, appunto. Fatta eccezione per la sequenza preistorica – Malick seleziona ed estrapola le immagini che da sempre circondano l’uomo, riuscendo da queste a estrarre la bellezza assoluta. Brad Pitt appena sopra le righe nell’interpretare un padre padrone nell’America degli anni Cinquanta, mentre resta magistrale Sean Penn, un gigante silenzioso che grazie a quell’espressione malinconica e quel mutismo mai così eloquente riesce a rappresentare tutta la paura e lo smarrimento dell’uomo contemporaneo. The Tree of Life è un bel film. Ma nonostante tutto questo, non entrerà mai nella mia videoteca personale. Il difetto principale sta nel fatto che bisogna essere preparati alla visione di una pellicola del genere. Non è un film per tutti e comprendo a pieno la scelta di una parte del pubblico – parte notevole, per altro – di alzarsi anzi tempo. Forse non è neanche un film, ma la rappresentazione mentale su immagini in movimento di quello che il pensiero filosofico del regista considera il significato della vita. — nate

sei. Malick è l’unico tra i registi, oggi, in grado di mostrare il trascendente attraverso la sua immanenza. The Tree of Life non è altro che questo: una pellicola che continua quel discorso iniziato da Kubrick in 2001 Odissea nello spazio, che è qui portato idealmente a compimento, sempre attraverso una macrostoria (film opera) che si fa una microstoria personale (film di familglia). Un lungometraggio che si ama o si odia ma che non lascia indifferenti. Per me il Capolavoro indiscusso di questo inizio secolo. — silent bob

sette. Il film-cervello di Malick propone un’esperienza sensoriale di rara intensità, facendo coincidere la cosmogonia dell’universo con la possibilità di ricreare il cinema, di estrarre da dentro le immagini una pulsione di vita che irradia tutto il film. Le immagini-pensieri di The Tree of Life ambiscono al progetto grandioso di raggiungere l’Idea dei sentimenti provati dai protagonisti, di trovarne un corrispettivo visivo nell’universo: le esplosioni cromatiche dell’evoluzione prendono in carico quella parte di indicibile davanti al quale il linguaggio umano, nei suoi limiti, deve arrendersi. (La voce off non è didascalica, piuttosto si estranea da chi la pronuncia per levitare nello spazio-tempo e ricongiungere l’uomo con l’universo.)
Ad una prima visione il film mi era sembrato a tratti perdersi nella contemplazione della propria virtuosità, invece durante la seconda visione mi è sembrato quasi tutto fottutamente essenziale. A questo punto direi che aspetto l’uscita di Melancholia per capire se Lars Von Trier avrebbe potuto giocarsela alla pari. — mark frechette

Discussion

5 comments for “sinottica | The Tree of Life

  1. gattone per tutti

    Posted by Nate | June 14, 2011, 6:55 pm
  2. MIAO. quoto Zampa e Marnie. Mark, ma sei proprio masochista!
    Non ho abbastanza fede nell’autore, come figura intendo, per digerire questo polpettone. Belle le parti non narrative national geographic style. I soldi spesi sono riscattati da una splendida una colonna sonora.

    Posted by bucky | June 14, 2011, 7:09 pm
  3. voglio fondare il Marnie Fan Club!

    Manute, non penserai che c’entra il fatto che è l’unica donna…? ;-P

    Posted by Laura wlp | June 14, 2011, 10:22 pm
  4. Tzè, marnie, prima che donna è valido sushiettibile, quindo non sospetteró! Ma se mi chiamassi manuta un po’ più d’accordo con me saresti ;)

    Posted by Manute | June 14, 2011, 11:54 pm

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