Ohio, estate millenovecentosettantanove. Il piccolo Joe Lamb è rimasto orfano di madre, prematuramente scomparsa a causa di un incidente in fabbrica. La comunicazione con il padre Jackson, vice sceriffo, è difficile. Per fortuna ci sono gli amici, aspiranti cineasti, con cui portare a termine il progetto di un cortometraggio horror, tributo al maestro George A. Romero. Nel corso di una sessione di riprese in notturna, gli adolescenti saranno testimoni di un incidente ferroviario. Un treno dell’USAF deraglia liberando nella cittadina di provincia una misteriosa creatura…
Il film nel film è di genere horror, ma i giovani registi vivranno, loro malgrado, un genere diverso, slittando progressivamente nella fantascienza. I contatti più rassicuranti con le creature delle stelle (Incontri ravvicinati del terzo tipo, 1977 e E.T., 1982) sono tinti dall’elemento perturbante (si potrebbe ricordare La guerra dei mondi, 2005). Scrive e dirige J.J. Abrams (creatore di Lost, sceneggiatore di Armageddon, 1998, regista di Star Trek, 2009 e produttore di Cloverfield, 2008), produce Steven Spielberg (il film potrebbe essere stato girato di nascosto da un suo clone contemporaneo).
“L’elaborazione della storia è per me la parte più eccitante nel fare un film. Viene poi la messa in scena dei vari elementi del film. Quella più estenuante, e che meno mi piace, sono le riprese vere e proprie, la regia del film, davvero”. (dichiarazione di Steven Spielberg tratta dal castorino scritto da Franco La Polla. L’edizione consultata è quella da edicola uscita in allegato con un quotidiano, trovata tempo fa ad ingiallire in un chiosco tra vecchie edizioni Urania: le storie di Spielberg e i racconti di genere, ingredienti di un unico calderone di fantasie… Le copertine di Urania, scriveva qualche tempo fa Michele Mari ricordando la sua sanguinosa infanzia in cui ogni cosa che leggeva e vedeva confluiva nel vortice unificante della sua immaginazione).
Con Super 8, J.J. Abrams si confronta e ci conforta con il proprio passato di giovane cineamatore e con un immaginario, narrativo -e tecnologico-, legato all’idea ludica, giocosa ed arrembante del cinema come arte di raccontare storie, cifra fondamentale dei film di Spielberg noti ai più. Un immaginario che, per quelli come noi cresciuti guardando le lucette dei flipper nei bar e usando lo spago per l’arrosto come se fosse la frusta di Indiana Jones, ha un potere seduttivo non indifferente. “Abrams has probably been fighting not to reproduce Spielberg’s signature moves since the day he picked up a camera. Now, with the blessing of the master, he can plagiarize with alacrity” (David Edelstein, New York Magazine).
Un amabile e malinconico tributo ad un cinema che sta scomparendo e che forse, tutto sommato, è già scomparso. Ripercorrendo la sinossi dalla prima all’ultima sequenza si può giocare a riconoscere i riferimenti espliciti, le citazioni, i tributi e più in generale quel mood caratteristico di un cinema hollywoodiano fortemente spielberghiano. È facile scorgere, quasi tutti l’avranno fatto, E.T., I Goonies, Stand by me, Explorers, Incontri ravvicinati del terzo tipo, Scuola di mostri... (continuate voi), ma anche autori letterari, fumettistici, narrativa di genere (come si accennava prima) che attraverso la rielaborazione del cinema, o direttamente, ci hanno culturalmente conquistato.
Lo script attinge a piene mani nel racconto adolescenziale, avventuroso momento di crescita e soglia d’ingresso nel mondo adulto. L’alieno alberga nel buio oltre la siepe sguinzagliando quelle paure proprie del rito di passaggio dall’età dell’innocenza all’età adulta. L’elaborazione del lutto che è anche distaccamento dalla mamma (in senso letterale), la scoperta dell’altro (sesso), il gruppo come seconda famiglia, primo teatro ed esperienza del mondo. Non manca proprio nulla e tutto è orchestrato con ineccepibile senso dello spettacolo. “Destinato a chiunque abbia custodito in sé la voce del fanciullino, e senta il ritorno all’infanzia non come una regressione al puerile ma come una conquista dell’immaginario” (Giovanni Grazzini, 1982, parla efficacemente di E.T. sul Corriere della Sera).
Sì può scorgere anche un’inquietudine più contemporanea. Qualcuno forse ricorderà La guerra dei mondi. Non tutti gli alieni sono buoni. In questo caso il mostro è cattivo perché provocato, è un profugo sfruttato costretto a difendersi (District 9, Neil Blomkamp, 2009). Ci sono gli Usa militaristi, provinciali, spaventati dalla minaccia rossa. C’è il video amatoriale come testimonianza di una presenza aliena minacciosa (Cloverfield, Matt Reeves, 2008). Il mostro è l’orco (infatti vive in una grotta), la paura del diverso, come le tentacolari creature ctonie di Lovecraft, sottotesti di un’America pre-crisi del ventinove che già aveva paura e che oggi ha ricominciato a temere. La stessa nazione consumistica e barricata dei film di Romero. Ma per il bambino cresciuto con i film della Hammer e della Universal, il mostro è un amico, il mostro si fa capire e come il tenero E.T. può tornare a casa.
Lo slancio memorialistico e autobiografico è anche focalizzato sulla tecnica. Il super 8, formato storico, fucina e scuola di molti cineasti contemporanei. Si cerca di ricostruire, con i mezzi tecnici digitali di oggi, quell’estetica fotografica di flare, distorsioni e poco fluidi cambi di piani di fuoco. Quella passione giovanile per la fotografia analogica, per il negozio fotografico come tempio in cui si incontravano giovani di belle speranze. Viene in mente una delle sequenze iniziali di Amabili resti (Peter Jackson, 2010) ambientata nel negozio di fotografia di un centro commerciale.
Il film si rivela così, lineare nel racconto della sua storia, nella quantità non indifferente di citazioni, e rimandi volontari di cui si fa nostalgico portatore ed interprete. Un magnifico canto del cigno. Retorico di quella retorica che commuove e, in fondo, non dà poi così tanto fastidio. Un film fuori tempo massimo che compiace il bambinone che alberga in noi. Il segno di un passaggio di testimone tra due generazioni di massimi tedofori intrattenitori che hanno giocato con la fucina dei loro riferimenti culturali. E continuano a farlo. Insomma, noi non crediamo negli UFO, però ci speriamo.
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Ieri un amico che aveva appena visto il film mi ha confidato di aver trovato esagerata al limite del ridicolo la sequenza del deragliamento del treno. A mio avviso quella sequenza va considerata in relazione a quella goffa del film amatoriale dei protagonisti mostrato nei titoli di coda. J.J. Abramas, da piccolo cineamatore, non aveva i mezzi e doveva adeguarsi, ora può fare quello che gli pare.
nonostante apprezzai la pallicula… posso dire chemi aspettavo qualcosina di più?? si si lo so … è il solito discorso sulle aspettative etc etc … ma credevo fosse qualcosa degno di essere ricordato negli annali ecco tutto ….Vi prego cagatemi
Io mi aspettavo una riuscita operazione nostalgia, simbolo di due generazioni di intrattenitori che si ritrovano. In fondo è quello che ho trovato (è facilissimo sedurmi). NON mi aspettavo il film che facesse un passo avanti verso -forse- una nuova idea di cinema classico. In questo sono piuttosto d’accordo con Folquet.
sull’operazione nostalgica ti quoto… ma credo che questa sensazione la susciti più in spettatori che ai tempi di et o goonies avevano 13/16 anni ai quali la visione di super 8 certamente ha fatto risvegliare vecchie sensazioni del loro passato