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cinema francese

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Molière in bicicletta
(Philippe le Guay, 2013)

Un regard à dernier #1 Ottime prove d’attore, cinema medio e Molière. I gourmet della celluloide non apprezzeranno ma sempre meglio di un mal di pancia.

La vita di Adele
(La vie d’Adéle – Chapitres 1 & 2, Abdellatif Kechiche, 2013)

Un pezzo in otto parti in cui si parla di Cannes, di Bildungroman e capelli blu, di commedia umana e banane.

Mood Indigo
(Michel Gondry, 2013)

mood indigo

Nat ci parla di una felicità naïve in una Parigi fatta di divertimenti e popolata da personaggi bizzarri e irreali. Peccato che passata la prima metà del film, l’ultima fatica di Gondry risulti difficile da digerire, esibizionista e superficiale

Il cecchino
(Michele Placido, 2013)

Film imperfetto ma godibile, ricorda i fasti di Romanzo Criminale. Se Placido si fosse limitato a girare un film di sparatorie, rapne e inseguimenti fra guardie e ladri sarebbe stato meglio.

Dans la maison
(François Ozon, 2012)

Un’opera non del tutto riuscita – forse anche a causa di un progetto troppo ambizioso – imperniata sul rapporto morboso tra un professore di lettere una giovane penna in erba.

Anima² | Un mostro a Parigi
(Un monstre à Paris, Bibo Bergeron, 2011)

A Parigi ci sono un proiezionista, un inventore sfigato, Vanessa Paradis e una pulce gigante canterina.

Superstar
(Xavier Giannoli, 2012)

Silent Bob riflette su Superstar di Giannoli in parallelo con Reality di Garrone da lui visto a Cannes e uscito da qualche giorno nelle nostre sale.

Cena tra amici
(Le Prénom, Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, 2012)

La commedia delle parti si riaccende in Francia intorno al nome di un nascituro. Intellettuali bo-bo da una parte, borghesi dall’altra. Nat ci dice la sua su una pochade tagliata un po’ con l’accetta.

La guerra è dichiarata
(La guerre est déclarée, Valérie Donzelli, 2011)

Il film di Donzelli non può che essere considerato un grande atto d’amore e di testimonianza, un gesto di condivisione che va al di là della semplice esperienza cinematografica, al di là del cinema e dello “spettacolo”. E come tale va giudicato, nel bene e nel male.

Tutti i nostri desideri
(Toutes nos envies, Philippe Lioret, 2011)

«Questo film – come ha dichiarato il regista, Philippe Lioret – mostra degli individui che si uniscono contro l’assurdità del mondo e che, nell’urgenza, fanno muovere le cose».

Un amore di gioventù
(Un amour de Jeunesse, Mia Hansen-Løve, 2012)

La Hansen-Løve cerca una semplicità minimalista che parla di formazione e di introspezione. Tutto il peso del film è sbilanciato sul sentire, che non è solo quello dell’attore, ma anche quello del pubblico: proprio grazie alla rarefazione dello stile quest’ultimo riesce a entrare nel riflesso dei personaggi.

Pollo alle prugne
(Poulet aux prunes, Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, 2011)

Un violinista che non riesce più a suonare e decide di morire; una moglie mai amata veramente; una bellissima donna dal passato e una storia d’amore infelice. Tutto sullo sfondo di una Teheran degli anni Cinquanta descritta tra animazione e realtà: sono questi gli ingredienti di (un) poulet aux prunes.

Piccole bugie tra amici
(Les Petis Mouchoirs, Guillame Canet, 2010)

Difficilmente i più riconosceranno un Dujardin a colori che, tolti i baffi e la brillantina, si presenta per la maggior parte del film con addosso la stessa maschera umana indossata da Tom Cruise in Vanilla Sky. Certo, mi direte che c’è l’inizio, ma penso tutti si fosse troppo impegnati a immaginarsi come Canet, per questo suo terzo film che alla fin fine è un Grande Freddo un po’ più piccolo e un po’ più tiepido, volesse impiegare gli oltre 150’ di durata.

Il mio migliore incubo
(Mon pire cauchemar, Anne Fontaine, 2011)

Gli opposti si attraggono? Ovviamente la risposta è no. Agathe e Patrick sono completamente opposti, eppure. Una commedia divertente e intimamente tragica, con un’Isabelle Huppert incandescente e glaciale come solo lei sa essere.

due | 17 ragazze
(17 filles, Delphine e Muriel Coulin, 2011)

Intenzionate a fare a meno di chiunque, sia dell’altro sesso csia dei genitori, diciassette ragazze decidono di avere un figlio e di crescerlo aiutandosi fra loro, coltivando un’utopia femminile e femminista tanto eterna quanto, ahimè, ancora inattuale.

uno | 17 ragazze
(17 filles, Muriel e Delphine Coulin, 2011)

Più che a una rivendicazione femminile e femminista siamo di fronte a un film sull’inquietudine, l’irruenza e la voglia di sovversione tipica di ogni adolescente, maschio o femmina che sia.

Pater
(Alain Cavalier, 2011)

Attraverso il gioco – la recita dichiarata, potremmo dire – Cavalier si lancia con un’incoscienza stupefacente nel buio del paradosso, recuperando, al termine del viaggio, la chiave dei conflitti politici contemporanei, e proponendola quindi allo spettatore sotto le mentite spoglie di una chiacchierata disimpegnata davanti ad un bicchiere di vino.

J’aime regarder les filles
(Mi piace guardare le ragazze, Frédéric Louf, 2011)

Discreto, mediocre, carino ino, non so. Non c’è proprio altro da dire. La storia comunque è che lui rincorre lei e un’altra lei rincorre lui, dopo giri, corse contromano, frenate brusche e ammaccamenti vari, la fatidica inversione ad U avvicina lo spettatore ad una fine comunque piacevole.

Pauline et François
(Renaud Fely, 2010)

Un film dall’atmosfera sognante e naive, la storia di Pauline e François coinvolge lentamente ma sempre più nel profondo, con una serie di colpi di scena e fantasmi del passato che pian piano prendono ognuno il proprio posto in una vicenda simile a un gioco di armonie ed equilibri.

Polisse
(Maïwenn LeBesco, 2011)

Posizionato sui bordi dell’onda lunga di un recente naturalismo francese che parte da Kechiche e passa per Cantet e in particolare per il suo fortunato La Classe, Polisse è l’opera terza dell’attrice-regista-fotografa-videortista Maïwenn.

Memory Lane
(Mikhaël Hers , 2011)

Mikhael Hers ritrae un gruppo di sette amici che a venticinque anni si ritrovano a passare qualche giorno nella città che li ha visti crescere, dopo essersi allontanati dal nido chi per un motivo chi per un altro. Il passaggio alla vita adulta è sicuramente una delle tematiche che va per la maggiore al cinema, specie tra i giovani cineasti, spesso troppo sicuri del loro bagaglio autobiografico – più o meno romanzato che sia – e del potere poetico dell’amarcord.

La reine des pommes
(Valerie Donzellì, 2009)

La reine des pommes è infatti un film talmente tanto idiota da risultare non solo antipatico ma anche alquanto fastidioso.

2° My French Film Festival
Dappertutto, 12 gennaio – 1 febbraio 2012

Dieci film, quattordici lingue, una sola cultura: quella francese, da sempre all’avanguardia quando si tratta di ribadire che il cinema è una cosa seria. Il report completo di Sushiettibili sul festival online dedicato al cinema d’oltralpe.

La Chiave di Sara
(Elle s’appellait Sarah, Gilles Paquet-Brenner, 2010)

Tratto dal romanzo di Tatiana de Rosnay, La Chiave di Sara porta al cinema i fatti del Vel D’Hiv, macchia storica del governo di Vichy.

Americano
(Mathieu Demy, 2011)

pescecrudo | Mathieu Demy, figlio di Jacques Demy e Agnes Varda, compie su una Mustang decappottabile un vero e proprio viaggio della memoria, un omaggio consapevole al cinema dei genitori. Un esordio di cuore.

Emotivi Anonimi
(Les émotifs anonymes, Jean-Pierre Améris, 2010)

Il Cattivo prova a mettersi una coccarda rosa in testa e a farsi piacere Emotivi Anonimi. Ma proprio non ci riesce.

Le nevi del Kilimangiaro
(Les neiges du Kilimandjaro, Robert Guédiguian, 2011)

Guediguian non grida come Loach, né è interessato alle dinamiche sociali di periferie e assistenti sociali. Quello del francese è il ragionamento di un umanista che guarda alla frattura nella classe operaia, una volta unita e ora dispersa, senza più miti o esempi ma con la speranza della morale individuale, prima che collettiva.

The Artist
(Michel Hazanavicius, 2011)

Considerarlo soltanto come un film metacinematografico, iperrealista, cinefilo, un omaggio alla storia del cinema, sarebbe fargli un grande torto. The Artist è invece una lezione di stile nell’accezione migliore dell’espressione. Una lezione di economia narrativa, più che un omaggio al cinema degli anni Venti e Trenta.

due | Miracolo a Le Havre
(Le Havre, Aki Kaurismäki, 2011)

Il tema dell’immigrazione clandestina ha attraversato in questi ultimi anni quelli che secondo me sono capolavori come Welcome (Philippe Lioret, Francia, 2009) e Terraferma (Emanuele Crialese, Premio speciale delle giuria di Venezia quest’anno): indice forse di un bisogno diffuso di parlare di qualcosa di scomodo.

uno | Miracolo a Le Havre
(Le Havre, Aki Kaurismäki, 2011)

Ecco allora la storia di Marcel (André Wilms), lustrascarpe-perditempo ed ex scrittore di ormai sfumate buone speranze. Insieme al collega Chang (Quoc Dung Nguyen) attende calzature da lucidare in una città dominata dal porto e dalla stazione, luoghi di passaggio i cui viaggiatori indossano però ormai quasi solo sneakers, ben lontane dalle esigenze professionali del protagonista.