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cinema giapponese

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Dead Sushi
(Noboru Iguchi, 2013)

Prendete tutta l’ironia greve e pecoreccia da cinepanettone italico, mettetela in un humus culturale nettamente più feticista e immaginatela in dei film con meno mezzi finanziari a disposizione di quelli di Neri Parenti o dei fratelli Vanzina. Fatto? Bene.

Koji Wakamatsu (1936 – 2012),

Tokyo, 17 Ottobre 2012| Mancarone Koji Wakamatsu

Thermae Romae
(Terumae Romae, Hideki Takeguchi, 2012)

Lucio Modesto, architetto dell’Antica Roma deluso dal degrado dell’Impero e delle suoi bagni termali (che considera lo specchio della salute di Roma), si ritrova catapultato nei centri benessere del Giappone odierno grazie a un tunnel spaziotemporale in una vasca delle terme. Sì, questo film esiste.

Outrage
(Takeshi Kitano, 2011)

pescecrudo | In questa storia di vendetta e lotta per la successione, il regista filma una bella ecatombe collettiva in cui il sangue vero scorre a fiumi, e per dare inizio ai festeggiamenti bastano due falangi tagliate dai mignoli e via, manco fossero due tappi su bottiglie di Don Perignon.

Gantz: Perfect Answer
(Shinsuke Sato, 2011)

Le vostre vecchie vite sono finite. Ora sta a me decidere cosa fare delle vostre nuove vite. O per lo meno in teoria. Ovvero: per ultima si butta giù la biglia nera.

Gantz
(Shinsuke Sato, 2010)

Le vostre vecchie vite sono finite. Ora sta a me decidere cosa fare delle vostre nuove vite. E’ così che va, ovvero: non fare incazzare il Buddha che dorme.

Pink Subaru
(Kazuya Ogawa,2009)

Allora, c’è un arabo israeliano che lavora in un Sushibar in un paesino inculatissimo che perde la sua Subaru Nera. No, non è una barzelletta: è il primo film di Kazuya Ogawa. Giapponese vissuto in Israele ora residente in Italia. No, nemmeno questa è una barzelletta.

13 Assassini
(Jusain nin no shikaku, Takeshi Miike 2010)

Miike immortala con perfezione e maniacale ricerca del dettaglio l’eroismo ostinato di una classe orgogliosa che si è resa conto di essere ormai anacronistica, ma che rivendica il proprio diritto all’esistenza, al sacrificio e se necessario alla morte.

Cold Fish
(Tsumetai Nettaigyo, Sion Sono, 2010)

L’uomo viene ricondotto allo status di animale carnivoro che trova come unica fonte di sostentamento e affermazione di se stesso la prevaricazione sul proprio simile. La domanda che Sono si pone è: chi siamo, se non animali in attesa di un essere più piccolo da mangiare?

Norwegian Wood
(Trần Anh Hùng, 2010)

Tre amici molto legati tra loro. Una ragazza e due ragazzi, amici fin da piccoli, sempre assieme. Giochi, scherzi, le piccole avventure da liceali. Per i primi minuti, Norwegian Wood potrebbe essere un film di Moccia.

Eternal first love
(Koisuru Napolitan, Yoshinori Muratani, 2010)

Questo film non lo vedrete mai probabilmente. Ed è un peccato. Perché certi brutti film andrebbero importati con coraggio, per dar una speranza al nostro cinema. Come a dirgli: hai visto, c’è persino di peggio rispetto alla saga Moccia. Puoi far il cinema anche te.

Departures
(Okuribito,Yōjirō Takita, 2008)

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Si mescola la saggezza della millenaria tradizione giapponese con robaccia stilisticamente più affine alla rappresentazione occidentale di oggi, e quest’incontro non porta bene proprio a nessuno. Insomma, una bella metafora della globalizzazione. Un po’ come il cioccolato e la merda.