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Venezia 66

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Chavez, l’ultimo comandante
(South of the border, Oliver Stone, 2009)

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Oliver Stone, spesso criticato in patria, è molto amato in Europa e alla 66′ Mostra del Cinema di Venezia ha presentato, fuori concorso, South of the border, il suo ultimo documentario sull’America del Sud. Arriva nelle sale Italiane con quattro anni di ritardo a seguito della morte di Chavez.

The Road
(John Hillcoat, 2009)

Forse, più dei documentari di Al Gore e di Leo Di Caprio, più di tutti gli elettorali messaggi ambientalisti di tutti i politici del mondo, il film di Hillcoat può davvero muovere l’attenzione sul tema dell’ambiente e del futuro del pianeta. O forse io di cinema non ci capisco davvero un cazzo.

Io sono l’amore
(Luca Guadagnino, 2009)

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Per finire il ritorno allo stato di natura. Al silenzio. Alle porte aperte. Al far l’amore nei campi. Il cinema non è Sanremo.

Dieci Inverni
(Valerio Mieli, 2009)

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Io sogno di tornare nei Quaranta per prendere a sassate in faccia Shirley Temple, versione femminile del bimbominkia per antonomasia, per intenderci. Non che non abbia dei buoni sentimenti. In tenera età mi ero persino commosso con Howard e il destino del mondo.

Lebanon
(Samuel Maoz, 2009)

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Non c’è nulla di originale in Lebanon, non c’è nemmeno pathos. Un compito ben svolto: tutte le premesse (drammatiche e linguistiche) che la particolare messa in scena mette in campo cadono nel nulla.

Cosmonauta
(Susanna Nicchiarelli, 2009)

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Altro che Unione Sovietica e Occidente. Qui si parla molto più semplicemente di maschi e femmine, di quanto può essere difficile sentirsi finalmente adulti.

Videocracy
(Erik Gandini, 2009)

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Prima di tutto, questo non è un documentario. Coloro che criticano Gandini perché «non ha detto nulla di nuovo» fraintendono la fondamentale differenza che passa tra il film di denuncia e il film a tesi. O forse la intendono benissimo, ma preferiscono evitare il problema e dedicarsi al noto passatempo condiviso dagli struzzi e (certi) italioti.

Baarìa
(Giuseppe Tornatore, 2009)

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Riassumibile come: Baarìa è un film di Tornatore, e non poteva essere altrimenti. Come la sua idea di cinema, sempre uguale a se stessa. Per farla breve: candidato all’oscar. Per l’idea che gli americani hanno dell’Italia.

Mr. Nobody
(Jaco Van Dormael, 2009)

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Il pluricentenario Nemo Nobody, ultimo mortale di un’umanità futura che col progresso si è guadagnata la vita eterna, concede un’intervista in punto di morte e, ad un mondo in cui il tempo e l’esistenza si sono congelati, svela di aver vissuto n vite in n possibili dimensioni temporali.

Villalobos
(Romuald Karmakar, 2009)

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Ricardo Villalobos è uno tra i dj più famosi del mondo. Nel curioso universo della club culture il suo nome è sinonimo di un’elettronica non indifferente ai ritmi latini e alle contaminazioni più imprevedibili. Di origine cilena, egli ha saputo tramutare in beat minimali e contemporanei tutto quanto è presente nel suo pregresso e nel suo DNA artistico. Sensibile alle tendenze della scena artistica che domina, si fa interprete delle pulsioni che fremono lungo il tessuto urbano delle metropoli nelle quali suona, dove folle osannanti prendono parte ai suoi live sets, con febbrile partecipazione.

Lo spazio bianco
(Francesca Comencini, 2009)

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Ok. Proviamo ad andare con ordine. Sinossi: Napoli. Maria, quarantenne single che insegna alle scuole serali, si trova a dover gestire da sola una gravidanza improvvisa. Il suo già di per sè fragile equilibrio viene messo ulteriormente a repentaglio dalla nascita prematura della bambina, costretta a lottare tra la vita e la morte in un’incubatrice. Ma affiancando la propria piccola in questa sfida, anche Maria troverà la forza e il coraggio per trovare un nuovo equilibrio e nascere anche lei una seconda volta.

Gordos
(Daniel Sánchez-Arévalo, 2009)

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C’è del grasso in Spagna. E non fa per nulla male. Daniel Sánchez-Arévalo mette insieme un’ottima commedia corale, intelligente nel discorso e raffinata nella costruzione. Gordos esibisce consapevolezza linguistica e una sensibilità drammaturgica che dovrebbero fare scuola: a partire dal titolo, che – nella sua ingannevole chiarezza – marca fin dall’inizio l’inganno di cui personaggi e spettatori sono ugualmente vittime.

1428
(Du Haibin, 2009)

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1428 sta per le 14 e 28, l’ora in cui si è verificato il grande terremoto della regione del Sichuan, uno spazio perduto nell’immensità della Cina rurale, il 12 maggio del 2008. Più di 70.000 morti, che per la Cina sarà una cifra ridicola, ma che per noialtri equivale alla popolazione di una cittadina come, per sceglierne una a caso, L’Aquila.

Honeymoons
(Goran Paskaljevic, 2009)

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Stanza di prigione. Il protagonista, albanese, è costretto a passare la notte in cella per accertamenti sul visto di sbarco. Nella penombra scambia qualche parola con un connazionale nella sua stessa situazione, incontrato per caso. «La verità – fa questi – è che gli italiani sono razzisti. Noi non gli piacciamo. Guarda dove ci hanno messo.. (sguardo circolare ed espressione disgustata) insieme ai negri».

66° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica
Venezia, 2-12 settembre 2009

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Perchè mangiare mollica quando potete abboffarvi di sushi?
Ok, questa era pessima.