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Venezia 67

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Ballata dell’odio e dell’amore
(Balada triste de trompeta, Alex De La Iglesia, 2010)

Tarantino ha amato questo film. Ha scalpitato durante la proiezione e applaudito abbondantemente alla fine. C’era da immaginarselo. Il film di De La Iglesia sembra costruito appositamente per soddisfare, sollazzare e far godere il presidente di questa sessantasettesima Mostra internazionale.

Detective Dee and the mystery of the phantome flame
(Renjie zhi Tongtian diguo, Tsui Hark, 2010)

Senza pretese di cervellotiche interpretazioni o dietrologie filosofiche il regista di Hong Kong dirige un film divertente, gradevole e coinvolgente. Se volete passare due ore lontani dalla riflessioni sulla morte, o su quanto è bello Vincent Gallo, questo è il film perfetto.

Venere nera
(Vénus noire, Abdellatif Kechiche, 2010)

Vénus noire (Kechiche 2010)

Abdellatif Kechiche confeziona una riflessione sull’approccio razzista e di totale prevaricazione che la cultura europea ebbe nei confronti di Sarah Baartman. Un approccio che investì Saartjie come donna e come straniera nell’Europa del XIX secolo, ma che – con le dovute distinzioni – si riverbera in ogni epoca.

Vittorio racconta Gassman – Una vita da mattatore
(Giancarlo Scarchilli, 2010)

Vittorio racconta Gassman, più che raccontare la storia di un grande mattatore, vorrebbe mostrare le sue debolezze, le paure e del suo bisogno di interpretare un ruolo per poter nascondere il suo vero volto. Purtroppo però dell’uomo che si cela dietro alla maschera non si vede nulla.

Il primo incarico
(Giorgia Cecere, 2010)

Serviva a Venezia, a una mostra senza sorprese e piovosa dentro e fuori, un film onesto e sincero come Il primo incarico. Parla di un amore, verso qualcuno come verso il cinema, che prima o poi soddisfa lo sguardo e il cuore. Lo fa senza promettere quanto non può mantenere e credendoci fino in fondo.

Machete
(Robert Rodriguez, 2010)

Machete non delude le aspettative. Forte, crudo, splatter ed esageratamente tamarro, si presenta come il naturale sviluppo del primo fake trailer che anticipava Planet Terror.

I Baci Mai Dati
(Roberta Torre, 2010)

A metà tra Lourdes e Pepperminta il film della Torre rasenta il limite del ridicolo. Pacchiano, davvero pacchiano. La verità è che questa pellicola non racconta nulla, riesce solo a crollare sotto il peso delle banalità e delle caricature.

Angèle et Tony
(Alix Delaporte, 2010)

È una pellicola molto delicata quella della Delaporte. Non emerge il bisogno di portare la vicenda agli eccessi, a situazioni stereotipiche.

Beyond
(Svinalangorna, Pernilla August, 2010)

Il pubblico veneziano si era espresso molto positivamente verso questa pellicola, per quanto mi riguarda tengo leggermente a freno gli entusiasmi. Forse mi aspettavo qualcosa di più.

Into Paradiso
(Paola Randi, 2010)

L’inizio è come quello di una barzelletta. Ci sono due napoletani e un ex giocatore di cricket dello Sri Lanka.

Sorelle Mai
(Marco Bellocchio, 2010)

In sei anni di lavoro con i corsisti della scuola di Bobbio, Marco Bellocchio, ha girato sei episodi su una stessa famiglia. Storie e avvenimenti semplici e delicati. L’esperimento da lui tentato con questa pellicola poteva rivelarsi fallimentare, invece il film funziona e ha un ottimo ritmo.

Black Swan
(Darren Aronofsky, 2010)

Natalie Portman e Mila Kunis lesbicano, e pure forte. Eggià. Essì. Eh. Però non mi pare professionale farci abbagliare dalla cosa, ennò. Ma sarò mica professionista io? Mila Kunis. Natalie Portman. Lesbicano. Forte forte.

La Donna Che Canta
(Incendies, Denis Villeneuve, 2010)

Tragedia greca traslata nella cornice di un ipotetico quanto consueto conflitto mediorientale, La Donna che Canta è stato tra i fuori concorso più apprezzati dell’ultima Mostra di Venezia. Alla prova nelle sale, nonostante difetti ed inaspettate morbosità, si dimostra un notevole pezzo di cinema.

Vallanzasca – gli angeli del male
(Michele Placido, 2010)

Il film di Placido, presentato fuori concorso, è un lavoro degno di nota. Racconta le vicende un fuorilegge, di un assassino, che sapeva giocare con la vita sua e degli altri. E soprattutto sapeva giocare con i media che lo lasciavano parlare e ne tratteggiavano un immagine accecante e affascinante. È proprio su questa immagine che Placido tesse il suo film.

Caracremada
(Lluis Galter, 2010)

Storia dell’anarchico Ramon Vila Capdevila, soprannominato Caracremada dalla Guardia Civil spagnola, il quale, nonostante l’ordine del CTN ai guerriglieri di ritirarsi nel 1951, decise di continuare a combattere da solo. Galter porta nella sezione Orizzonti di Venezia un film che riesce a trasmettere il profondo straniamento e l’ossessione combattiva di un guerrigliero veramente esistito.

Cold Fish
(Tsumetai Nettaigyo, Sion Sono, 2010)

L’uomo viene ricondotto allo status di animale carnivoro che trova come unica fonte di sostentamento e affermazione di se stesso la prevaricazione sul proprio simile. La domanda che Sono si pone è: chi siamo, se non animali in attesa di un essere più piccolo da mangiare?

Post Mortem
(Pablo Larraìn, 2010)

La fine di Allende, e il conseguente arrivo di Pinochet, viene accostato a un qualcosa che assomiglia alla morte. Morte di una speranza collettiva, morte di un popolo, morte di libertà: ed è stupefacente come tutto questo sia visto e raccontato con gli occhi di una ballerina, di una persona del popolo, già perché in un clima simile non esiste la soubrette, il medico, l’impiegato, ma solo l’uomo.

Passione
(John Turturro e Federico Vacalebre, 2010)

Questo film a chi va? Per chi é? Agli italiani nel mondo? Alla città di Napoli? O agli americani che pensano all’Italia come una grande Napoli in Sicilia in cui balliamo la tarantella da Bolzano alle Egadi? Passione è un divertissement, una sorta di pedinamento neorealista musicale che Turturro prepara con spirito voyeuristico in una Napoli immaginaria da cartolina e dal folklore popolare un po’ turistico, scontato.

News from nowhere
(id., Paul Morrisey, 2010)

Un clandestino argentino a Long Island si arena come il suo sogno americano. Con lui un cargo di altre vite umane ammassate che scopre quanto sia facile morire spiaggiato nell’indifferenza più totale. Cioè, se succede sul Gargano o a Lampedusa perché mai non dovrebbe succedere lì.

The Town
(Ben Affleck, 2010)

Storie di teppa irlandese nei quartieracci di Boston. Malavita crepuscolare e proletaria, eccessi ghetto-sentimental-machisti e ottime scene d’azione. Ben Affleck ha trovato la sua onesta collocazione: dietro la macchina da presa.

All Inclusive
(David Zamagni e Nadia Ranocchi, 2010)

All inclusive poteva essere un ottimo cortometraggio, ma purtroppo è stato deciso di allungarlo, stiracchiarlo trasformandolo in un lungometraggio che non riesce a divertire e porta pian piano lo spettatore alla fase rem.

La Pecora Nera
(Ascanio Celestini, Italia, 2010)

Ascanio Celestini esordisce al cinema senza riuscire a distaccarsi convincentemente dalla sua origine letteraria e teatrale. Un secondo tentativo sul grande schermo, comunque, non pare del tutto fuori portata.

Oki’s Movie
(Ok-Hui-Ui Yeonghwa, Sang-Soo Hong, 2010)

Quattro cortometraggi per un lungometraggio. Quattro piccole storie che raccontano un’unica storia, più o meno. È quasi come se Sang-soo realizzasse un film a episodi. I tre personaggi principali sono sempre gli stessi: c’è Oki, il giovane, e il più anziano, un professore di cinematografia.

La passione
(Carlo Mazzacurati, 2010)

La passione di Carlo Mazzacurati è nient’altro che uno squisito film “religioso” che gioca a farsi “robetta da Bagaglino” a “sequela di macchiette”, a carrozzone di comici dalle frecce spuntate al proprio arco. Si ride, anche dove in fondo non si dovrebbe.

Silent Souls
(Ovsyanki, Aleksei Fedorchenko, 2010)

Con Ovsyanki Fedorchenko ci impartisce una minuziosa lezione di cultura e antropologia sulle tradizioni dei Mari. Una riflessione sulla perdita nella doppia accezione di morte di una persona cara e di smarrimento delle proprie radici culturali.

La Solitudine dei Numeri Primi
(Saverio Costanzo, 2010)

Operazione difficile quella della trasposizione letteraria in formato celluloide, specie per una storia così intimista e introspettiva; esame che, ahimè, il povero Costanzo non supera. Libro eccessivamente sopravvalutato e mediaticamente pompato o errata rivisitazione del regista?

Legend of the Fist
(Andrew Lau, 2010)

In occasione del 70° compleanno di Bruce Lee, Venezia decide di omaggiare l’attore cinese presentando il terzo episodio della saga di Chen Zhen – eroe già portato sullo schermo nel 1972 proprio da Lee. Lau confeziona un gradevole omaggio al noir occidentale, incrociandolo con il suo consueto action d’arti marziali

Attenberg
(Athina Rachel Tsangari, 2010)

Attenberg narra la storia di Marina: la sua esistenza solitaria sospesa in un nulla cosmico. Discreto tentativo di narrare la solitudine come forma di disagio senza esagerazioni e soprattutto non ricorrendo all’arma, sempre molto in voga, della lacrima facile.

Jean Gentil
(Israel Càrdenas e Laura Amelia Guzman, 2010)

Attraverso il dramma individuale di Jean, Israel Càrdenas e Laura Amelia Guzman raccontano quello collettivo della loro terra, tormentata dalla povertà e dalla catastrofe del terremoto.

Niente Paura – come siamo come eravamo le canzoni di Luciano Ligabue
(Piergiorgio Gay, 2010)

Io in realtà un po’ ne avevo, di paura. L’idea di vedere un documentario sulle canzoni del Liga mi creava qualche incubo. Folquet prevedeva una “pagliacciata nazionalpopolare”, io speravo in qualcosa di più interessante e, stavolta, mi è andata bene. La sorte ha voluto regalarmi non un capolavoro, ma comunque una pellicola piacevole inseribile nella categoria del “se po’ vedè”.