La rosselliniana Terra di Dio (o quasi visto che siamo su Linosa e non Stromboli) nega le sue radici evangeliche, rinnega l’accoglienza e il codice etico del popolo del mare per abbracciare la nuova legge del respingimento coatto. In questa storia di Malavoglia filmata da Emanuele Crialese, dove i dubbi amletici non li ha portati il turismo ci ha pensato l’immigrazione clandestina, lo scontro tra umano e artefatto, tra legge di natura e legge di stato.
Il cinema di Crialese continua la sua navigazione sicura, lungo una rotta ben tracciata da Respiro (2002) e Nuovo Mondo (Leone d’Argento nel 2006), di cui questo Terraferma è il rovescio del miraggio: i migranti diventano gli ospiti.
I temi cari al regista sono tutti presenti, dalla centralità della figura femminile come spinta a rompere con il passato, fino alla necessità di un codice morale incentrato sulla dimensione dell’essere umano, passando per la ricerca di un luogo che diventi punto d’approdo e di partenza per un nuovo mito fondativo. Ancora una volta la partita è giocata sul campo metaforico del mare pericolo/salvezza e della barca, l’utopia.
Terraferma è un film che non considera le distanze geografiche, ma amplifica quelle umane: se l’Italia de continente è quella di Maura (Martina Codecasa), nemesi emancipata di Giulietta (Antonella Finocchiaro) ma anche dei tre studenti che decidono di rifugiarsi nell’Italia della finta tolleranza, forse per gli isolani la forma di vita più vicina – per quanto aliena – è la madonna nera Timnit T., che fu realmente clandestina nel 2009 e che venne respinta. La geografia sta a zero, tant’è che come fu per Lampedusa in Respiro, Linosa non viene nominata direttamente, così da conferirle uno statuto di universalità e realtà di un tempo altro.
Metafora sublime della vita, il mare viene proiettato qui sulla Terra. A quest’ultima rimane un aggettivo, ‘ferma’, come a definire il senso ambiguo della condizione di coloro che sull’isola vivono: un’ancora di sicurezza, un pericolo in cui incagliarsi o un trampolino per trovar nuovo slancio. L’inadeguatezza del termine del resto è fin troppo evidente: la vita si riversa sopra e sotto l’isola, per conformazione demografica e geologica, e soprattutto c’è quella continuità con il mare (non più quindi un grido di rottura per segnalare la fine del viaggio, bensì un inizio) che invaderà l’intera superficie con la sua distesa gorgogliante e il suo carico di turisti e clandestini.
Giulietta, delle tre offerte, decide di percorrere l’ultima possibilità, quella dello slancio. Sa bene da dove viene, sa bene cosa lascerà sull’isola conosciuta come tale fino a qual momento, ma sa anche che per lei e il figlio Filippo è possibile un nuovo inizio. Nel suo essere elemento di rottura, quindi, preserva comunque un rapporto con la tradizione. In un certo senso ella rappresenta una traslazione del normale corso degli eventi: è il principio dell’adattamento per la sopravvivenza, che come ovvio che sia è un impeto tutto interiore. Da darwinista convinto non posso che plaudire la sua scelta e sedermi vicino a lei nel viaggio.
Giulietta si contamina con l’ignoto, con il futuro. È ben diversa dalla Grazia di Respiro (Valeria Golino) che cercava di modellarsi ad immagine e somiglianza dell’isola, e tanto più con la Luce di Terraferma (interpretata da Charlotte Gainsbourg) , una sorta di presenza esterna alle logiche del vecchio mondo da cui proveniva la famiglia Mancuso.
Giulietta si accorge per prima di come l’isolamento naturale abbia trasformato i suoi in stranieri in terra natia. Al centro della crisi c’è ovviamente l’identità familiare, alcova delle tradizioni, di cui si fa scudo la comunità di pescatori e la famiglia. Una crisi che se verrà accelerata dalla decisione di Giulietta, in realtà è stata fatta precipitare prima da Nino (Beppe Fiorello) che ha fatto del suo sogno di comodità la causa della precarietà della sua famiglia.
Ma il motore scatenante di tale rottura è stato il mare. Un mare che agli occhi di oggi non può più essere solo il Mare Nostrum, il ricordo della sussistenza. Giulietta si sveglia dall’incanto e trova un mare ingrato, che le ha annegato il marito e che da tempo nega pesci e reti piene. Un mare che avanza e che si mangia terra e inquadratura, che circonda tridimensionalmente le cose (la scena subacquea delle gambe dei bagnanti), e che forse pervade una quarta dimensione (quella emotiva e del ricordo). Come tutte le rivoluzioni anche questa nasce e muore dentro. Se non con Sara, con il figlio Filippo che trova la sua via verso il nuovo ignoto e che sfida questo continuum per conquistare la propria personale maturità.
nota in calce | Terraferma evidenzia la continuità nel cinema di Crialese, ma, di contro, mostra la staticità di un certo cinema impegnato italiano. Un cinema non più schieratamente di impegno, ma finemente vestito di immagini. Crialese è sicuramente uno che le immagini le sa costruire e bene, ma viene da chiedersi se tutto questo non possa essere dannoso. Il rischio è quello di trovarsi un nuovo filone di maniera, da depositare accanto a quello della crisi dei trentenni. Non sarebbe quasi meglio concedere l’eutanasia al percorso autoriale personale del regista e scegliere con coraggio nuove strade?






Sono d’accordo con quasi tutto quello che dici sul film e trovo la tua recensione davvero bella ed interessante. Terraferma mi è piaciuto molto e penso che nel film, come anche in Nuovo Mondo che hai citato anche tu, ci sia un giusto equilibrio tra il messaggio impegnato e la bellezza dell’opera in sè, dal punto di vista, se vogliamo, puramente estetico. Sicuramente, il rischio di creare un nuovo cinema “di maniera” per alcuni autori del cinema italiano di oggi c’è, ma non credo che questo valga per Crialese. Quando ho visto “Nuovo Mondo” per la prima volta sono rimasta impressionata dalle immagini che sembravano più vicine alla messa in scena teatrale che al set cinematografico e ho trovato molto interessante e ben riuscita questa sorta di sperimentazione. Questo giusto per fare un esempio, se vuoi anche facile, della capacità di questo regista di stare fuori dagli schemi. Tu cosa intendi quando parli di nuove strade?