Michel Hazanavicius è un regista cinefilo che ha al proprio attivo un paio di film di spionaggio parodici (i due OSS 117, entrambi con Jean Dujardin come The Artist) e alcuni esperimenti di rimontaggio e ridoppiaggio, come quello eloquentemente intitolato Le Grand Détournement (70 minuti di spezzoni estratti da parecchie decine di film Warner Bros). O il corto Derrick contre Superman, che si trova tutto su YouTube.
The Artist è un film in bianco e nero e muto che racconta la storia di un famoso attore del cinema muto (Dujardin) incapace di recitare nell’epoca del film sonoro, e la storia d’amore tra lui e una nuova attrice (Bérénice Bejo, moglie del regista) che invece non trova difficoltà a recitare nei talkies.
Uno magari lo va a vedere pensando che sia l’ennesimo film masturbatorio sul cinema del cinema nel cinema, e si prepara a fare a gara col vicino di poltroncina a chi conta più citazioni cinematografiche – si può fare, eh. The Artist si iscrive nella lunga tradizione del film metacinematografico, certo, e uno lo vede e non può non pensare a tante operazioni simili, da certe tarantinate al Silent Movie di Mel Brooks, da Intrigo a Berlino di Soderbergh ai film di Bogdanovich, a certi De Palma eccetera. Intendiamoci, è vero, anche The Artist è un’operazione (il regista guarda ai Lang e ai Murnau americani, e a King Vidor, e pure a Welles ecc.). È un po’ meno di un film vero e proprio, forse, ma è molto di più di un semplice esercizio cinefilo autoreferenziale.
Considerarlo soltanto come un film metacinematografico, iperrealista, cinefilo, un omaggio alla storia del cinema, sarebbe fargli un grande torto. The Artist è invece una lezione di stile nell’accezione migliore dell’espressione. Una lezione di economia narrativa, più che un omaggio al cinema degli anni Venti e Trenta. Una lezione di efficacia stilistica, più che un film di gusto vintage. Girare senza dialoghi costringe infatti il regista a (ri)trovare modi meno diretti per far procedere l’azione e per comunicare emozioni, per raccontare una storia con le immagini insomma.
The Artist, un film splendido, è (come diceva qualcun altro su qualcos’altro) un’operazione di cataratta per lo sguardo dello spettatore del Ventunesimo secolo. Un’esplorazione della potenza dimenticata del linguaggio cinematografico, di un modo di rappresentazione di un’altra epoca.
The Artist viene girato negli anni in cui escono in sala baracconate in 3D tipo Avatar, ed è inevitabile che possa sembrare un film controcorrente, anacronistico. Un film reazionario. E a me, personalmente, questo fatto piace. Però mi sembra pure che non ci sia poi troppo di nostalgico nel film di Hazanavicius, nel feticismo per il formato 1:1,33, per gli intertitoli. Non è una spacconata fine a se stessa, fare un film muto nel 2011. Il cinema è stato questo, dice Hazanavicius, e può esserlo ancora, perché questo funziona.
Da vedere rigorosamente al cinema (sperando che l’esercente tenga la musica sufficientemente alta, anche se è un film “muto”).





gente, che ne pensate:
http://it.paperblog.com/il-fumo-negli-occhi-di-the-artist-e-le-reali-meraviglie-del-cinema-muto-808428/
io sono molto d’accordo con questa tizia (e, no, Alfo, non perchè è una donna ;-P)
Cara Laura, sono davvero felice di poter polemizzare un po’. Ho letto il pezzo di Maria Cera e, non avendo cambiato idea sul film, non sono d’accordo con lei. Su molte cose per la verità. Mi infastidisce quest’idea messianica e superelitaria di un cinema fatto di magia, poesia e folgorazioni d’altri tempi. Mi sembra una sorta di talebana dell’estasi cinematografica. Per lei, se una pellicola “puzza di Oscar”, cioè è compromessa con la “macchina commerciale hollywoodiana” (che “assuefà lo sguardo con produzioni in serie”, “rallenta le nostre percezioni e falsa le nostre capacità critiche”), allora è certamente una schifezza. Dai, neppure mio nonno. E poco importa che The Artist sia una produzione solo francese, per quanto girato a Los Angeles. Perché poi paragonare The Artist a tre film degli anni Venti che non c’entrano nulla l’uno con l’altro solo per concludere che quello che si faceva negli anni Venti, quello sì, era cinema muto? Grazie mille. Che assortimento, poi: un capolavoro francese di un regista radicale, una megaproduzione americana – che avrebbe preso valanghe di Oscar se solo fossero esistiti all’epoca – e un drammone tedesco. Scommetto che qualche sapientone negli anni Duemilanovanta verrà a dire: “Ah, gli anni Duemila: Una notte da leoni, La prima cosa bella e Il nastro bianco, quello era cinema”. Nicolas Cage direbbe che è a causa di gente come Maria Cera che questo paese è allo sfascio.
Vabbè. Comunque penso che il malinteso derivi innanzitutto dall’intendere il cinema muto come qualcosa di monolitico. Trovale tu, le folgorazioni estatiche, nei film di Douglas Fairbanks. Se ci sono non sono certo del tipo che intende Maria Cera. The Artist non si rifà né avrebbe potuto rifarsi, nello stile, contemporaneamente a tutto il cinema muto. I suoi riferimenti sono chiari (e li esplicita Hazanavicius stesso nel pressbook). Quindi Pabst e L’Herbier, quantomeno, lasciamoli stare proprio. Ora, senza tirarla per le lunghe, come non ammettere che The Artist, che pure non è un vero film “muto” (né è un film degli anni Venti, “purtroppo”), è davvero un film molto diverso dalla produzione corrente? Perché prendersela se ha un certo successo di critica e di botteghino? La prossima volta chiederemo ad Hazanavicius di farci un film nello stile del cinema impressionista francese, che è più poetico, più magico e folgorante. Che ci metta più specchi e finestre e pioggia e fumo e immagini distorte.
E sono d’accordo, questo sì, col fatto che la storia di The Artist non sia granché. Ma penso che parte del malinteso stia proprio lì. Ad esempio Roy Menarini, cui il film non è piaciuto, ha una posizione che rispetto (a differenza di quella della recensione che citi) ma non condivido (eccola: http://www.mymovies.it/film/2011/theartist/news/ilritornoalfuturodelcinemamuto/). Lui dice che quello di The Artist è un gioco che non si potrebbe ripetere, perché funziona solo con quella trama particolare, e solo da quella è giustificato. Ora, se ho capito bene, l’intenzione del regista era invece da tempo quella di fare un film “muto”, non un film muto sul cinema muto che diventa sonoro. Poi ha pensato che quella storia potesse andare bene. Capisci che questo getta una luce diversa sull’operazione, che diventa meno un’operazione metacinematografica e più una sperimentazione linguistica, che ha un senso che va al di là della (mediocrità della) trama…
mmm… ok, contenta di aver fomentato un pizzico di polemica :-)
a me, alla fine dei conti il film mi ha annoiata un bel po’ (tranne quando entravano in scena graziosi abiti anni ’20 sulle cui perline potevo distrarmi) quindi la delusione, dopo averne sentito parlare tanto come di un capolavoro, è stata grande.
mi è sembrato che non ci fosse nulla di particolarmente “wow” e sì, a me se la trama è insipida, ci possono essere le meglio trovate, ma mi crolla un po’ tutto il film…
Appoggio l’Ammiraglio Lauretta, e no, non perchè è uomo…:)
Per me The Artist non è un capolavoro, ma è stata comunque una bella sorpresa, un’operazione riuscita su un’immaginario non certo di moda (o comuqnue non sfruttato dall’attuale offerta cinematografica). Non è un capolavoro proprio perchè non pretende di esserlo, oltretutto. E’ una commedia/omaggio che ha trovato una formula diversa e perfettamente funzionante in un mare di film certamente simili.
Insomma, se il film non fosse stato acclamato non sarebbe stato attaccato dalle Marie Cera di sto mondo. La levata di scudi nasce dal peccato originale di aver riconsegnato l’immaginario del muto alle masse. Giammai, è roba nostra, come si permettono sti zozzoni.
Detto questo, Ammiraglio, l’altra faccia della medaglia è sentirti difendere the Artist sparando sulle “baracconate 3D come Avatar”. Proprio tu che apprezzi Emmerich e tamarri vari, te la prendi con Avatar per lo stesso motivo: Se n’è parlato troppo e in alcuni casi troppo bene (è il mio caso, lo ammetto). Non pensate che ci sia spazio per tutti e due? Direi che i film da stroncare sono altri.
Ragazzi, siete bellissimi. Se questi sono gli echi dei mercoledì sera milanesi, mi immagino cosa devono essere dal vivo. Boy, I’m definitely on the wrong side of the Channel.
La Cera è ovviamente urticante. Ma sospetto ne sia pienamente consapevole: tant’è che si premura di schermirsi dall’immagine da avanguardista da supermercato che lei stessa si costruisce (“Non sono una boicottatrice a prescindere, e realmente desideravo emozionarmi ed accendermi con questo film”).
La diagnosi, in ogni caso, è chiara. Senza entrare nel merito del film – sul quale resto incerto, in particolare per quanto riguardo lo scarto tra operazione e sperimentazione linguistica giustamente messo in luce qui – i presupposti ideologici messi in moto dallo scritto della Cera sono quelli che avete tirato fuori voi. Da un lato c’è il benaltrismo di chi si sente scippato dei propri tre quarti di nobiltà culturale. Dall’altro c’è quella sottospecie di idealismo estetico da mandarina che – se possibile – mi pare ancora più pericoloso. Specie da parte di chi si propone come difensore di un plurilinguismo cinematografico che – dico io – non può e non potrà che essere contaminato, impuro, perfino eversivo.
E con questo chiudo l’agit-prop futurista della domenica. Daje adesso, tutti a menare Ardengo Soffici.
comunque io sta Cera non l’avevo mai sentita.
e, Giovanotto, con quel “non pensate che ci sia posto per entrambi?” mi risulta un po’ democristiano ;-P
Non ho replicato qui a Manute perché l’ho fatto di persona davanti a una bionda doppio malto. Avatar non mi è piaciuto granché e il 3D non mi esalta, ma non volevo trovare un esempio diametralmente opposto a The Artist. Tra l’altro Menarini, nell’intervento che linkavo, sostiene che in realtà i due film hanno uno scopo simile: nobilitare il cinema in un’epoca postcinematografica, se ricordo bene, certo con strategie diverse (discutibile, eh). Il paragone con Avatar lo fa lo stesso Hazanavicius nelle note di produzione. Comunque forse ha ragione il democristiano, c’è posto per entrambi – ciò non toglie che un film mi piaccia e l’altro no. Ma ha ragione Laura, The Artist non è un capolavoro: per me è un solo buon film (hai detto niente!).
Maria Cera (mi piace riportare nome e cognome) probabilmente non è stata mai tanto citata in vita, e no, non so chi sia. Mi ha istantaneamente provocato una reazione emotiva che avrei voluto estrinsecare in questo modo: http://www.youtube.com/watch?v=XYJOAW7r03s.
Ma certo. Voialtri fate corrente, io faccio la muffa. Abbiate almeno la decenza di mettermi tra i ringraziamenti a fondo pagina quando pubblicherete il vostro manifesto milanese.
Non replico all’Ammiraglio perchè l’ho già fatto in una riunione segretissima della Scapigliatura Carbonara Sushiettibile.
A Lauretta replico spernacchiando!