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the cat came back | American Horror Story
Quattro ipotesi su un mero pretesto

Gli Harmon rappresentano quella parte d’America che vota Obama. Vivien è la madre imbevuta di filosofia bio-organica che evita il forno a microonde e rifiuta le punture dal chirurgo. Se non si sente attraente sarà tutta colpa di suo marito Ben, padre permissivo e psichiatra con problemi di transfer – terapie dal lettino al lettone con una paziente giovane, bella e isterica, naturalmente sotto gli occhi di Viv). Voi sapete quanto piacciono le Milf ai teen-agers, e questa serie è vicina al mondo adolescenziale non solo nel cast ma anche nel rapporto tra genitori e figli.

Completiamo il quadro famigliare con Violet, la classica teenager infelice, sveglia e ipercritica coi genitori capricciosi. Violet è tragicamente ispirata dalla sottocultura emo: tagli sulle braccia + pillole + pessimi vestiti; ma è tutto funzionale alla storia e lo accettiamo godendo come pazzi. C’è anche un cane. Questi sono i protagonisti principali della nuova serie di FX, dai creatori di Nip/tuck e Glee, American Horror Story.

Ben ha la geniale idea di risolvere i problemi coniugali trasferendo la famiglia a Los Angeles. Arrivati a destinazione gli Harmon scelgono istintivamente una casa infestata da fantasmi con storie orribili di egoismi e perversione, e corpi smembrati e sangue sulle pareti, e figli deformi incatenati, e coppie omosessuali rancorose, e gli insulti dell’onnipresente e spassosa vicina pazza e invadente, e oscenità varie. Per ambientarsi Vivien decora casa e viene stuprata da un Twink in tuta latex. A questo punto sarò onesto: non so come analizzare questa serie. Forse dal punto di vista tematico dei contenuti latenti?

Prendendo buona questa ipotesi partirei spedito a raccontarvi della serva Moira, sessualmente attraente agli occhi di Ben e orrida vecchia guercia per tutti gli altri, un fantasma che uccide sessualmente, simbolo di Juissance estrema? Mentre prendo i manuali di Freud e Lacan penso già alla gustosa e spersonalizzante maschera iconica dell’uomo-in-tutina-latex! Cambio idea quando Ben rivela a un  paziente la vera funzione della psicoanalisi come “alibi per  non assumersi responsabilità per le proprie vite di merda”: la serie va letta come critica alla psicoanalisi in sé o al suo uso autoindulgente e consolatorio?

E due righe sulla metafora della “casa prigione” come luogo di espiazione per una pessima condotta morale non ce le aggiungo? Per completezza concluderò sulla scelta dell’uso di due generi “corporei”, il porno e l’horror, il sesso e la morte, penetrazioni mortali. Potrei farlo, sempre ammesso che ne sia in grado, e sono tentato. Tuttavia eviterò saggiamente e cedo piuttosto al dubbio che i sopraelencati temi e personaggi non siano altro che suadenti pretesti narrativi ben incasellati in una sceneggiatura simmetrica, dove ciò che viene lanciato (set up) viene poi ripreso (pay off) quasi sempre,  in un ciclo continuo di alto intrattenimento.

Quel che intendo dire è che Ryan Murphy e Brad Falchuk disseminano la sceneggiatura di idee accattivanti su quel che pare a loro (disagio adolescenziale, vita di coppia, tradimento, froci, sessualità,rapporto genitori/figli, disabilità ecc.) con stringhe di dialogo localizzate, spassose e acute, passando continuamente da un tema all’altro, senza necessariamente una visione coerente.

Il fantasy-horror si presta benissimo alla combinazione di moduli narrativi seriali, alla digressione temporale e alla combinatoria di genere; l’operazione mediale, pur con qualche eccesso, può dirsi riuscita e l’analisi tematica passa in secondo piano così come qualsiasi velleità di originalità. Non solo l’horror è utilizzato per riflettere metacriticamente sulla mitologia americana e sul genere in sé – come si fa dagli anni Ottanta a oggi,  fino all’ossessivo mantra “l’horror non fa più paura, fa ridere” – è anche il veicolo privilegiato per coolness, sensualità, spirito del tempo e gusto condiviso da una comunità. Se tutto questo vi pare poco vuol dire che questa serie non fa per voi.

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