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the cat came back | Carlos
L’eutanasia di un ideale folle

Olivier Assayas ha ideato, scritto e diretto Carlos, una miniserie in tre puntate che ha conquistato da subito pubblico e critica, quest’ultima sia a livello francese sia internazionale. La storia è quella antieroica del rivoluzionario venezuelano Ilch Ramirez Sanchez, detto Carlos Lo Sciacallo, ideatore di una rete terroristica mondiale sviluppatasi negli anni Settanta.

Ne esce un’opera monumentale (vi è una versione integrale di 330’ e una da 144’) di grande cinema per la tv – giustamente premiata con il Golden Globe – in cui vediamo il giovane guerrigliero marxista (Edgar Ramirez) arruolarsi nel FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) dopo l’uccisione del leader di Settembre Nero nel 1973, compiere una serie di operazioni vigliaccamente criminose tra Londra e Parigi con molto sangue versato, fino a diventare uno degli uomini più ricercati d’Europa per circa un ventennio sino al momento del suo arresto in Sudan per mano dei servizi segreti francesi e della conseguente condanna all’ergastolo nel 1994.

Olivier Assayas è abile orologiaio nel gestire le vicende che hanno costruito il crescendo criminoso del venezuelano, dedica spazio agli attacchi all’aeroporto di Parigi Orly nel 1975 e alla sede Opec di Vienna con il sequestro di 60 ministri di Paesi produttori di petrolio, mostra nella terza puntata la rottura con il FPLP e la guerriglia successiva, violenta ed esasperata; ma non lesina attimi di vita privata che stemperano il ritmo del cinema d’azione e concedono venature intimiste al personaggio, riuscendo – ed è qui la grandezza dell’opera – a mantenere sempre una distanza di sicurezza che non scade nell’apologetica più pericolosa o peggio ancora nell’agiografia laico-eroica. Non un eroe né un mito, ma un personaggio abietto (l’alcool, le donne, l’ossessione per i soldi e il poco rispetto della vita altrui) che si dimostra ideologicamente incoerente e destinato ad implodere (la liposuzione di Khartoum è una metafora più o meno voluta).

Carlos passa attraverso gli anni di piombo, la sua storia privata in discesa (con l’abbandono della moglie militante, degli appoggi internazionali, della figlia e infine della stessa motivazione politica che lo animava) viene intrecciata a quella mondiale ed europea, in un romanzo criminale di ampio respiro in cui trapela da subito l’ossessione e il fallimento di un’ideologia malata e sanguinaria che si è scoperta reazionaria proprio mentre cercava di essere rivoluzionaria, al punto che lo stesso Carlos ne resterà imprigionato diventando un mercenario senza ideali alla mercé dei soldi e dell’idolatria del mito di se stesso.

Assayas ha uno stile asciutto, moderno (passa con naturalezza da 35mm a 16mm e da macchina da presa a mano a macchina da presa fissa), clinicamente testato e impeccabile. Alle spalle vi è un meticoloso lavoro di ricerca e ricostruzione storica, che nega ogni possibilità di rilettura e che non concede nulla al personaggio, fino a confezionare un compendio storico che è bene ricordare anche nelle sue pagine più oscure e torbide come monito per il futuro. Sebbene per molti atti terroristici a cui il protagonista è collegato non vi siano prove dirette, né testimonianze certe per il suo vissuto privato, la produzione si mantiene credibile, e anzi dove c’è il rischio di allontanarsi dal dato certo, ci pensa un epigrafe a conciliare verità e racconto.

Oggi, con Saddam e Gheddafi ormai morti ma con nuove ombre proiettate sulla libertà e sulla democrazia mondiale, la figura di Carlos appare tanto anacronistica quanto attuale, basta sostituire all’ideologia laica marxista quella integralista religiosa e più populista. Del resto Il FPLP nei ’70 aveva cercato di traghettare i Paesi della lega araba fuori dalle acque tranquille del nazionalismo medio borghese egiziano, un socialismo nazionalista di impronta sovietica, per spostare l’asse verso un socialismo improntato sulle masse popolari. Ed è questo lo scenario politico temuto ancora oggi per i nuovi focolai rivoluzionari della primavera egiziana, tunisina e siriana.

Il Rivoluzionario Carlos è l’uomo schiacciato dall’idea, dove senza uomo anche l’idea diventa nulla. Con o senza la caduta del Muro Carlos era destinato ad essere messo in disparte e ad annientarsi. La ragionata ribellione diventa irrazionale rivendicazione e vuota propaganda, un nastro ripetuto quasi mnemonicamente a un giornalista, una figura molto più vicina al Cassel di Nemico pubblico numero n. 1 (Jean Francois Richet), ma senza l’intento iconico. Quella di Carlos è l’eutanasia di un ideale folle, non dell’ideale.

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