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the cat came back| Downton Abbey
Una casa eduardiana nel secolo breve

E’ più d’un anno che esiste, e gli inglesi – beati loro – hanno appena finito di godersi la seconda serie. Dalle nostre parti invece Downton Abbey è talmente poco conosciuta che non c’è nemmeno la voce sulla Wikipedia nostrana. E conoscendo l’impeccabile gusto italiano per le television period drama series, dubito che la vedremo presto. E dire che è solo la miniserie più seguita del Regno Unito, è in costume come Elisa di Rivombrosa ma gli attori parlano con un accento irresistibile che neanche la Regina e, soprattutto, c’è dietro gente che ci sa fare. Per dirne una: un tizio chiamato Julian Fellowes, che ha firmato la sceneggiatura di Gosford Park – bruscoletti insomma – ne è il creatore. Ah, quasi dimenticavo: Dame Maggie Smith è dei nostri. Non state già tentando ogni modo legale o illegale di vederla?

La Carnival Film ha prodotto per ITV1 una serie di tutto rispetto: la prima stagione dura solo sette intensi episodi, che coprono un arco temporale che va dalla tragedia del Titanic fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. La Storia fa da sfondo alle vicende dell’aristocratica famiglia Crawley – nell’immaginaria Contea di Grantham – che proprio per colpa di quel famoso iceberg perde gli eredi maschi. Inutile dire che sarà questo l’evento che metterà in moto tutto: l’unico erede rimasto è un cugino di terzo grado, professione avvocato (ma stiamo scherzando? Un Conte non dovrebbe lavorare!). Downton Abbey ci mostra i grandi cambiamenti sociali a cui l’Inghilterra (e il resto del mondo) è andata incontro nei primi del Novecento, e, esattamente come in Gosford Park, ambientato una ventina d’anni dopo e di cui in effetti sembra richiamare qualche location, il tutto è meravigliosamente narrato attraverso il continuo intrecciarsi dei rapporti upstairs e downstairs, tra padroni e domestici.

All’interno di questa magnifica dimora edoardiana, che dà il nome alla serie, possiamo osservare un’ampia fetta di umanità: dall’autista irlandese con simpatie socialiste al maggiordomo devoto e impeccabile, un Jeeves filoaristocratico; dalla giovane Lady Sybil, desiderosa di indipendenza, alla Contessa madre, la Smith appunto, ovviamente attaccata ai valori dei suoi antenati. Il nuovo secolo fa di tutto per irrompere nell’avita casa dei Crawley: se all’inizio vediamo la sguattera spaventata dalla luce elettrica, ben presto sarà l’intera famiglia a temere gli orrori della guerra (ma niente anticipazioni sulla seconda stagione, promesso).

Menzione speciale ai costumi: non solo una gioia per gli occhi, ma altro segnale di novità. Un esempio lo dà la minore delle figlie, che si fa confezionare dei pantaloni invece di una gonna. Poi sono da odalisca, mica pantaloni veri, ma alla fine l’intento di sconvolgere Nonna Maggie riesce comunque.

Insomma, un po’ come il suo (è il caso di dirlo) Zio d’America diretto da Robert Altman, Downton Abbey si propone come un onesto affresco sociale, talvolta ironico, talvolta disperato, proprio come in effetti è la vita. La ricostruzione storica risulta quindi piuttosto fedele, e la trama, condita di tanto in tanto da qualche sbrodolatura sentimentale di quelle che piacciono ai fan delle love stories à la Austen, scorre serenamente. Nessun bisogno di ricorrere ai colpi di scena da cardiopalma che tanto aiutano gli ascolti negli Stati Uniti. E’ inutile, the Brits do it better.

Discussion

2 comments for “the cat came back| Downton Abbey
Una casa eduardiana nel secolo breve”

  1. vabbé. poco poco anglofila, eh?

    Posted by Folquet | December 2, 2011, 4:02 am
  2. beccata.

    Posted by Annette | December 2, 2011, 9:38 am

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