// you’re reading...


Featured

the cat came back | Fringe
Confini seriali e scienze di confine

Alla fine di una serie tv seguita e sentita, tante sono le sensazioni che si accavallano: su tutte, un briciolo di amarezza (se seguita regolarmente, una serie diventa oggettivamente un appuntamento fisso della settimana), e una gran dose di soddisfazione se il finale è degno. Possiamo dire che Fringe, la serie fantascientifica creata da J.J. Abrams, Alex Kurtzman e Roberto Orci conclusasi il 18 gennaio 2013 dopo quattro anni, quattro mesi e cento episodi, mi abbia regalato entrambe.

Una serie fantascientifica, dicevo. Senza alieni, viaggi spaziali, società superavanzate tecnologicamente. La fantascienza di Fringe si concentra più che altro sulla cosiddetta “scienza di confine”, traduzione forse poco felice di fringe science: un misto di fisica e chimica manipolato fino all’estremo della fantasia e l’abilità degli scrittori, per dare pieno sfogo a tutte le potenzialità possibili e immaginabili.

Le cinque stagioni di Fringe sono assai diversificate per trama e caratteristiche, ed è solo con il progredire della storia che vediamo come i diversi fili della trama si intreccino. Ad accompagnarci nel corso dell’avventura sono Olivia Dunham (Anna Torv), agente di una divisione del FBI che si trova a dover indagare sui “fringe cases”, la quale dopo aver perso il proprio partner nel primo di questi casi entra a contatto con Peter Bishop (Joshua Jackson), un ragazzotto tuttofare assoldato da Olivia per gestire suo padre, lo scienziato pazzo Walter Bishop (John Noble), le cui conoscenze ben oltre l’ordinario sono essenziali per risolvere i “fringe cases”. Al trio si aggiungono fin da subito Astrid Farnsworth (Jasika Nicole), agente incaricata di assistere Walter, e la mucca Gene, che il folle dottore tiene nel suo laboratorio come compagnia. Peter e Olivia arriveranno ben presto a fare coppia fissa nella risoluzione dei casi, finendo – manco a dirlo – per innamorarsi.

La storia comincia apparentemente senza troppe pretese di maestosità, anche se il ruolo del villain appare confusamente ripartito tra un pazzo che si diverte a scatenare eventi “fringe” in giro per il mondo e la società superavanzata Massive Dynamic, diretta dall’elusivo William Bell (Leonard Nimoy – sì, Spock) e dall’ancora più enigmatica e priva di scrupoli Nina Sharp (Blair Brown), entrambi con un cognome che è tutto un programma (anche se per Bell occorra aspettare qualche stagione per scoprire il motivo). È dalla seconda stagione che cominciamo a intravedere i fuochi di un conflitto che vede contrapposto il nostro mondo e un universo parallelo, identico al nostro ma dove sono state compiute scelte diverse in momenti cruciali della storia (così come della vita di ciascuno): un conflitto radicato in un terribile segreto covato dai due Bishop e che potrà concludersi soltanto con una drammatica alterazione temporale. Nel frattempo, impariamo a conoscere gli Osservatori, misteriosi individui privi di emozioni (e capelli) che compaiono in tutte le giunture importanti della storia, e che passeranno dall’essere poco più che comparse a vera e propria chiave di volta della trama.

La grande forza di Fringe è la capacità di giocare con il tempo, mettendo in campo tutta una serie di complesse alterazioni temporali, in un intreccio di viaggi avanti e indietro nella storia che arriverà a risoluzione in un finale degno di questo nome. Il tutto come cornice a una complessa evoluzione psicologica dei personaggi, tanté che alla fine ci ritroviamo a salutarli ben diversi da come li avevamo incontrati nella prima stagione.

Tocchi simpatici la sigla, riadattata a ogni stagione e, a volte, persino agli episodi, e la comparsa di “glifi”, simboli che appaiono a ogni stacco e alla conclusione di ciascun episodio. Ognuno di questi simboli raffigura una lettera, e, combinati, compongono una parola chiave caratterizzante l’episodio appena visto.

Non che sia tutto rose e fiori. In particolare, la seconda stagione dava molto da preoccuparsi a causa della (insana) decisione di frapporre due episodi stand-alone per ogni episodio con avanzamento della trama, producendo mostruosità come il mezzo musical Brown Betty (2.20), tanto che circolavano voci secondo cui Fringe rischiava di fare la fine di altre belle serie come The Event, Flashforward o Persons Unknown sacrificate alla dura e cinica legge del mercato e degli ascolti.

Fringe condivide con un’altra serie di grande successo, Lost, il proprio creatore: J.J. Abrams. E benché quest’ultimo si sia gradualmente allontanato da entrambe, esse portano comunque la sua impronta, in particolare la buona dose di mistero che permea la serie dall’inizio alla fine (o meglio: dal pilot al finale). Se consideriamo che Lost si è concluso nel 2010, meno di due anni dopo il debutto di Fringe, con un finale aperto a molti misteri, a tratti forzato e tirato, ciò poteva indurre a temere – e certamente così è stato per il sottoscritto – che lo stesso difetto si sarebbe ripetuto nel finale di Fringe.

Volendo fare un confronto fra queste due creature di Abrams (anche se, ribadiamolo, in entrambi i casi il suo apporto è stato massicciamente limitato alla prima fase),  in Lost troviamo senza dubbio un’aura di mistero e una serie di colpi di scena la cui intensità emotiva difficilmente si può imitare, ma al prezzo di una trama talmente intricata che fatica a ritrovare sé stessa, un po’ come un cane che si morde la coda; Fringe, sia pure con la sua buona dose di mistero e colpi di scena, sotto questo aspetto è molto più lineare e arriva con più serenità al momento risolutivo. Il finale di Fringe potrebbe essere definito “sobrio”, ma almeno sbroglia tutta la matassa, rimette insieme i pezzi e resta fedele alla storia.

Due parole due se le meritano gli attori che hanno reso possibile la serie: fantastico John Noble nel suo ruolo di bonario (ma a tratti mica tanto) scienziato pazzo, fenomenale Anna Torv nel dare spessore emotivo al personaggio e farsi tramite per la partecipazione spettatoriale.

È difficile cercare di dare uno sguardo completo a Fringe senza lasciarsi sfuggire qualche spoiler (e qualcuno proprio non ce l’ha fatta a stare in gabbia). In ogni caso resta una chicca capace di entusiasmare qualsiasi appassionato di fantascienza, ma anche, più in generale, chi sa apprezzare una serie ben fatta, ben costruita e ben recitata. Fino all’ultimo colpo di scena, proprio due secondi prima che cali il sipario. E compaia l’ultimo glifo.

Discussion

No comments for “the cat came back | Fringe
Confini seriali e scienze di confine”

Post a comment