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the cat came back | Sherlock
Sul perfetto equilibrio tra modernità e tradizione

Una visita a Praga da parte del sottoscritto, avvenuta nel novembre del 2011, è stata occasione di revival con un ex coinquilino conosciuto durante il periodo di cattività inglese. Appassionato di serie tv, quest’ultimo non ha perso occasione per farmi un rapido resoconto. In particolare, era entusiasta oltre maniera di una serie fortemente brit, innovativa e ben scritta, a suo dire. Sherlock, appunto. «And don’t worry if you’ll see a modern Sherlock, my friend. It’s spectacular». Mi disse con spiccato accendo dell’est. Bene. Detto, fatto. Scaricai e vidi in due giorni le tre puntate della prima stagione di questa serie inglese, della quale rimasi felicemente stupefatto.

Che gli inglesi abbiano imparato a fare bene anche la serialità televisiva non è più un mistero, ma con Sherlock, hanno compiuto un passo gigante che li avvicina notevolmente al gigante americano.

Liberamente tratta dall’opera di Arthur Conan Doyle, e creata da Steven Moffat e Mark Gatiss per conto della BBC, la prima stagione di Sherlock è strutturata secondo la logica della mini-serie. Ovvero tre film, indipendenti – più o meno – tra loro, della durata di 90’. Per capire lo stile, e la perizia tecnica, basterebbe vedere anche solo il primo episodio, A Study in Pink, che riprende il titolo dal primo libro della fortunata saga dell’investigatore privato londinese, Uno Studio in Rosso. Basterebbe: ma Sherlock è come una droga, visto il primo, è impossibile non affezionarsi a quell’antipatico pazzoide figlio di buona donna interpretato magistralmente da Benetict Cumberbatch e spalleggiato da Martin Freeman nei panni di Watson.

Lo straordinario spessore conferito al personaggio è certamente l’elemento vincete che più colpisce lo spettatore. Abbandonata la Londra vittoriana per trasferirsi in un contesto contemporaneo, Holmes rimane sempre lo stesso character: sfrontato e arrogante quel poco da risultare persino simpatico. Abituato a prendere le distanze dall’ordinario, rimane fedele a se stesso e a quella sua misantropia congenita che fa un po’ da marchio ricorrente. Non si tratta di modernizzazione, ma di semplice trasposizione contemporanea, in cui l’investigatore privato rimane uguale a quello del secolo scorso. Nonostante l’ausilio tecnologico – inevitabile – e il vezzo vintage dell’immancabile lente d’ingrandimento, Moffat e Gatiss si attengono perfettamente al canone, e rispettando alla lettera la psicologia e il modus operandi dell’investigatore privato non devono neanche sforzarsi nel definire il suo comportamento, dal momento che egli stesso ama autodefinirsi «a high-functional sociopath».

Se in precedenza la figura di Holmes subiva una certa sudditanza al protocollo vittoriano, in questo caso non si pone alcun limite morale o comportamentale: lo vediamo irrompere arrogantemente sulla scena del crimine e sbeffeggiare pubblicamente senza alcun pudore l’operato della polizia per procedere secondo la sua logica ferrea. Nel corso dei successivi due episodi, The Blind Banker e The Great Game, rispettivamente scritti da Steven Thompson e nuovamente da Steven Moffat, assistiamo al consolidamento della coppia Watson/Holmes. Emerge il motivo narrativo della gelosia tra i personaggi, con Sherlock – spesso e con siparietti memorabili – decisamente restio a dividere il proprio coinquilino con il gentil sesso. È bene rammentare anche l’ottima prova di Freeman nei panni di un Watson sofferente da sindrome di stress post-traumatico, reduce dalla guerra in Afghanistan – quella del 2001, ovviamente.

Inutile dire che la forza registica e il timbro British – imperdibile la versione originale – completano un cerchio perfetto, facendo di Sherlock una piccola perla televisiva. Giù il cappello. A Gennaio seconda stagione, e mi raccomando … in inglese.

Discussion

3 comments for “the cat came back | Sherlock
Sul perfetto equilibrio tra modernità e tradizione”

  1. God bless BBC

    Posted by Annette | December 26, 2011, 2:30 pm
  2. Mi intriga, non l’ho ancora visto, lo recupererò.
    Amando i racconti di Conan Doyle, pare che non rimarrò deluso.
    In effetti Holmes è un personaggio letterariamente molto forte al di là del genere poliziesco nel quale si può ascrivere: soffiata via la polvere stereotipata di un secolo di adattamenti teatrali, televisivi e cinematografici, ecco che si può riproporre come la più gustosa delle minestre riscaldate. E se ci aggiungi un paio di attori brillanti e peculiari ecco i soldi che si materializzano a palate (Guy Ritchie), con pochissimo sforzo di immaginazione, per giunta.

    Posted by zampa | December 27, 2011, 10:06 am
  3. Personalmente, doyle non mi fa impazzire. O meglio, lo stile deduttivo del personaggio Holmes è troppo distaccato e mi coinvolge poco. Questo in linea di massima.
    Ritchie è un furbetto che sa il fatto suo e tutto sommato apprezzo i suoi sforzi.
    Questa è un’altra categoria.

    Posted by Nate | December 27, 2011, 10:17 am

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