// you’re reading...


Sushi | Columns

the cat came back | Parade’s End
Sull’accento inglese e le apparenze

Non pensate anche voi che l’accento inglese sia assolutamente magnifico? A me fa venire una gran voglia di infilarmi una giacca in tweed, mettere del latte nel tè, mangiare un biscotto al burro e partire per le nebbiose e piovose terre oltremanica. L’accento inglese ha quella grana un po’ nasale che, mentre la lingua viene posizionata contro il palato per pronunciare la lettera R, mi fa scorrere un brivido su per la schiena e dire “Prendimi Benedict Cumberbatch, sono tua!”.

Come mai ho iniziato con questo preambolo che spiega il mio amore per l’Inghilterra e per quel gran pezzo di britannico che è Cumberbatch? Perché è dalla mia passione per queste due cose che è nata la voglia di guardare la miniserie prodotta dalla BBC assieme a HBO intitolata Parade’s End e andata in onda in Inghilterra nel 2012. La miniserie, scritta da Tom Stoppard, adatta per il piccolo schermo una tetralogia di romanzi firmati negli anni Venti da Ford Madox Ford.

Ambientata a inizio Novecento, Parade’s End narra la storia di un giovane nobile inglese, Christopher Titjens (Cumberbatch), che si trova costretto a sposare una donna, Sylvia (Rebecca Hall), dopo averla compromessa (o forse no, la paternità non è sicura). La donna però è una libertina, e dopo tre anni di matrimonio fugge in Francia con un uomo soprannominato Potty. Trattandosi della Inghilterra di inizio ‘900 questo allontanamento crea dei comprensibili problemi all’immagine dei Titjens. Malgrado ciò, Christopher vuole mantenere le apparenze, e quando la moglie torna a casa decide di non divorziare da lei e continuare la sua vita, senza tuttavia darle mai più un minimo di conforto o di affetto. La storia si complica con l’entrata in scena di altri personaggi come quello di Miss Wannop, una giovane suffragetta che si innamora di Christopher e il cui amore è chiaramente fin da subito corrisposto anche se mai esplicitato, e con l’inizio della Prima Guerra Mondiale che porterà il protagonista in trincea. A grandi linee questi sono i motori narrativi delle cinque puntate che compongono il melodramma di Parade’s End.

Il personaggio di Christopher sembra in un certo senso costruito a pennello non tanto sulle capacità di Cumberbatch (che nel corso degli ultimi anni ha dimostrato di essere in grado di fare qualunque cosa – giusto per ricordarlo è lo Sherlock della BBC, ha interpretato Van Gogh in un biopic tv, ha recitato ne La Talpa di Alfredson, e sarà Julian Assange in uscita il prossimo autunno) quanto piuttosto sulla sua persona attoriale, ormai associata nell’immaginario a quella di Sherlock, il personaggio che lo ha reso famoso.  Christopher ha infatti molto in comune con il personaggio di Doyle: di una intelligenza sopraffina, capace di ricordare nozioni e informazioni di qualunque tipo, calcolatore e impostato. Un uomo che giustifica le sue azioni in nome di una così detta “parata” (quella del titolo), cioé di un corpus di valori e di modelli di comportamento che a suo avviso tutti gli inglesi dovrebbero seguire, per mantenere l’apparenza e lo status malgrado tutto. Il titolo della serie è quindi emblematico, in quando spiega esattamente ciò che verrà raccontato nelle cinque puntate: come si giunge alla fine di quella parata e alla fine di tutte le parate.

Magistralmente interpretata, non solo dal già citato Cumberbatch (che nel mio cuore ha preso oramai il posto di James Franco, sorry James) ma anche da Rebecca Hall – assolutamente magnifica in ogni gesto e nell’inflessione di ogni parola – Adeline Clements, Rupert Everett e Stephen Graham, solo per nominare i principali, questa serie non è tuttavia priva di difetti. Se difatti da un lato, come ci hanno abituato BBC e HBO, è magistralmente scritta e curatissima nei dettagli, dall’altro in certi momenti si ha l’impressione che certi drammi e scene lacrimevoli siano forzate. Insomma un uomo che vuole vivere la sua vita come una parata non si metterebbe mai a piangere in una stanza piena di persone. Similarmente l’uso della inquadratura a caleidoscopio non solo nella sigla ma anche nei momenti di ricordo o “onirici” danno l’impressione di essere eccessivi e fuori luogo, non se ne capisce né l’utilità né lo scopo.

La sensazione che si ha guardando questa miniserie inglese è di una complessiva nostalgia proprio per quelle parate di cui racconta la fine. Per quanto infatti più volte il comportamento di Christopher venga definito come illogico, oramai non più comprensibile, in quanto i tempi sono cambiati, permane un alone nostalgico nei confronti di quella vecchia Inghilterra e le sue cerimonie. (SPOILER DA QUI A FINE PARAGRAFO). Anche se poi alla fine, pure Christopher capirà di poter abbandonare i cerimoniali e di potersi lasciare andare e così amare pubblicamente la giovane Miss Wannop, si ha la sensazione la fine delle parate corrisponda pure alla fine di un certo tipo di narrazione.

In generale Parade’s End è un ottimo prodotto, cinque ore di magnifici paesaggi inglesi e soprattutto di goduria per le orecchie: che vi devo dire,  l’accento inglese mi fa impazzire.

Discussion

3 comments for “the cat came back | Parade’s End
Sull’accento inglese e le apparenze”

  1. Dicevo io che era il pennellone di Sherlock! Parla in un modo quel tipo che a Buckingham Palace non sanno più che fare!

    Posted by aldoneversmiles | February 19, 2013, 1:13 pm
  2. giusto per ribadire quanto assurda sia la sua voce, esiste una pagina FB intitolata: Benedict Cumberbatch’s Voice
    “Because we love his voice”

    Posted by Marnie | February 19, 2013, 5:19 pm
  3. Mi trovi alleata sull’accento inglese, anche se il povero Cumberbatch e’ trattato malamente in madrepatria…

    http://www.guardian.co.uk/commentisfree/poll/2012/aug/14/posh-bashing-benedict-cumberbatch

    Posted by Callas | February 21, 2013, 10:24 pm

Post a comment