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Sushi | Columns

the cat came back |This is England ’86
Sguardi inglesi sull’estetica della periferia

Se il film di Shane Meadows – girato nel 2006 e uscito con un imperdonabile ritardo poche settimane orsono – ci aveva emozionato con toccanti primi piani e tematiche dure, accompagnate dal sublime pianoforte di Ludovico Einaudi, la serie non è da meno. Suddivisa in quatto atti da cinquanta minuti, l’opera porta la firma dello stesso regista del film – qui alla regia delle puntate 3 e 4 – affiancata da quella di Tom Harper, che sigla i primi due episodi.

Stessa periferia, stessi palazzoni grigi piantati nell’anonimo verde inglese, stessi attori, stesse storie, stesso regista. L’approccio televisivo, diverso rispetto a quello brillante della pellicola – fotografia vintage sgargiante e colori leggermente sgranati – non fa perdere il fascino del prodotto, che rimane comunque valido e di ottima qualità. Muta, tuttavia, il contesto socio-politico: la Gran Bretagna sembra infatti aver metabolizzato la questione argentina e il conflitto delle Falkland, anche se il momento di crisi del Paese – guidato ancora dalla Iron Lady – continua a durare senza soluzione di miglioramento. In un contesto devastato dalla disoccupazione e dall’austerity, in cui l’unico collante sociale sono il calcio e la birra, anche Meggy e Bango, ex skinheads razzisti e dotati di uno scarso background culturale, hanno perso ogni connotato ideologico. I due sono dipinti come due “omoni” senza perché, che si muovono nella periferia in un lungo peregrinare senza una meta precisa.

A fare da sfondo allo squallore del sobborgo inglese troviamo le storie dello scapestrato gruppo di ex skinheads, ora alle prese con l’età adulta. Nonostante il loro passato turbolento, proprio come Meggy e Bango, sembrano essersi dimenticati ciò che sono stati e ciò che hanno fatto. L’unica cosa che resta a un Woody qualsiasi – immerso in un lavoro in fabbrica e quanto mai mutato nell’aspetto – sono i tatuaggi, unica testimonianza scritta di ciò che sono stati. Simboli, piccolissimi simboli in vista in pieno volto, simili croci o lacrime stilizzate che fanno sembrare troppo vicino il ricordo di anni passati.

Al centro della vicenda non c’è più il piccolo Shaun “adottato” dal gruppetto di skinheads scapestrati dal cuore tenero, ma l’intero gruppo. Se l’ex mascotte è cresciuta e, dopo un periodo di allontanamento dai suoi amici, si riavvicina al gruppo alle prese con l’imminente matrimonio tra Lol e Woody. Attorno alla coppia di sposini si dirama una serie di storie e di intrecci che danno vita a questa nuova avventura ideata da Meadows. Lol è alle prese con il ritorno di un padre orco, che ora torna a minacciare la vita familiare della sorella e della madre ancora innamorata. Gadget scopre le gioie del sesso con una mamma piuttosto in sovrappeso. E poi c’è Shaun. Sempre lui. Shaun che ricorda ancora suo padre. Shaun e sua mamma, che paiono essere gli unici a portarsi dietro il ricordo di un tempo ancora troppo vicino per essere dimenticato. Poi c’è Smell, brutta new romantic girl che pare essere la sola a capire come sia fatto davvero il ragazzino che per quanto cresciuto e maturato sembra sempre piccolo.

Ambientata durante i Mondiali di Messico ’86, la serie procede con un ritmo inarrestabile, pregna di momenti di puro “cinema” sociale, immagini forti e sequenze drammatiche, alternate a momenti di puro spasso e goliardia. Data l’ampia gamma dei personaggi trattati, tutti sviscerati fino in fondo, il prodotto – derivato dal cinema – adatta la trama e le situazioni ai connotati classici della serie televisiva, raccontando passo passo le vicissitudini dei protagonisti, i loro drammi e la loro condizione comune.

L’ultima puntata di This is England ’86 inizia con il ritorno di Combo, al centro di più o meno tutta la puntata. In visita per cercare di ricucire il rapporto con la madre, l’uomo – che ha pagato con il carcere ogni errore commesso – scoprirà che la donna è morta solo poche ore prima del suo arrivo. Combo proverà a rimediare al suo passato, sacrificandosi al posto di Lol e pagando così definitivamente per un passato poco glorioso. Combo come l’Inghilterra, ingiustamente condannata da un gol di mano, emblema di un Paese che in passato ha sbagliato, e ora, con una beffarda e quanto mai reale metafora sportiva, paga il suo debito.

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